Le discariche sul Somma-Vesuvio: una lunga storia che parte da lontano

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La vicenda della, ma è meglio dire delle discariche sul Vesuvio e sul Monte Somma prima, e nel Parco nazionale del Vesuvio poi, è una storia lunga che a mio giudizio va assolutamente conosciuta per capire tante cose,ma soprattutto la superficialità e l’ignoranza con cui troppo spesso, per non dire quasi sempre, si agisce nell’approccio ai problemi ambientali e alle conoscenze del territorio.

Ne parlo perché di tale vicenda mi sono interessato a lungo negli anni ’80 come militante e dirigente del WWF Campania e della Sezione WWF dei Comuni vesuviani, negli anni ’90 nel mio ruolo di consigliere regionale dei Verdi nel consiglio regionale della Campania prima e di Presidente dell’Ente Parco nazionale del Vesuvio poi, e nel corso del primo decennio del 2000 allorquando ho fornito il mio contributo tecnico (da zoologo) a confutare punto per punto le deliranti valutazioni di incidenza prodotte dal Ministero dell’Ambiente nel tentativo, che spesso è caduto nel ridicolo, di giustificare l’assenza di danni ambientali delle discariche nel territorio del Parco.

Mi sento quindi in dovere di manifestare una mia testimonianza su questa triste e “sporca” storia

E’ bene però iniziare capendo come le discariche sono arrivate nel vesuviano. Si perché sul Monte Somma e sul Vesuvio fino alla metà degli anni ’90 erano presenti tre discariche regolarmente autorizzate e in piena attività. La storia di come si sono avviate tali discariche è un po’ fumosa, confusa e incerta in considerazione del fatto che origina nel dopoguerra, e in una maniera probabilmente priva di ogni forma di autorizzazione iniziale e di controllo da parte delle autorità che già allora non mostravano alcun interesse per il territorio.

Le discariche del Monte Somma hanno un’origine prevalentemente rurale, nel senso che alcuni allevatori di maiali, nel dopoguerra, iniziarono a raccogliere scarti alimentari (oggi li chiameremmo “umido”) per alimentare i loro maiali. Con l’avanzare del benessere degli italiani, conseguente al boom economico del dopoguerra, aumentò a dismisura la produzione di rifiuti, questa volta non solo di tipo alimentare, ma anche, e soprattutto di materiali nuovi non riutilizzabili: plastiche, vetro, carta, imballaggi vari. Chi raccoglieva rifiuti, come mi è stato riferito, non aveva certo un’anima santa e pia (la camorra, ricordiamolo, nella prima metà del ‘900 e fino al primo dopoguerra era soprattutto rurale), intuì il business che ne poteva derivare e cominciò a mettere a disposizione le ampie “buche” in cui raccoglieva l’”umido” per ospitare quello che oggi chiamiamo il “tal quale”, ovviamente senza alcuna preoccupazione di natura ambientale, sulle sorti del percolato (e che cos’è?) e via dicendo.

Le amministrazioni comunali si ritrovarono queste realtà e anziché porsi più di tanto problemi sull’utilizzo del territorio e sulle conseguenze ambientali di questo metodo rozzo e primitivo di smaltimento, approfittarono di tali “realizzazioni” per risolvere i problemi derivanti dai rifiuti, nel frattempo divenuti enormi per le conseguenze del citato boom economico.

Sul versante vesuviano l’origine è diversa e parte dall’attività estrattiva della pietra lavica. Allorquando la cava si esauriva, diventava (e siamo nel boom economico del dopoguerra) estremamente lucrativo riempirla di rifiuti. Anche in questo caso, e qui forse in maniera ancora più forte, il settore era in mano a soggetti poco avvezzi al rispetto della legge, e del resto già la loro attività estrattiva spesso era priva di qualsiasi forma di autorizzazione e l’utilizzo dei materiali a fini edili rientrava in un’altra attività lucrativa della criminalità organizzata, complice in alcuni casi l’inerzia e l’indifferenza delle amministrazioni locali.

In entrambi i casi il business dei rifiuti con il passare degli anni divenne enorme. Le discariche attive “autorizzate“ nel territorio vesuviano erano tre: una sul Monte Somma, a Somma Vesuviana, e due sul Vesuvio: una ad Ercolano ed un’altra a Terzigno, e in esse sversavano rifiuti i comuni del territorio vesuviano e non solo; a queste si devono aggiungere altre discariche abusive , diciamo “improvvisate”. I “gestori” delle discariche, assolutamente privi di scrupoli e poco animati da sensibilità ambientale,  scoprirono un’altra fonte di guadagno ancora più elevata: in accordo con industrie del Nord- Italia, iniziarono a far sversare in discarica anche rifiuti tossici e nocivi estremamente pericolosi per l’ambiente e la salute dei cittadini.

Ed è a questo punto che a partire dalla fine degli anni ’80 e nel corso degli anni ’90 iniziò la battaglia ambientalista. Il trasporto e l’accumulo di questi materiali non passò più inosservato, sia per i crescenti disagi cui andavano incontro i residenti, sia per i malori accusati da chi trasportava illegalmente tali materiali o chi li lavorava in discarica (fanno notizia in quegli anni i ricoveri in ospedale di autisti intossicati dal materiale che trasportavano sui loro automezzi). Anche a seguito di ciò nel frattempo entrava in vigore in Italia una normativa che ne disciplinava il trasporto. Il business per la camorra era però davvero molto alto e non lo poteva certo mollare. Gli ambientalisti da parte loro non si fermarono e cominciarono le marce di protesta, i sopralluoghi, le denunce, le inchieste della magistratura, arrivando anche ai primi casi di sequestro (sia nel vesuviano che nel giuglianese).

La protesta e l’indignazione dell’opinione pubblica ormai dilagava, i gestori delle discariche l’avevano fatta grossa, si parlava di sversamento dei rifiuti dell’ACNA di Cengio, e di tantissimi fusti contenenti schifezze inenarrabili di provenienze ignote. Va aggiunto anche, altrimenti l’analisi non sarebbe né completa né onesta, che nel frattempo l’edilizia abusiva e disordinata avanzava sul territorio e cominciava a costruire case anche in direzione delle discariche, e queste con i loro olezzi sgradevoli rappresentavano un ostacolo ad ulteriori edificazioni sul territorio. In quegli anni commentavo con molta amarezza che le uniche aree rimaste libere da cemento e asfalto sulle pendici del Vesuvio erano quelle sotto l’influenza dei miasmi delle tre discariche.

Alla metà degli anni ’90 nel Consiglio regionale della Campania le opposizioni (e tra questi consentitemi di citare anche il sottoscritto,all’epoca consigliere dei VERDI) riuscirono a portare all’approvazione del Consiglio regionale un provvedimento legislativo che chiudeva le discariche sul Monte Somma e sul Vesuvio. Ricordo bene quella serata con l’applauso degli ambientalisti e la presenza preoccupata ma composta dei lavoratori delle discariche che temevano per la perdita del posto di lavoro. In ogni caso sembrava la fine di una brutta storia.

Quella legislatura regionale si concluse nel 1995 con l’approvazione di un piano regionale sui rifiuti nei confronti del quale conservo un giudizio positivo, peccato che poi nell’attuazione abbiano prevalso logiche non in linea con l’esigenza di fornire efficienza e qualità di servizio ai cittadini.

Nel 1995 si avviò l’Ente Parco nazionale del Vesuvio e nel 1997 ne divenni il Presidente. Passarono solo pochi mesi e il Ministero degli Interni, sollecitato dalla Prefettura di Napoli, emanò un ordinanza nella quale, in considerazione dell’emergenza rifiuti venutasi a creare in Campania (la prima!), derogava dalle leggi in vigore, che prevedevano il divieto di aprire nuove discariche in un Parco nazionale, e ordinava l’apertura della cava ex SARI a Terzigno per conferirvi i rifiuti. Cava, si badi bene, chiusa perché di proprietà di soggetti affiliati a clan della malavita organizzata. Il sottoscritto, con l’Ente Parco, si oppose a tale ordinanza e i legali di fiducia dell’Ente iniziarono a studiare le contromosse giuridiche contro il provvedimento ministeriale. La linea che adottammo fu quella di dimostrare che l’emergenza rifiuti non era assimilabile a un’emergenza derivante da imprevedibili calamità naturali (terremoti, alluvioni, ecc.) per le quali giustamente il Prefetto era autorizzato ad andare in deroga alle leggi ordinarie per far fronte al disastro. Quella dell’immondizia era una questione che atteneva il malgoverno del territorio, l’incapacità amministrativa e non certo le calamità naturali. Su questa linea l’Ente presentò un ricorso dinanzi al TAR Campania che in un primo momento accolse la richiesta di sospensiva. In quel periodo venni fatto oggetto di forti pressioni istituzionali (Prefettura e Ministero dell’Ambiente, si proprio il Ministero dell’Ambiente) perché io rinunciassi alla mia azione oppositoria. Pressioni a volte anche sciocche e ridicole che non facevano altro che rafforzare in me la convinzione di dovermi opporre all’apertura della discarica; nonostante in quel periodo, con l’immondizia che si accumulava drammaticamente nelle strade, si tentasse di farmi passare come il responsabile del disastro. Non potevo accettare. Fu una battaglia in autentica solitudine istituzionale. Avevo tutti contro: Prefettura, Ministero dell’Ambiente. Mi sentivo solo e spaventato, ma anche confortato dalle tante persone che credevano nel principio che in un Parco non si aprono discariche. Andammo avanti, e dopo la bocciatura del TAR Campania alla nostra istanza presentammo un nuovo ricorso al Consiglio di Stato, e alla fine vincemmo la battaglia. Il Consiglio di Stato diede ragione alle nostre tesi: l’emergenza rifiuti non era da considerare una calamità naturale. Alcuni dei funzionari dell’epoca del Ministero dell’Ambiente sono ancora al loro posto!    Non potevano sapere o ricordare forse (e questo per loro negligenza) che il Parco era stato voluto con decisione dai cittadini onesti del vesuviano anche per porre la parola fine ad anni di discariche e di rifiuti tossici sul loro territorio, per contrastare le illegalità e che la lotta contro la piaga dell’abusivismo edilizio che l’Ente Parco stava conducendo con la pratica difficile e pericolosa delle demolizioni, sarebbe stata vanificata in un attimo se avessimo detto si.

L’emergenza rifiuti continuò a ripetersi ciclicamente negli anni ma ogni volta che provavano a parlare di Vesuvio c’era la sentenza del Consiglio di Stato che li azzittiva.

Poi accadde l’ultima emergenza in ordine di tempo, un’emergenza che, per la prima volta, coincise anche con un’importante tornata elettorale amministrativa. L’occasione era troppo ghiotta per non cavalcare mediaticamente la battaglia e dimostrare che la propria forza politica, a differenza dell’altra, era in grado di togliere i rifiuti dalle strade, dimenticando (e la maggioranza delle persone ha dimostrato di avere la memoria corta) che già altre volte la forza politica ora sugli scudi aveva tolto l’immondizia dalle strade, come prometteva di fare oggi quella all’attacco, ma che poi l’immondizia, puntualmente, era tornata.

Cosa pensò di fare questa forza politica, ripetendo la superficialità, il disprezzo per il territorio vesuviano (il Vesuvio è il vulcano più visitato del mondo!) e l’ignoranza delle questioni ambientali e territoriali: il problema era la sentenza del Consiglio di Stato? Semplice! Fecero approvare in Parlamento una norma per cui l’area in cui sorge la cava ex SARI e la cave adiacenti non erano più Parco nazionale e il gioco era fatto!

Non avevano fatto i conti però con il fatto che, nel frattempo, quell’area,  oltre ad essere Riserva mondiale della Biosfera dell’UNESCO, era stata anche dichiarata Sito di Importanza Comunitaria – SIC – ai sensi della Direttiva “Uccelli”dell’Unione Europea (la Direttiva 79/409) e Zona di Protezione Speciale – ZPS – ai sensi della Direttiva “Habitat” dell’Unione Europea (la Direttiva 92/43). Anche per queste zone vige il divieto di apertura di nuove discariche, con la differenza che trattandosi di Direttive comunitarie, le leggi di recepimento dei singoli stati sono da considerare a valenza costituzionale, e pertanto non possono essere modificate con un semplice voto parlamentare.

Su questo l’Ente Parco nazionale Vesuvio ha opposto questioni di merito serie e il Ministero dell’Ambiente, nel tentativo si direbbe a Napoli “di mettere una pezza”, ha dato incarico ad alcuni docenti dell’Università “La Sapienza” di Roma (chissà perché non della Federico II di Napoli!) di produrre una valutazione di incidenza, come previsto dalle succitate Direttive per le opere che potrebbero danneggiare gli habitat e gli uccelli protetti. Si, ma non per tutte le opere, le discariche sono vietate e basta, come avrebbe dovuto sapere e sostenere il Ministero dell’Ambiente. In ogni caso la valutazione di incidenza viene prodotta e la sola lettura suscita in chiunque abbia un minimo di cultura naturalistica e ambientale una forte indignazione, al punto che è palese la volontà di produrla solo come pro-forma e certamente non per volere analizzare i danni ambientali, valutarne le conseguenze, le possibili mitigazioni (peraltro impossibili) e proporre le alternative. Nulla di tutto questo, si pensi che la valutazione di incidenza arriva ad affermare (pagina 21 della relazione) che l’inquinamento atmosferico derivante dal traffico dei mezzi pesanti diretti alla discarica “compensa” quello che nel passato veniva emesso dai mezzi pesanti che servivano le cave (!!).

Contro queste assurdità e contro il provvedimento un gruppo di avvocati, coadiuvato da alcuni tecnici (tra cui il sottoscritto), e sorretto da Legambiente e dai comitati civici sorti spontaneamente nei comuni più direttamente interessati, si oppone dinanzi al TAR Lazio e avvia una lunga, quanto spesso frustrante battaglia legale. Nel frattempo, però, i lavori alla discarica iniziano e con essi iniziano i lavori di allargamento di una strada (con tanto di vigneti del Lacryma Christi divelti) scortati dalle Forze Armate; si dall’Esercito, perché il Governo ha anche dichiarato tutta l’area zona militare e pertanto sono vietate le riprese fotografiche e filmate, l’accesso ed è perfino vietato protestare. In quale altro paese del primo, del secondo, del terzo e del quarto mondo le discariche si fanno nei Parchi nazionali e per di più vengono tutelate dall’esercito!?

A dispetto di quanto sostiene la Valutazione d’Incidenza e di quanto dichiarato da Bertolaso in conferenza stampa (c’è il video su Youtube) la discarica, una volta entrata in funzione (nonostante, lo ricordo, sia incostituzionale!),  comincia ad emanare miasmi insopportabili che invadono le vie e le case dei centri abitati di Boscoreale, Boscotrecase e Terzigno. La gente comincia a star male (si contano oltre 130 casi di malesseri accertati dai medici) e comincia a protestare e ad essere preoccupata, anche perché nessuno può vedere cosa accade dentro la discarica, essendo fatto divieto di accesso perché zona militare. Un vigile urbano e un tecnico della ASL che riescono ad entrare, descrivono in un verbale redatto per l’occasione una situazione ambientale allucinante e dichiarano di aver dovuto lasciare l’impianto perché avvertivano vari malori.

La situazione si fa insopportabile in estate quando la puzza è più forte e la gente deve restare chiusa in casa e con le finestre aperte. La rabbia monta, aumentano le manifestazioni di piazza, per lo più ignorate dai mass media. La magistratura nel frattempo comincia a dare ragione alle opposizioni giuridiche degli avvocati, comincia a vacillare giuridicamente il “castello di carte” normative che era stato prodotto.

Ma quello che dà una certa speranza alle migliaia di cittadini sofferenti è che l’incubo della megadiscarica della cava Vitiello (la più grande discarica d’Europa, e in un Parco nazionale che porta il nome del Vesuvio!) sembra allontanarsi perché il Governo a partire dall’1 gennaio 2010 non ha più la responsabilità dell’emergenza rifiuti in Campania.

La discarica della cava ex Sari ormai va esaurendosi e, anche se non si sa come verrà bonificata e da chi, si comincia almeno a sperare di poter tornare ad aprire le finestre delle proprie abitazioni, e invece arriva la notizia che ritorna l’emergenza dei rifiuti, l’immondizia è di nuovo nelle strade e “potrebbe” aprire la cava Vitiello. A questo punto è tornata a scoppiare la rabbia dei cittadini, cittadini, si badi bene, già abbondantemente manganellati dalla polizia in questi mesi per le loro civili proteste, già tacciati di essere terroristi (nonostante tra di loro ci siano mamme, bambini, agenti di varie forze dell’ordine residenti nei comuni interessati, docenti universitari, medici, sindaci, consiglieri comunali, ecc.), già fermati e portati in commissariato perché scoperti a fotografare la discarica e a cercare di capire cosa ci veniva sversato, ed ora nuovamente esposti alle cariche delle forze dell’ordine. Cittadini che a queste brutture rispondono con la preghiera delle donne a Pompei.

Eccola la storia come l’ho vissuta e la vivo io. Una storia che suscita rabbia, indignazione. La stessa che ho provato quando ho visto il premier agitare una scopa nella mano sostenendo di aver pulito Napoli dai rifiuti. Lo ha fatto alzando il tappeto e mettendoci sotto la polvere. Prima o poi tutti se ne sarebbero accorti ed è quello che sta accadendo in questi giorni.

Un’ultima considerazione mi sento di fare in chiusura. In questi anni tanta gente ha protestato contro la discarica nel proprio territorio, salvo poi azzittirsi quando il pericolo veniva sventato e senza intervenire a tutela e in solidarietà degli abitanti degli altri territori. In alcuni casi, addirittura, è rimasta in silenzio dinanzi a sciagurate scelte di aree industriali, poi rimaste vuote, per le quali il loro territorio veniva devastato dalle ruspe al pari di una discarica. Se ciò è successo, ed è successo, dobbiamo capire che con queste battaglie l’ambientalismo non ha guadagnato consensi o nuovi adepti. In qualcosa abbiamo sbagliato e stiamo sbagliando

Maurizio Fraissinet

Già Presidente del Parco nazionale del Vesuvio

e Vicepresidente di Federparchi

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