Il latitante del clan e il nuovo business della marijuana dei Lattari

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droga grottaminarda

L’“erba” è il loro credo e il loro business e cercano di esportarla e di importarla e di guadagnarci il più possibile. Il problema per le autorità è ricostruire continuamente alleanze, contrasti e strategie di tutti i criminali in gioco su un territorio vasto e frammentato.

Così, è accaduto che in poco più di sei anni il clan di camorra “Di Martino-Afeltra” dei monti Lattari, la cui base operativa è nella frazione “Iuvani” tra Pimonte e Gragnano, ha cambiato tattica: non coltiva e non produce più la cannabis nell’area dei monti Lattari ma trasporta ingenti quantitativi prodotti in altre regioni (come in Puglia, e forse all’estero, in Albania) nell’hinterland napoletano, per poi procedere con la rivenduta al dettaglio grazie ad alleanze con altri gruppi.

È questo un primo, importante, dato che emerge dall’inchiesta della polizia di stato sugli affari della cosca a seguito dell’arresto di Antonio Di Martino, 36enne rampollo del boss dei monti Lattari Leonardo alias “‘o lione”. L’uomo si è costituito consegnandosi direttamente agli uomini della sottosezione polizia stradale di Grottaminarda che lo braccava dal 12 ottobre scorso quando è sfuggito alle manette sull’autostrada A16 tra Avellino e Benevento.

In quell’occasione gli agenti, guidati dal vicequestore Renato Alfano, hanno intercettato un carico di 49,5 chilogrammi di droga stipata in una “Fiat 500 L” letteralmente imbottita da marijuana. Sull’auto viaggiavano Francesco Longobardi 42 anni, di Sant’Antonio Abate, e Tommaso Naclerio, 45 anni di Lettere, entrambi già noti alle forze dell’ordine. A fare da staffetta alla prima auto c’era una “Fiat Punto” di colore grigio: a bordo si trovava il reggente della cosca dei Lattari che riuscì a scappare dal veicolo facendo perdere le proprie tracce e dandosi alla macchia. I poliziotti presidiavano quella strada giorno e notte perché, poco meno di un mese prima, avevano sequestrato proprio lì un altro carico di marijuana, pari a 21 kg, arrestando il corriere.

Il gip di Benevento, su richiesta della locale Procura della Repubblica, ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di Di Martino, a quel punto divenuto latitante. Nel frattempo le indagini sono andate avanti. Secondo le autorità le due auto provenivano dalla Puglia e si dirigevano in provincia di Napoli.

Molto è cambiato nella gestione del narcotraffico e negli equilibri di potere sui Lattari, così com’erano stati descritti nell’inchiesta “Golden Gol” del 2010 nella quale i Di Martino furono coinvolti per le piantagioni di canapa indiana a loro riconducibili e per la storica alleanza con il clan “D’Alessandro” di Castellammare. Tra il 2010 e il 2016 si sono succedute nuove indagini da parte di magistratura e forze dell’ordine incentrate su produzione, trasporto e vendita della marijuana (la Forestale poco tempo fa era ad un passo dal dimostrare che alcune piantagioni rientravano nelle proprietà di famiglia).

Intanto negli ambienti criminali qualcosa si è incrinato e tra Gragnano, Lettere e Casola di Napoli si sono consumati fatti di sangue che hanno fatto temere lo scoppio di una faida. Diverse alleanze sarebbero saltate e i gruppi criminali si sarebbero frammentati, tutti desiderosi di una fetta di quel business milionario rappresentato dalla cannabis dei monti Lattari, della cosiddetta “Giamaica italiana”. I Di Martino, in particolare, non produrrebbero più la marijuana a pochi passi da casa ma la importerebbero, a differenza di quanto continuano a fare altre bande di narcos più o meno organizzate.

In questi mesi Antonio Di Martino è stato braccato dalla polizia in ogni angolo del Paese, grazie anche all’incessante attività d’indagine della stradale e degli investigatori del commissariato di Ps di Castellammare, agli ordini del primo dirigente Pasquale De Lorenzo. Tra dicembre e gennaio, infatti, i poliziotti hanno effettuato numerose perquisizioni ed hanno presidiato il territorio con uomini e mezzi per diverso tempo.

Ma i figli di “‘o lione” sono specialisti delle latitanze. Il fratello Michele era stato una “primula rossa” nonostante la condanna incassata per le piantagioni di marijuana nell’ambito del processo “Golden Gol 1” ed era sfuggito alla cattura dall’ottobre 2010, per poi costituirsi, a sua volta, un anno e mezzo dopo, a giugno del 2012. Lo stesso Antonio era già stato latitante. Il 6 marzo 2013, bloccato dai carabinieri a Sant’Antonio Abate mentre trasportava a bordo di una “Fiat 500” oltre 5mila semi di canapa indiana, si era dato alla fuga dopo aver aggredito un militare che finì anche in ospedale. Gli inquirenti ritennero si trattasse di una “partita” utile agli affari di famiglia. In quell’occasione, dopo una lunga latitanza di dieci mesi, si costituì presso il carcere di Napoli Secondigliano.

Il costante lavoro di polizia e carabinieri ha portato, nel solo 2015, al rinvenimento e alla distruzione di oltre 3mila piante di canapa pronte per essere lavorate. Si stima che in totale le forze dell’ordine abbiano sottratto alle casse del narcos circa tre milioni di euro. Un business monitorato anche dalla Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Napoli dopo che nell’agosto del 2013 tre presunti coltivatori furono feriti nell’esplosione di un’autobomba in via Creta a Lettere. Si temette lo scoppio di una vera e propria guerra tra clan camorristici per il predominio dei traffici di droga, e da allora l’attenzione delle forze dell’ordine sul territorio di Lettere, Sant’Antonio Abate e Gragnano è altissima e costante. Quegli equilibri criminali, che tengono sotto scacco intere aree boschive e terreni fertili, sono ancora in bilico.

Francesco Ferrigno