La bellezza e l’inferno

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C’è di tutto in questo libro, lo scritto recensivo, quello saggistico, il resoconto giornalistico e l’editoriale. È la scrittura che si manifesta con tutte le armi per aggredire il reale e rappresentarlo. L’enorme, planetario successo avuto da “Gomorra”, le continue apparizioni televisive di Saviano, il sospetto, la malevolenza che nasce dai propri insuccessi in confronto dei successi altrui, spesso, provoca venefiche reazioni fra gli addetti ai lavori “Giovane scrittore di mondiale successo, dovrebbe fidanzarsi di più e affliggersi di meno” scrive sul “Foglio” del 25 aprile 2008 una certa Annalisa. Seguiranno le scuse del direttore del Foglio. È un esempio di quanto Saviano abbia dovuto subire. Nel frattempo lo scrittore a rischio d’attentato, vive una vita da perseguitato, sempre in movimento, prigioniero dei suoi protettori, desideroso di una scrivania luminosa mentre è costretto ad utilizzare  scrittoi precari, in luogo asettici, per tempi indeterminati. In questa e da questa atmosfera nasce e cresce “La bellezza e l’inferno”. Si vociava di un nuovo libro: doveva denudare i meccanismi del traffico internazionale della cocaina, è arrivato “La bellezza e l’inferno” con il pregiudizio di una minestra riscaldata essendo costruito con scritti  già editi anche se ricostruiti per la bisogna. A sfogliarlo però la sensazione scompare immediatamente. Già il titolo la dice lunga. L’antinomia è apparente perché in fondo il bello, non può che provenire da un viaggio interiore attraverso l’inferno. Saviano trasforma gli articoli in racconti, ne confeziona solo uno ex novo. Il risultato è una sorta di romanzo-mes-saggio tra l’affabulante, il divulgativo e lo scientifico dove il filo conduttore è la funzione della parola come praxis rovesciante, la parola come scalpello che intacca la crosta che nasconde la verità, ma anche come forza propulsiva di conoscenza e di presa di coscienza con il successivo, possibile, consequenziale rinnovamento. Ne “La bellezza e l’inferno” Saviano racconta e raccontando resiste al silenzio in cui, altrimenti, lo costringerebbe la sua vita sotto scorta. Racconta i suoi esordi fra i letterati, lo sguardo sul mondo, l’impegno civile, l’attitudine al giornalismo d’inchiesta. Esamina e comprende che la Camorra non è un semplice fenomeno criminale ma di potere. Ritrae Giancarlo Siani e racconta con la coscienza dello scrittore che ha il dovere di mettere insieme racconto e verità con la mortificazione consapevole di non potere, sic et simpliciter, cambiare le cose. Lo sostiene la speranza-certezza, che le parole, quelle parole, quando penetrandole, cambiano le coscienze, possono rimodellare il mondo. In fondo l’ha già vissuto con Gomorra, il sogno-speranza. Lo ha visto prendere corpo in tre milioni di copie vendute. Per lo scrittore la parola diventa una sorta di pala meccanica capace di portare in superficie, il fenomeno camorra privandolo della dilatazione che nasce dal mistero sconosciuto. Il libro sarà tradotto in molte lingue e letto in tutto il mondo. In tal modo la parola esercita la sua funzione, penetrando nel corpo della realtà, con la forza della denuncia. Da qui arriva l’invito all’accademia dei Nobel di Stoccolma, il suo dialogo con Salmon Rushdie. E’ Rushdie che sottolinea come certa scrittura, sia fastidiosa per chi è abituato a vendersi per lavorare o a fare compromessi per scrivere. Narra della morte di Makeba tra gli africani della diaspora, la sua gente, a Castelvolturno e quella di Biagi o della Politkovskaia, uccisa per eliminare la sua voce, l’indice accusatore contro i crimini in Cecenia. S’interessa del crimine organizzato all’estero, nel Sud America, in Siberia, negli Stati Uniti. Evidenzia, come  il Male abbia di caratteristico la costanza rabbiosa di stringere la vittima tra la sua voglia di vivere e l’impotenza a farlo come vorrebbe. Si preoccupa dei tentacoli della camorra. Potrebbero strozzare anche il territorio abruzzese devastato dal sisma, da ricostruire, con prevedibile arrivo di danaro a pioggia. Narra infine di un altro sogno, quello della “Pulce”, il calciatore argentino Lionel Messi. Pulce, perché tutto in lui era piccolo: i piedi, le gambe, il busto: il sogno di crescere per diventare un campione.
Esemplare anche la storia di Michel Petrucciani, deforme per nascita, che per amore della musica, la costruisce tra sofferenze e limitazioni fisiche sforzandosi di allungare il suo corpo deforme per realizzare una bellezza indescrivibile.  Ecco la bellezza, mostrarsi come si è in realtà, mentre si somiglia all’immagine che si ha mentre  si è visti come si è.
È tutta qui la Bellezza e l’Inferno di Saviano, nella suggestione del bello che non è né semplice né facile da realizzarsi, proprio come l’arte. Cresce e si realizza piano piano, passando attraverso la ricognizione della sofferenza, fino alla resurrezione da tutte le croci. Roberto Saviano, “La bellezza e L’inferno” Scritti 2004-2009 Mondadori euro 17,50.

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Da sempre abituato a vivere con il Gazzettino vesuviano in casa, giornale fondato pochi anni dopo la sua nascita dal padre Pasquale Cirillo. Iscritto all'ordine dei giornalisti dal 1990, ricorda come suo primo articolo di politica un consiglio comunale di Boscotrecase, aveva 16 anni. Non sa perchè gli piace continuare a fare il giornalista, sa solo che gli piace, e alle passioni non si può che soccombere. "Il mestiere più bello del mondo".

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