Salerno: la rassegna “Nuovo Giovani” celebra Manlio Santanelli

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Si chiude domani sera, 30 aprile, la rassegna ‘Nuovo Giovani’, che ha visto il Teatro Nuovo di Salerno ospitare varie compagnie giovani salernitane e del resto d’Italia. La chiusura sarà particolarmente interessante: alle ore 19 ci sarà un incontro col noto drammaturgo napoletano Manlio Santanelli, autore di numerose opere teatrali, molte delle quali tradotte in altre lingue e messe in scena in diversi paesi stranieri. A seguire, con inizio alle 21, si terrà lo spettacolo ‘Il baciamano’, uno dei cavalli di battaglia di Santanelli, interpretato dalla Compagnia salernitana ‘Artestudio’, con Annarita Vitolo e Vincenzo Albano, per la regia di Antonio Grimaldi.

Manlio Santanelli è nato a Napoli nel 1938. Ha lavorato alla Rai dal 1961 al 1980 come sceneggiatore radiofonico e televisivo. Nel 1980 ha pubblicato il suo primo testo teatrale, ‘Uscita di emergenza’, che vinse numerosi riconoscimenti. E’ del 1985 uno dei suoi lavori più famosi, ‘Regina Madre’, tradotto in molte lingue e ancora oggi rappresentato in molti teatri nel mondo. Nelle sue opere Santanelli narra spesso di situazione non ordinarie, assurde, spesso a metà strada tra il comico e il tragico, descritte con una lingua particolarmente viva, un miscuglio di italiano e dialetto, che rende il tutto particolarmente ironico.  La sua scrittura spazia in vari mondi, dal realismo magico, al surreale, alla sferzante satira sociale.

“Il baciamano” è un testo del 1993. Questa la presentazione del regista Antonio Grimaldi:

Allo scoppiare della Rivoluzione Francese nel 1789 non vi sono immediate ripercussioni a Napoli; è solo dopo la caduta della monarchia francese e la morte per ghigliottina dei reali di Francia che la politica del Re di Napoli e Sicilia Ferdinando IV comincia ad avere carattere antifrancese. Il Regno di Napoli aderisce alla I coalizione antifrancese e cominciano le prime repressioni contro le personalità sospettate di “simpatie” giacobine. Ambientato dunque nella Napoli di fine Settecento, è la storia di un uomo e una donna: l’uomo, il Giacobino, rappresenta la politica, forbito nel parlare, le sue parole diventano quasi poesia per chi le ascolta. Si ritrova legato e incappucciato in un luogo freddo ornato solo da lamiere di ferro. Ad attenderlo c’è la Janara, giovane popolana avvizzita prima del tempo. Una ragazza/donna, madre/moglie, picchiata e violentata dal marito. La Janara diventa una sacerdotessa/mantide, uccide per dar da mangiare i suoi figli/dei. In lei è celato un segreto/desiderio che solo le sue vittime conosceranno. L’idea di questo spettacolo nasce dall’incontro tra il regista Antonio Grimaldi e gli attori Annarita Vitolo e Vincenzo Albano, che iniziano un laboratorio di studio sul testo. L’incontro con Santanelli diventa determinante per la comprensione profonda del testo stesso. Da qui la scelta di concentrare il lavoro sulla parola, minimizzando la scena fino a renderla quasi fredda, essenziale…un tavolaccio, uno sgabello, una cornice, una bacinella, un coltello. Quasi spogliata da riferimenti temporali e da elementi decorativi. Una prigione? Un altare del sacrificio? Un mattatoio per corpi e anime?  La parola diventa azione/gesto ripetuto allo spasimo. Un coltello/parola pronto a colpire e a far male. Un tempo/spazio/fine diventa necessario per un azione/fine. Ora non resta che ripulire/asciugare/mangiare e custodire il segreto/desiderio per una prossima vittima?

Presentazione di Manlio Santanelli a Il “Baciamano” diretto da Grimaldi

Spesso sugli spettacoli italiani, in special modo su quelli paludati, si abbatte il vento della noia. Le ragioni sono tante, ma qui mi limito a riferirne due.

1)       Il regista, fin troppo timorato,  si concentra su un pedissequo e pedante trasferimento della scrittura teatrale dalla pagina alla scena

2)       Il regista, portatore sano di un’ipertrofia dell’Io, squinterna il copione inserendovi qua e là     deliranti soluzioni strettamente personali.

Tutto questo non avviene ne “il Baciamano” messo in scena da Antonio Grimaldi. Pur prendendosi qualche libertà in merito alla forma, Grimaldi ha saputo rispettare lo spirito del testo. Dirò di più: non poche volte, grazie anche all’apporto interpretativo dei due protagonisti (Annarita Vitolo e Vincenzo Albano), ha evidenziato molti aspetti della vicenda,  che in altre edizioni – italiane ed estere – erano rimasti allo stadio di vaghi suggerimenti.

Ne è sortito uno spettacolo (mi si passi l’ossimoro) teneramente crudele, in linea con un grottesco di ottima grana; uno spettacolo che punta su un continuo esercizio ‘ginnico’, nel quale la parola e il gesto gareggiano, gemellati dalla finalità di inchiodare lo spettatore alla poltrona; uno spettacolo che risolve i nodi psicofisici della vicenda in una dichiarata carnalità; uno spettacolo che estrae dal testo, in tutte le sue declinazioni, la carica di un erotismo di volta in volta voluto e negato.

In conclusione, questa messa in scena si pone brillantemente al riparo dal vento della noia.

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