San Valentino Torio: l’ultimo “contadino-zappatore”

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Si chiama Alfonso Rispolano classe 1937 (63 anni) originario di San Valentino Torio dove attualmente risiede.

Proviene da una famiglia di cinque figli di cui 4 maschi e una femmina. Gli altri fratelli sono come lui tutti contadini, ma contrariamente ad Alfonso che presta la propria ormai introvabile opera, agli altri tra i quali molti dipendenti Circumvesuviana, coltivano in proprio i loro poderi. Alfonso che vediamo nella foto assieme alla sua zappa, inseparabile strumento  di lavoro, lo abbiamo incontrato nella stazione di Boscoreale mentre di ritorno da una giornata di lavoro, chiedeva indicazioni timoroso di perdersi nei meandri della nuova mastodontica nonché avveniristica struttura.

Rispolano è nonno di due nipotine. Ascoltarlo è un piacere perché il suo colloquiare sa di antico.  Usa un frasario semplice ma pieno di aggettivi che in un disarmante intercalare non manca di rivolgere benevolmente al suo interlocutore, mettendo in risalto il rispetto che quest’uomo ha nei confronti dell’altro.

Una persona semplice, un lavoratore che in anni e anni di duro mestiere di contadino si è visto curvare il corpo tanto da non essere ormai più capace di assumere una posizione dritta. La colonna vertebrale è ormai compromessa ma alla domanda se da ciò derivasse dolore e impedimento, Alfonso ha risposto secco: “Nessuno!”

Aggiungendo subito dopo, forse colpito dalla perplessità di chi gli stava davanti, che è il Signore a volere così, è il Padre Eterno che nonostante ormai la sua schiena sia  piegata in due, gli da la forza di continuare.

La figura di Alfonso probabilmente l’ultimo “contadino-zappatore” per richiamare un termine cantanto da Mario Merola in una delle sue più famose sceneggiate, colpisce perché guardarlo portare a spasso per la città, nel terzo millennio, quel suo attrezzo da lavoro ormai desueto ai nostri sguardi di cittadini,  è un pugno in un occhio. Non si può fare a meno di vederlo, di guardarlo e di restare colpiti per il contrasto con cui la sua sagoma dalla postura prona, imposta da una una probabile artrosi deformante, si staglia contro la moderna realtà nella quale si muove.

A quest’uomo depositario di un’arte antica e faticosissima ma anche della semplicità di gesti e parole che richiamano tempi passati e che ormai non si usano più, non resta che rivolgere un benevolo e rispettoso saluto.

Giovanni Navarone

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