Controluci e ombre

Speranza  [spe-ràn-za] s.f.  ? 1. Attesa fiduciosa di un futuro positivo e, in particolare, che si realizzi qualcosa che si desidera. (S) fiducia,  affidamento.  2. Ciò che costituisce l’oggetto dello sperare (S) aspettativa, aspirazione, sogno.
3. Cosa o persona in cui si spera o si aveva sperato. 4. Una delle tre virtù teologali (fede, speranza e carità).
* * *
Ho passato l’intera estate scorsa all’insegna della disperazione e mi va, a maggior ragione adesso, dopo le sue ultime dichiarazioni, di accogliere con entusiasmo l’invito del prefetto De Martino a combattere il pessimismo e a lavorare per un futuro migliore.
Tuttavia per deformazione, oltre ai significati della parola speranza più noti e sopra riportati, mi va di svelarne un altro, nel nostro caso importantissimo, preso in prestito da una pratica zootecnica che è la speratura.
La speratura consiste nello sperare per l’appunto, ossia osservare in controluce un uovo per verificarne l’avvenuta fecondazione.
Sperare significa, dunque, anche “guardare attraverso”.
Ad attestare la presenza nell’uovo di un embrione saranno per lo zootecnico le ombre in controluce degli organi che lo compongono.
Per noi invece, riguardo alla nostra città, quali saranno mai le cose che d’ora in poi vi possiamo scorgere per ritenerla finalmente fecondata, voglio dire oltre alle solite ombrose e   autoreferenziali inaugurazioni di strade, di monumenti, di centri commerciali e ai soliti muffiti discorsi oleografici?
Ebbene a “sperare” e a “sperarla”, questa nostra Napoli, le ombre da scorgere in filigrana dovranno essere, per onorarli e soprattutto per non perderli, quelle di tutti coloro che sono morti, ad alta voce o in silenzio che l’abbiano fatto, cercando di migliorarla, vittime della sua schizofrenia, delle sue troppe contraddizioni, dei suoi disservizi e delle straripanti strafottenze delle amministrazioni che a turno l’hanno finora  governata.
“Guardarla attraverso” oltre questo tipo di ombre, la nostra città, è avere fiducia che tutto il patrimonio di coloro che ne sono morti, e cioè la loro creatività, il loro lavoro, i loro semi, la loro cultura, cose che avrebbero potuto benissimo lasciare soltanto ai propri discendenti ma che invece hanno messo al servizio del bene comune, arrivi a costituire una nuova Vita visibile nel nuovo che tutti noi potremo, se vorremo, “sperare”.

Speranza  [spe-ràn-za] s.f.  ? 1. Attesa fiduciosa di un futuro positivo e, in particolare, che si realizzi qualcosa che si desidera. (S) fiducia,  affidamento.  2. Ciò che costituisce l’oggetto dello sperare (S) aspettativa, aspirazione, sogno.3. Cosa o persona in cui si spera o si aveva sperato. 4. Una delle tre virtù teologali (fede, speranza e carità).* * *Ho passato l’intera estate scorsa all’insegna della disperazione e mi va, a maggior ragione adesso, dopo le sue ultime dichiarazioni, di accogliere con entusiasmo l’invito del prefetto De Martino a combattere il pessimismo e a lavorare per un futuro migliore.Tuttavia per deformazione, oltre ai significati della parola speranza più noti e sopra riportati, mi va di svelarne un altro, nel nostro caso importantissimo, preso in prestito da una pratica zootecnica che è la speratura. La speratura consiste nello sperare per l’appunto, ossia osservare in controluce un uovo per verificarne l’avvenuta fecondazione.Sperare significa, dunque, anche “guardare attraverso”.Ad attestare la presenza nell’uovo di un embrione saranno per lo zootecnico le ombre in controluce degli organi che lo compongono.Per noi invece, riguardo alla nostra città, quali saranno mai le cose che d’ora in poi vi possiamo scorgere per ritenerla finalmente fecondata, voglio dire oltre alle solite ombrose e   autoreferenziali inaugurazioni di strade, di monumenti, di centri commerciali e ai soliti muffiti discorsi oleografici?Ebbene a “sperare” e a “sperarla”, questa nostra Napoli, le ombre da scorgere in filigrana dovranno essere, per onorarli e soprattutto per non perderli, quelle di tutti coloro che sono morti, ad alta voce o in silenzio che l’abbiano fatto, cercando di migliorarla, vittime della sua schizofrenia, delle sue troppe contraddizioni, dei suoi disservizi e delle straripanti strafottenze delle amministrazioni che a turno l’hanno finora  governata.“Guardarla attraverso” oltre questo tipo di ombre, la nostra città, è avere fiducia che tutto il patrimonio di coloro che ne sono morti, e cioè la loro creatività, il loro lavoro, i loro semi, la loro cultura, cose che avrebbero potuto benissimo lasciare soltanto ai propri discendenti ma che invece hanno messo al servizio del bene comune, arrivi a costituire una nuova Vita visibile nel nuovo che tutti noi potremo, se vorremo, “sperare”.

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Da sempre abituato a vivere con il Gazzettino vesuviano in casa, giornale fondato pochi anni dopo la sua nascita dal padre Pasquale Cirillo. Iscritto all'ordine dei giornalisti dal 1990, ricorda come suo primo articolo di politica un consiglio comunale di Boscotrecase, aveva 16 anni. Non sa perchè gli piace continuare a fare il giornalista, sa solo che gli piace, e alle passioni non si può che soccombere. "Il mestiere più bello del mondo".