Operazione “Goal”: il patto tra D’Alessandro e Di Martino sancito a suon di omicidi

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Paolo Carolei aveva scalato velocemente la scala gerarchica del clan D’Alessandro, grazie ai tanti arresti di personaggi illustri della “famiglia” di Scanzano. Ma anche perché era riuscito a creare una nuova alleanza, inaspettata, sancita tra i due clan che da sempre erano stati rivali nell’area stabiese, i D’Alessandro e i Di Martino-Afeltra. La cosca stabiese e quella gragnanese-pimontese erano state protagoniste di una sanguinosa faida tra gli anni ’80 e ’90, con spaventosi agguati e regolamenti di conti. Poi, improvvisamente, è “scoppiata” la pace, con un’alleanza sancita anche dalla nascita di una coppia. La figlia di Carolei ha da tempo una relazione con Fabio Di Martino, il figlio di Leonardo “o’lione”, e spesso i due hanno fatto visita in carcere al detenuto boss del clan che ha la sua roccaforte a Iuvani, frazione di Gragnano. Anche intorno a questa storia d’amore è stata creata una duratura alleanza. Ma i motivi sono anche molto “pratici”. Gli affari per un clan come i D’Alessandro non andavano benissimo, e per qualche anno il gruppo Carolei si è rinchiuso a cercare una strategia per “rinascere”, con investimenti sicuri e gestione di traffici illeciti. Alle scommesse clandestine, si affiancano attività imprenditoriali più o meno lecite. Ma per fare il salto di qualità, un clan deve avere le spalle coperte e, soprattutto, deve poter gestire lo spaccio di stupefacenti. Ecco l’idea: trasformare i boschi dei monti Lattari in coltivazioni di canapa indiana. Per farlo, però, c’è bisogno di alleati forti e fidati, come i Di Martino che stringono un patto d’acciaio con i D’Alessandro. Ad alcune condizioni: vanno eliminati i “vecchi” capi presenti a Gragnano. In questa alleanza si spiegano tutti gli agguati dell’area stabiese. L’ultimo in ordine di tempo è stato Gennaro Chierchia, alias “Rino o’pecorone”, per anni in forte contrasto con i Di Martino, ucciso lo scorso marzo in un efferato omicidio di chiaro stampo camorristico. Ma prima ancora, bisognava eliminare Carmine D’Antuono, che nel frattempo si era trasferito nella zona di Pescara. Per farlo era stata pensata un’autobomba, progetto che significava anche l’alleanza definitiva con il “neonato” clan Esposito di Santa Maria la Carità, retto da Tonino “o’biondo”. A rivelarlo è proprio il collaboratore di giustizia Antonio Esposito: «Avevo saputo che D’Antuono si era trasferito nella zona di Pescara dove aveva aperto una pizzeria ed un vivaio. Mi ero procurato, tramite una persona di Sora o di Avezzano, anche un ordigno fabbricato artigianalmente e telecomandato con un apparecchio cellulare modificato. Con questa bomba collocata sotto il furgone della sua ditta si doveva effettuare un attentato ai suoi danni e ai danni del figlio Gennaro. L’agguato dinamitardo – ha proseguito in un interrogatorio Esposito – doveva essere effettuato proprio nella zona di Pescara e a collocare l’ordigno ed a premere il telecomando dovevamo essere io e Montagna Ernesto. Questo progetto sfumò perchè il giorno stesso prima di partire per l’Abruzzo, provammo l’ordigno in una campagna e questi risultò difettoso». D’Antuono venne poi assassinato a Gragnano il 28 agosto 2008 assieme a Federico Donnarumma da Catello Romano, reo confesso anche dell’omicidio del consigliere comunale di Castellammare Gino Tommasino. A tal proposito è intervenuto il sindaco di Castellammare, Luigi Bobbio: «Esprimo il mio più vivo apprezzamento per lo straordinario lavoro della Direzione distrettuale antimafia di Napoli e del nucleo investigativo dell’Arma di Torre Annunziata, che hanno eseguito 22 decreti di fermo in relazione a gravi e pericolosi reati».

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