No, ministro Barca. Pompei non muore di sola camorra

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E’ una brutta notizia il ritardo di 6 mesi (troppi per un governo di tecnici) nell’attuazione del progetto per Pompei del valore di 105 milioni di euro. E’ una brutta notizia anche la motivazione illustrata dal Ministro Fabrizio Barca alla commissione di sviluppo regionale del Parlamento europeo, per giustificare il ritardo, dopo i solenni proclami sull’efficienza del progetto, illustrati sia da Monti che da alcuni ministri, ad aprile a Napoli. Vi è anche la forte delusione nell’apprendere che il ministro ha riferito ai parlamentari europei che «A Pompei prevediamo l’apertura dei primi 5 cantieri entro dicembre», in contrasto con quanto annunciato, sempre da Barca, nel giugno scorso: «A Pompei ci attendiamo risultati già prima dell’estate».

No, Ministro Barca, non ci saremmo aspettati che a Bruxelles si giustificasse così: «La pratica ha richiesto tempo perché Pompei si trova in una zona a massima concentrazione di criminalità diffusa. Con il presidente Monti abbiamo voluto garantire che non un solo euro finisse nelle mani sbagliate. Questo ha allungato di alcuni mesi i tempi standard per i bandi».

Ah la camorra! La causa di tutti i mali? Certamente, perché il cancro, quando attacca un sistema debole, lo distrugge, lo piega alle sue logiche di morte.

Già il Ministro per i beni culturali, Ornaghi, ebbe a dichiarare “Via la camorra da Pompei”, lasciando intendere, sembra evidente, che la camorra fino all’avvento del “governo dei tecnici” aveva operato indisturbata nell’area archeologica vesuviana. Dal Ministro ci saremmo aspettati che indicasse se non i nomi, almeno le circostanze che lo avevano indotto a dichiarare l’esistenza di una camorra operativa nell’area archeologica, ma così non è stato.

La camorra, dunque, è la causa di tutti i mali e dei crolli di Pompei? Di alcuni, forse, ma non certamente di tutti. Non dovrebbe essere stata la causa del ritardo nell’inizio dei lavori negli scavi, perché, per il “Grande Progetto Pompei”, il governo ha fatto ricorso a commissioni di superprefetti, ad esperti di elaborazione di bandi “blindati” e a commissioni speciali per la valutazione delle offerte da parte delle imprese. Sembrerebbe che per Pompei il governo ha “rivisitato” le norme sugli appalti per renderle a “prova di camorra” e viene da chiedersi: ma che succede per tutti gli altri appalti pubblici di opere e servizi che si fanno in Campania e in Italia in base alle norme vigenti? Per spiegarci meglio e per capire di più, proviamo a porre alcune domande al Ministro Barca.

Di chi è la colpa dell’inefficienza evidente e non certamente da dimostrare della pubblica amministrazione che opera nella gestione degli scavi di Pompei? Di chi è la colpa se, a quanto pare, si è partiti con progetti non del tutto cantierabili, considerando che la prima stesura del piano per Pompei, approvato dal consiglio superiore dei beni culturali, prevedeva per l’area archeologica pompeiana “solo” interventi per circa 49 milioni di Euro ed altri, invece, da compiersi in altre aree archeologiche della soprintendenza di Napoli e Pompei? Di chi è la colpa del vuoto gestionale del patrimonio culturale della nazione e, in particolare, dell’area archeologica di Pompei? Di chi è la colpa della mancanza di una gestione ordinaria delle attività di manutenzione quotidiana degli scavi archeologici vesuviani, ritenuta, senza ormai dubbi, la vera causa della distruzione, praticamente quotidiana, degli scavi? E potremmo continuare.

Se la risposta è una, cioè la camorra, al governo non resta che prendere atto del disastro sociale, dichiarare lo stato di emergenza, (finalmente vero e non come quello già applicato alcuni anni fa agli scavi di Pompei e gestito impropriamente dalla Protezione Civile) evacuare i cittadini, spiegare tutto al mondo intero che ama Pompei e poi, eventualmente, bonificare il territorio. In caso contrario, la soluzione va ricercata in un reset del sistema di gestione pubblica del patrimonio archeologico. Senza far finta di nulla vanno individuate per prima cosa le responsabilità della cattiva conservazione dell’area archeologica di Pompei. Bisogna poi, una volta e per tutte, farla finita con la logica degli interventi straordinari, spesso tardivi, distruttivi e corruttivi. Infine, ma subito, occorre ripartire con una amorevole e quotidiana manutenzione ordinaria. Semplicemente ordinaria: perché è utile per dare un futuro agli scavi e perchè non piace alla camorra.

Antonio Irlando

Osservatorio Patrimonio Culturale

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