Grandi rischi d’Italia

Nel corso del mese di ottobre, appena trascorso, un evento d’interesse naturalistico ha messo in drammatica evidenza la poca attenzione che noi italiani riponiamo nella conoscenza delle Scienze Naturali.

Era il giorno 22 quando è arrivata la notizia della condanna, in primo grado di giudizio, a sei anni di reclusione, per omicidio colposo, per gli esperti in materia di rischio sismico della Commissione grandi rischi, che nel 2009 dopo una riunione d’urgenza richiesta per le continue scosse di terremoto che da mesi scuotevano l’Abruzzo, ritennero non allarmante la situazione. La decisione si rivelò sbagliata, il sisma colpì, infatti, la notte del 6 aprile provocando 308 vittime, 1600 feriti, circa 20.000 edifici distrutti e 65.000 persone temporaneamente sfollate e miliardi di euro di danni.

Insomma, a distanza di tre anni dall’evento, i giudici del Tribunale dell’Aquila hanno sentenziato che parte della colpa di tutto ciò è degli uomini di scienza. Ad un primo e sommario esame la sentenza sembra essere ragionevole, ed è così che è stata accolta dall’opinione pubblica, che si è affidata al concetto di “chi sbaglia deve pagare”.

A guardar bene, però, le cose non stanno proprio così. La condanna agli esperti e alla scienza che rappresentano, è un chiaro segno di quanto la società italiana sia incapace di giudicare serenamente e in modo competente questioni inerenti le Scienze Naturali, di quanto sia ignorante in ambito di previsione e protezione al rischio sismico, ovvero vulcanico, idrogeologico o di altra tipologia.

Noi tutti chiediamo alla scienza certezze che non può darci, né ora né mai. Pretendiamo che gli scienziati ci dicano con sicurezza <<guarda non andare a dormire in casa, non andare a scuola, non andare a lavorare … pensa solo a salvarti, perché all’ora X del giorno Y accadrà un forte terremoto>>. Una vera assurdità.

È fondamentale capire che la scienza non è assolutamente capace di fare previsioni certe, non esiste al mondo un’intelligenza o una tecnologia in grado di dire <<domani ci sarà un terremoto a l’Aquila, un’eruzione a Napoli, un maremoto in Sicilia o una frana in Calabria>>. Non esiste per il semplice fatto che la natura è imprevedibile.

Questo non significa, ovviamente, che lo studio delle Scienze Naturali è inutile e che nulla possa essere fatto. Utili, in termini di prevenzione, sono le previsioni attendibili dei fenomeni naturali (Forecast) che si basano sulla giusta conoscenza delle dinamiche del territorio, in base a queste è possibile aspettarsi che in una determinata zona del paese avvenga uno specifico evento, se verificano definite condizioni. I dati per questo tipo di previsioni sono forniti dalla scienza, in modo continuo e aggiornato. Spetta alla società, informata e istruita, gestita da amministratori preparati, utilizzarli prevenendo i danni organizzandosi al meglio.

Va assolutamente sfatato, quindi, il mito della scienza da interpellare come l’oracolo prima della battaglia, è necessario capire che l’unica cosa che può fare la scienza è formulare previsione probabilistiche basate sulle informazioni raccolte tramite lo studio metodico e organizzato, il recupero della memoria storica, l’esperienza diretta dei fenomeni e, ovviamente, l’attenta valutazione del contesto sociale dell’area potenzialmente colpita.

Tutto questo gli italiani lo ignorano e periodicamente si fanno trovare impreparati e perciò costretti a contare i danni e piangere i morti, condannando ingiustamente, quasi per sfogo, chi da anni li avverte circa il reale rischio corso.
Come uscire dall’impiccio? La risposta è unica: educazione alla conoscenza delle Scienze Naturali. Solo con una sana e seria politica di educazione naturalistica possiamo diffondere negli italiani un nuovo modo, più razionale, meno arrogante e fatalista, di rapportarsi al sistema Terra.

Gli attori di questo risveglio culturale devono essere la Scuola e l’Università che devono istruire i giovani per prepararli al domani. Inutile sottolineare, purtroppo, lo stato di sciagurata miseria in cui attualmente versano queste istituzioni e con loro lo studio delle Scienze. Fondamentale è anche la valorizzazione dei Musei Naturalistici, è passato ormai mezzo secolo da quando il naturalista Pietro Zangheri avvertiva che “l’attenta visita ad un museo di Storia Naturale ben disposto, dove la parte didascalica sia ben curata, lascia nelle menti, specialmente in quelle giovanili, dei ricordi spesso indelebili, apre le loro menti sui vasti orizzonti che giovano all’equilibrio del pensiero, quando questo era abituato a non uscire dalla cerchia in cui rimane (in una società come la nostra) ancorato al credo che l’uomo tutto comprende nella sua razza e per la sua razza”. Fondamentale è, infine, il lavoro di chi racconta la scienza, i così detti giornalisti divulgatori. Spetta a loro il compito di istruire correttamente gli autodidatti che nei mass media cercano la fonte del loro sapere.

Se nei prossimi anni non si provvederà al rilancio di una riscoperta delle Scienze Naturali nessuna sentenza di tribunale, nessuna condanna, potrà tutelarci dalla prossima catastrofe. Perché il vero grande rischio che in questo momento corriamo è rappresentato dall’inasprimento della diffusa e cronica mancanza di conoscenza.

Ferdinando Fontanella

Twitter: @nandofnt

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