Cara Africa, noi predoni piangiamo i tuoi morti

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È ora di pranzo e a tavola regna il silenzio. A parlare ci pensa lei, la TV. Sullo schermo passano lunghissimi minuti di vergogna: una catasta di morti allineati sul porto di un’isola lontana, è territorio italiano. Altri corpi imputridiscono in fondo al mare che separa la civile Europa dall’inferno Africa. Tra i cadaveri, è certo, ci sono molti bambini. Occhi lucidi, siamo scossi, a qualcuno è passato perfino l’appetito.

La nostra tuttavia non è misericordia sincera, frutto dell’empatia. È un sentimento molto fastidioso, è il senso di colpa che prova il benestante nel vedere il povero, sapendo che la ricchezza è la causa della miseria.

Siamo incapaci di comprendere appieno lo stato d’animo di chi è naufragato a Lampedusa perché abbiamo dimenticato la nostra storia. Non ricordiamo chi eravamo appena l’altro ieri, quando fame e miseria ci costringevano ad attraversare il mare in cerca di una vita migliore.

Di bambini ce n’era un’infinità. In quel caldo, in mezzo alle mosche, nella polvere, spuntavano da tutte le parti, nudi del tutto o coperti di stracci…Ho visto dei bambini seduti sull’uscio delle case, nella sporcizia, al sole che scotta, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie; e le mosche gli si posavano sugli occhi, e quelli stavano immobili, e non le scacciavano neppure con le mani. Sì, le mosche gli passeggiavano sugli occhi, e quelli pareva non le sentissero. Era il tracoma. Sapevo che ce n’era quaggiù: ma vederlo così, nel sudiciume e nella miseria, è un’altra cosa. Altri bambini incontravo, coi visini grinzosi come dei vecchi, e scheletriti per la fame; i capelli pieni di pidocchi e di croste. Ma la maggior parte aveva delle grandi pance gonfie, enormi, e la faccia gialla e patita per la malaria”.

Sembra l’Africa dei bimbi morti affogati, eppure è l’Italia meridionale degli anni trenta, raccontata da Carlo Levi nel suo “Cristo si è fermato a Eboli”. I bambini scheletrici erano i nostri nonni e noi lo abbiamo dimenticato. La memoria è relegata nei libri che non leggiamo più, siamo troppo presi dal benessere e dalla modernità.

Ci sentiamo benestanti perché usiamo il notebook  e il netbook; controlliamo il profilo social; il nuovo iphone per discutere di Balotelli e Higuain superstar; vestiamo col brand di lusso, ci spostiamo in citycar o supercar; e vuoi mettere il volo low-cost per la vacanza alla moda.

La nostra agiatezza è ostentata con cose futili, le stesse che ci inchiodano alle responsabilità. Sono anni che deprediamo l’Africa delle sue ricchezze per costruire il nostro benesse. La tecnologia, il lusso, la moda, le nostre case, sono zeppi di materie prime: coltan, diamanti, oro, rame, petrolio, gas naturale, ecc., sottratti ai popoli africani. Facciamo di tutto affinché queste persone vivano nella miseria e nel disordine sociale per pagare il meno possibile risorse che noi non possediamo.

Accipicchia, è già ora di cena. A parlare sempre lei, la TV. Sullo schermo passano lunghissimi minuti…

Ferdinando Fontanella

Twitter: @nandofnt