Il nespolo di Verga

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Un tempo i Malavoglia erano stati numerosi come i sassi della strada vecchia di Trezza; ce n’erano persino ad Ognina, e ad Aci Castello, tutti buona e brava gente di mare, proprio all’opposto di quel che sembrava dal nomignolo, come dev’essere. Veramente nel libro della parrocchia si chiamavano Toscano, ma questo non voleva dir nulla, poiché da che il mondo era mondo, all’Ognina, a Trezza e ad Aci Castello, li avevano sempre conosciuti per Malavoglia, di padre in figlio, che avevano sempre avuto delle barche sull’acqua, e delle tegole al sole. Adesso a Trezza non rimanevano che i Malavoglia di padron ‘Ntoni, quelli della casa del nespolo, e della Provvidenza ch’era ammarrata sul greto, sotto il lavatoio, accanto alla Concetta dello zio Cola, e alla paranza di padron Fortunato Cipolla.”.

Per Giovanni Verga i Malavoglia erano “quelli della casa del nespolo”; ma l’albero da noi immaginato corrisponde realmente all’essenza raccontata dal grande scrittore siciliano? Se la nostra cultura naturalistica non è sufficientemente ampia la risposta è, probabilmente, no.

nespoleOgni buon lettore ha in dote una fervida immaginazione, che consiste nella facoltà di creare nella mente immagini rappresentative della realtà narrata nel testo. In questo processo il pensiero provvede a comparare quanto letto con l’insieme delle conoscenze, la risultante è una figura immaginaria a noi famigliare. L’accuratezza, o per meglio dire, l’esatezza di queste fantasie letterarie, dipende in larga misura dall’affinità culturale tra il lettore e l’autore. Cosa che diventa sempre più labile col passare del tempo. Il nespolo da noi immaginato è identificato dalla scienza come Eriobotrya japonica: pianta sempreverde, vagamente esotica, che in primavera produce gustosissimi frutti di forma ellittica, giallo-arancioni, dalla succosa e zuccherina polpa biancastra e dai grandi semi marroni.

mespilus_germanicaL’albero dei Malavoglia è, invece, sicuramente una specie diversa, Mespilus germanica: essenza caducifoglia, “Il nespolo lasciava cadere le foglie vizze, e il vento le spingeva di qua e di là pel cortile”, dal frutto invernale, piriforme, marrone, che per essere mangiato necessita di un periodo di ammezzimento. Del resto nella seconda metà dell’Ottocento, periodo storico in cui si svolge la vicenda narrata da Verga, la casa di padron ‘Ntoni non poteva avere un nespolo del giappone nel cortile. Questa pianta in quel tempo doveva essere molto rara, fu introdotta in Italia, nell’Orto Botanico di Napoli, solo nel 1812. Al più poteva trovarsi, come curiosità botanica, nel parco di qualche villa aristocratica, non certo nell’umile casa di pescatori.

Mentre il nespolo comune è pianta conosciuta da lungo tempo; coltivarlo nel cortile assicurava saporiti frutti, ristoro e compagnia “nell’estate ci avrà lì vicino il nespolo per fargli ombra” e fungeva da segnatempo “Il nespolo intanto stormiva ancora, adagio adagio, e le ghirlande di margherite, ormai vizze, erano tuttora appese all’uscio e le finestre, come ce le avevano messe a Pasqua delle Rose.”.

Tutte cose che la nostra cultura, superficiale e distratta, non è più in grado di apprezzare. A pagarne le conseguenze anche la nostra fantasia, costretta a barattare il povero nespolo con un aristocratico albero esotico.

Ferdinando Fontanella
Twitter: @nandofnt

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