“Kallipolis” la città dagli affari d’oro

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OLYMPUS DIGITAL CAMERASi può riscrivere la società, ispirandosi all’etica e alla legalità, attraverso libri-denuncia e articoli giornalistici, firmati da penne argute e critiche. E’ un’impresa ardua, ma non impossibile da realizzare. Con l’impegno di reporter, scrittori, registi cinematografici, teatrali e televisivi, l’Antistato, negli ultimi decenni, è sempre più esaminato e sconfitto nelle sue radici tentacolari e nei suoi legami con i colletti bianchi.

“La rivoluzione culturale richiede tempo, ma alla fine trionfa. In alcuni paesi campani, ostaggi della camorra, era utopistico, fino a pochi anni fa, parlare di criminalità organizzata. Oggi la gente attraversa quelle strade, sporche di sangue, con cortei e fiaccolate  – afferma Giuseppe Porzio, autore di “Kallipolis”, edito da A&A e pubblicato nel 2012, “quella stessa gente – aggiungo – oggi grida a voce alta: No alla camorra. E tutto ciò avviene laddove regnava l’omertà e dove si negava addirittura l’esistenza della malavita”.

Lo scrittore quarantenne ha deciso di pubblicare il suo primo libro, ispirandosi a quei personaggi politici e di potere in generale che, se rispettati quasi con timore reverenziale dai giornalisti in erba, quella stessa deferenza, si tramuta poi in diniego delle loro affermazioni, non appena si comprende che alle nobili parole, alle promesse del “politico indignato”, spesso non fanno eco i cambiamenti tanto auspicati.

Nella prefazione, curata da Don Tonino Palmese, referente campano dell’associazione “Libera contro le Mafie”, si legge che “Il romanzo di Giuseppe Porzio è il resoconto di un inviato di guerra … la guerra che il malaffare dichiara alla civiltà, alla democrazia e alla gente che nasce innocente e la si trasforma in monadi rinchiuse nel proprio interesse e talvolta nella ricerca della strada per la propria sopravvivenza. Vittime e carnefici allo stesso tempo. Vittime di un sistema sociale e politico che li rende sudditi. Carnefici verso il proprio destino.”

Carlo De Matteis, uno dei personaggi del romanzo, è un giovane articolista che sogna l’elzeviro. Il suo direttore gli chiede di scrivere una notizia di politica e Carlo assiste ad un discorso elettorale, infarcito di nobili parole, quali: trasparenza, dignità, partecipazione dei cittadini. Nel contempo, ascolta off the record (in modo confidenziale) chi parla di favori, di voto di scambio e di un certo Don Armando. Rileggendo, però il suo articolo, pubblicato in prima pagina, avverte che “… si ha la sensazione  di aver raccontato, in quel pezzo una realtà di facciata, la narrazione di una recita ben fatta e per questo degna d’applausi”. Questo è lo stato d’animo che pervade soprattutto i giornalisti principianti, quando intervistano, le prime volte, uomini di potere e comizianti esperti. Si rendono conto, poi, di aver dato credito a un marasma di parole e a chiacchiere da applausi.

Il vero giornalismo deve essere libero e mai fazioso, e non deve sottostare ai ricatti delle lobby o di altre pressioni.

Il giornalista siciliano Giuseppe Fava, ucciso da Cosa Nostra nel 1984, poco prima di morire, nel 1981, scriveva, ne “Lo spirito di un giornale”:

<<Io ho un concetto etico del giornalismo. Ritengo, infatti, che in una società democratica e libera quale dovrebbe essere quella italiana, il giornalismo rappresenti la forza essenziale della società. Un giornalismo fatto di verità impedisce molte corruzioni, frena la violenza della criminalità, accelera le opere pubbliche indispensabili, pretende il funzionamento dei servizi sociali, tiene continuamente all’erta le forze dell’ordine, sollecita la costante attenzione della giustizia, impone ai politici il buon governo.>>

Il giornalismo, pero’, deve fare i conti con la società che spesso non favorisce né il rispetto per l’etica né per la deontologia professionale. “Adesso a chi ci rivolgiamo per avere in breve tempo una visita in ospedale?” “Me la vedo io!” Quante volte abbiamo ascoltato e pronunciato noi stessi frasi del genere per ottenere un diritto che, in molti contesti, si trasforma in un favore, a cui disobbligarsi magari con un voto?

“I favori da restituire non sono sempre facili e condivisibili da esprimere attraverso una preferenza elettorale, bisogna battere i pugni per ottenere un nostro sacrosanto diritto, altrimenti questo sistema non cambia mai” – dichiara con energica convinzione il giornalista di cronaca nera, giudiziaria e conduttore del Tg di Canale 8. Lo scrittore di Grumo Nevano afferma che “Se non denunciamo, il malcostume continuerà a ripetersi. Come si evince dalla copertina, una mano che racchiude un paese, il potere non è rappresentato dalla moltitudine delle persone che vi abitano, ma da pochi che si contano sulle dita di una sola mano”.

Porzio ha incoraggiato i ragazzi dell’Istituto Comprensivo Statale “Giampietro Romano” di Torre del Greco, nell’ambito dell’ “Invito alla lettura. Chi legge spicca il volo”,  a leggere, a studiare perché la vera forza è nella cultura. “Dobbiamo imparare, avere la capacità critica, capire ciò che ci dicono, essere curiosi.” “Credete a quello che vedete e non a quello che vi dicono e cercate di dare un vostro giudizio, con argomentazioni forti e convincenti, confrontandovi magari con altre cento persone”. Il tesoro nascosto di Napoli,  non è né il denaro, né è chiuso in un caveau di banca. Giuseppe Marotta, autore de “L’oro di Napoli” (1947) una raccolta di 36 elzeviri, in precedenza pubblicati sul Corriere della sera, ritraggono un quadro pulsante di vita, delusioni e speranze di Napoli. Lo stoicismo sempre fedele del popolo napoletano è di rialzarsi, di non arrendersi mai, di cavarsela anche quando molti altri non si sarebbero più rialzati. Questo è il vero oro di Napoli.

Il giornalista Carlo De Matteis, nel romanzo di Porzio, presentato il 15 aprile nella sala teatro dell’Istituto diretto da Maria Aurilia, preferisce la strada più semplice: non lottare contro la camorra, anzi è essa stessa il suo datore di lavoro. Questa sua scelta sembra di ignorare la morte di alcuni suoi colleghi. Il film “Cento passi” di Marco Tullio Giordana, ad esempio, è dedicato alla vita e all’omicidio di Peppino Impastato nel 1978, così come in “Fortàpasc” di Marco Risi (2009) si descrive la breve esistenza e la tragica fine del giornalista Giancarlo Siani, assassinato a 26 anni e, l’anno scorso, nei cinema italiani, grande risonanza mediatica ha avuto “La mafia uccide solo d’estate” di Pierfrancesco Diliberto che rappresenta la mafia senza indulgenze celebrative.

“A che serve vivere se non c’è il coraggio di lottare?” diceva Giuseppe Fava. Questa è la lezione che dovremmo tutti condividere e farne tesoro.

 Rossella Saluzzo

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