Una lettera di riflessioni sul PD torrese, che stravince, o forse no, le elezioni

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Abbiamo ricevuto una mail dal signor Claudio Bergamasco alla quale era allegata un’analisi del voto torrese ed in particolare sul comportamento politico ed elettorale del Partito Democratico. Non conosciamo direttamente il signor Bergamasco, ma, letta la nota che ha voluto inviarci, ci siamo convinti che la sua sia una lucida e dettagliata analisi.

Per questo motivo abbiamo deciso di pubblicarla ed offrire quanto scritto da Bergamasco ai nostri lettori. Siamo sicuri che sia un’analisi fatta in maniera equilibrata. Speriamo che i nostri lettori possano apprezzarla e magari lasciare un proprio commento.

sede pd

Egregio direttore,

I numeri del voto per il rinnovo del Parlamento Europeo nella nostra Città mi spingono a svolgere alcune considerazioni che, credo volutamente, sono state invece taciute da chi si è affrettato a commentare trionfalmente questi risultati.

Parto, però, da una premessa: se tra le rappresentanze locali delle forze politiche ve ne è qualcuna che può dirsi soddisfatta dell’esito di questa tornata elettorale quella del Partito Democratico è senz’altro la più titolata a farlo.

Infatti, quando affermano che con il 45,84% dei consensi conseguiti si è fatto meglio perfino della già ragguardevole performance nazionale i vertici torresi del PD esprimono un’evidente realtà.

Nello stesso tempo, però, mancano di un’analisi complessiva e rigorosa, tirando in ballo determinati raffronti statistici ed ignorandone altri, forse più “scomodi”.

Difatti, ragionando in termini di voti assoluti si può notare che il PD, con 6.297 preferenze, ha raccolto praticamente lo stesso numero di suffragi ottenuti nel 2009 alle precedenti Europee (furono 6.226, pari “solo” al 34,59%). All’epoca si trattò di un risultato onorevole, ma ben lungi dall’essere “clamoroso”. La domanda che ne consegue, allora, è: come si può oggi, con gli stessi numeri di cinque anni fa, parlare di “boom” elettorale?

Pur riconoscendo un avanzamento, dovuto forse proprio all’effetto Renzi, rispetto al voto politico di quindici mesi fa (5.469 preferenze di lista), è opportuno notare come, mentre il dato nazionale ha visto, nonostante la bassa affluenza, il partito del premier riuscire, con 11,2 milioni di voti, quasi ad eguagliare il record dei 12 milioni di consensi del PD di Veltroni nel 2008, a Torre Annunziata si sia rimasti molto distanti dal dato di quelle elezioni (si toccò quota 8.873, oggi sono circa i 2/3 di allora). Dunque, mentre dappertutto i Democratici tornano a “sfondare” anche in un elettorato tradizionalmente non progressista, qui i numeri rimangono gli stessi, nonostante Renzi.

Da questa prospettiva quel 45,84% da record appare inspiegabile. Eppure è un dato reale. Com’è possibile? E’ possibile se si tiene conto di altri valori che invece, con furbizia, sono stati ignorati, in quanto avrebbero reso estremamente relativo tutto il resto.

Mi riferisco alla partecipazione al voto, che a Torre Annunziata è stata drammaticamente scarsa. Si è, infatti, recato alle urne appena il 42,27% degli aventi diritto, cioè quasi in 6 su 10 hanno disertato. Significa un -15% rispetto alla già bassa affluenza nazionale, quasi il -10% confrontata a quella regionale. C’è, dunque, un problema locale.

E c’è, dunque, un serio problema politico che si pone per tutte le forze in campo, anche per quelle che in apparenza si sono comportate meglio. Perché oggi l’astensione non è pigrizia dell’elettorato ma distacco, se non addirittura disgusto. Fuoco che cova sotto la cenere.

Il Partito Democratico torrese, quindi, ha saputo, devo riconoscere, con merito, preservare lo zoccolo duro del proprio elettorato, anche perché è riuscito a fare (altre forze nemmeno quelle) almeno le cose basilari: mantenere una sezione aperta, fare attività costante nel tempo, far sentire la presenza dei propri rappresentanti nelle Istituzioni. Tenere vivo un legame con il territorio, insomma.

Ora, però, a chi nel PD ha salutato questo voto con l’aria di chi ha superato un esame particolarmente difficile dico che il PD, invece, è oggi più che mai atteso da una serie di sfide. Si può arrivare anche al 50%, ma se a votare sono in 4 su 10 vuol dire che per ogni due elettori del partito ve ne sono otto che si comportano diversamente. In queste condizioni può davvero stare tranquilla una forza a vocazione maggioritaria? C’è tanto elettorato ancora da conquistare, dunque.

A chi, con scaltrezza, nel tentativo di archiviare in fretta i controversi capitoli della storia recente del partito, ha parlato di un voto che premia anche le scelte operate sul territorio chiedo: e se, invece, lo spaventoso numero di elettori che hanno deciso di rimanere a casa fosse dovuto anche a quegl’incomprensibili fenomeni come il trasformismo di ritorno che ha coinvolto il sindaco Starita e al quale il PD non ha potuto, o voluto, opporsi, nonostante i proclami del passato, e che per ora ha prodotto soltanto la fine, senza apparenti validi motivi, di una dura stagione di opposizione, il tutto mentre la Città è allo stremo? Si fosse riusciti almeno a dare nuovi impulsi all’azione amministrativa, così come il nuovo premier ha saputo fare col governo delle poco amate larghe intese!

E, ancora, si parla di radicale “cambiamento di verso” anche a Torre Annunziata eppure, soltanto sei mesi fa, alle primarie che incoronarono Renzi, qui si registrò la vittoria, assolutamente in controtendenza, della minoranza nazionale, la stessa che fino a pochi giorni fa, con la proposta Chiti, cercava di fare lo “sgambetto” a quel progetto di riforme che ha avuto un appeal decisivo sull’elettorato.

Una scelta congressuale assolutamente legittima, ma c’è da chiedersi se, ora, non possa rappresentare un handicap. Quanto credito potranno avere nel far valere le istanze territoriali gli ultimi giapponesi rimasti a presidiare una linea di conservazione interna uscita largamente sconfitta e ridimensionata dagli esiti delle votazioni congressuali ed europee?

Il punto, allora, è un altro. E’ auspicabile, “adesso”, che anche nel PD torrese si possa assistere ad un radicale “cambiamento di verso”. Ci sarà la volontà, la capacità, il coraggio per lanciare la sfida del cambiamento? O a cantare vittoria sarà ancora quel Partito Democratico che, probabilmente, Renzi non vorrebbe?

Claudio Bergamasco

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