Ville di Stabia. Scandalo: set fotografici e tacchi a spillo

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Dalle nostre parti, specialmente negli ultimi anni, è cresciuta vertiginosamente una vera e propria economia matrimoniale, basata su spese folli che a loro volta alimentano un indotto notevole fatto di negozi di abbigliamento, trucco, parrucco, addobbi floreali, banchetti luculliani e naturalmente di fotografi con le relative agenzie. Non ci permetteremmo di discutere questa consolidata “tradizione”, kitsch e a tratti pure cafonesca a dire il vero, se non fosse per l’incalcolabile portata di danni che procura al nostro patrimonio culturale ed archeologico.  É sempre più frequente infatti che gli sposini, per coronare il loro sogno d’amore, scelgano per le foto ricordo alcuni dei siti più importanti e delicati del nostro panorama archeologico L’elenco è abbastanza lungo, quanto impietoso: Olpontis, Baia, Ercolano, Pompei.

Questa volta è toccato alle Ville di Stabia. Non che il fenomeno sia del tutto sconosciuto: è da anni che le coppie entrano indisturbate a Varano per una serie di scatti, seguite da un codazzo di parenti, amici e di immancabili fotografi. Un’accozzaglia festaiola alla quale giustamente poco interessa il sito. Perché l’unica cosa che conta sono gli sposi. Ma il nostro discorso non vuole prendere di mira gli sposi, ma il sistema di accesso e di sicurezza alle ville. Possibile che i custodi non vedano o non s’accorgano dell’imperversare di queste fiumane? Possibile che non sentano la necessità di scortare il corteo nuziale durante gli scatti? Ancora: non dovrebbe esistere un regolamento che disciplini la fruizione del patrimonio archeologico per scopi assolutamente privati? E quanto c’è di vero nei rumors che ronzano intorno a presunte mazzette che i custodi intascherebbero per tacere o girarsi dall’altra parte?

Queste domande sono legate da una sola risposta: la gestione latitante del complesso archeologico di Varano. É da tempo che lo denunciamo. A Varano manca tutto: infrastrutture, vigilanza, sicurezza; ma soprattutto mancano le Istituzioni, su tutte la Soprintendenza di Pompei e la chimerica Ras, quest’ultima scomparsa dalle scene come un attore a fine carriera. Questo spiega perché le Ville di Varano siano diventate una zona franca, un porto di mare nel quale tutti possono entrare e soddisfare le esigenze più intime, anche quella di “confezionare” l’amore coniugale. In fondo, le Ville stanno lì per questo non è così?

Stavolta però ritengo si sia esagerato. E le foto allegate a questo pezzo lo dimostrano: tacchi a spillo inchiodati in affreschi fragilissimi, pose da mare e da vaiasse su mosaici antichissimi rappresentano l’ennesima minaccia a cui le Ville di Stabia sono sottoposte. Eppure, qualcuno – con gusti certamente discutibilissimi – ha il coraggio, o lo stomaco se preferite, di parlare di bellezza. Bisogna al contrario parlare di degrado, di inciviltà, di barbarie, di mortificazione del bello, di mercificazione della cultura, dello svilimento della nostra ricchezza.

La carrellata di immagini offerta assomiglia più a un postribolo, onestamente. Un bordello fatto di passeggiatrici e tacchi a spillo. Onestamente, è troppo e credo che anche all’indecenza vada posto un limite. Per questo, chiediamo l’intervento immediato e repentino delle Istituzioni, in maniera particolare del Soprintendente Massimo Osanna. Serve una presa di posizione tempestiva e soprattutto chiara. Lo chiediamo noi, operatori della comunicazione, ma soprattutto lo chiedono i cittadini che si stanno mobilitando in queste ore con mail di protesta indirizzate alla Soprintendenza pompeiana. È tempo per quest’ultima di chiarire la sua posizione nei riguardi di Stabia, che non merita il trattamento fino ad oggi riservatole, quello cioè di un sito periferico e precario, al quale manca solo di trasformarsi in una casa di appuntamenti per emulare i lupanari di un tempo.

Angelo Mascolo

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