La “Carmen” e il randagio, i due volti di Pompei

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La “Carmen”, con il suo fascino oscuro e terribile da novella Medea,  diffonde un caldo e dolce veleno nelle viscere del Teatro Grande di Pompei. La Siviglia assolata e ferale, con le sue sigaraie, toreri, zingari, superstizioni e donne fatali muta pelle alla città sepolta, la assedia e la conquista riscaldandola col suo ritmo incalzante e gitano, in cui l’odore della passione satura l’aria lasciandosi  dietro un cupo presagio di morte.

A incarnare il sogno tragico di Prosper Mèrimèe è il Balletto del Sud di Fredy Franzutti che costruisce un discorso coreografico in due atti alternando le note di Bizet, Albèniz, Chabrier e Massenet. La compagnia leccese (Chiara Mazzola – Carmen, Francesco Cafforio – Josè, Alessandro De Ceglia – il torero Escamillo, Angelo Egarese – il capitano Zuniga, Vittoria Pellegrino – Micaela) trascina per due ore serrate il pubblico in un caldo vortice di danze torbide e conturbanti, dall’habanera de “L’amour est un oiseau rebelle” alla canzone del Toreador.

Ma anche Pompei cambia pelle alla “Carmen” e la colora coi suoi immancabili fuori programma. Durante l’assolo del torero Escamillo un pastore tedesco, che da alcuni minuti assiste quieto alla rappresentazione, sale sul palco mettendo a dura prova l’equilibrio e i nervi del ballerino che regge stoicamente con perizia fino all’arrivo dei tecnici di scena che allontanano il randagio.

L’ultimo, fragoroso e meritato, applauso sulle note della “Carmen” fa calare il sipario sulla prima edizione del Pompei Festival inaugurato dal successo e dal clamore di una “Bohème” magica e suggestiva. L’evento, organizzato dall’associazione “Sviluppo Sinfonico” di Veronesi, titolare di una concessione quadriennale per la realizzazione di spettacoli negli Scavi, vanta un avant programme 2015 di tutto rispetto (Tosca – Carmen – Aida) che promette di replicare il grande riscontro di pubblico e di critica dell’esperimento odierno.

Così si delineano i due volti di Pompei. Come una forma pura, riflessa nell’acqua increspata dalla vibrazione delle note dell’aria, la città sepolta è divisa tra l’empireo della musica e le bolge dei randagi vagabondi, tra lo splendore delle sue rovine e la ferita dei crolli, l’incanto del Teatro Grande e lo sfregio del “restauro”.

Si spera che il Festival e iniziative analoghe possano illuminare e far crescere il primo volto, quello della bellezza, affinchè il secondo, quello dell’inferno, possa essere, non coperto, ma ridotto aritmeticamente fino a sparire e riconsegnarci una Pompei senza ombre né nei.

Claudia Malafronte

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