La Pasqua del buon governare

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Riusciranno città e comunità che sembrano essere sprofondate nel baratro fatto di anarchia, disordine, delinquenza e invivibilità a riscattarsi e rigenerarsi?
Alla domanda c’è (forse) una sola risposta: riusciranno a farlo soltanto occupandosi di amministrare esclusivamente nel rispetto dei diritti delle regole, del bene e del patrimonio comune di valori, cultura e risorse territoriali.
Ma è possibile trasformare realtà che sembrano ferme, talvolta pietrificate ad un’epoca molto lontana di decenni dalla contemporaneità? Sarà mai possibile farlo quando ad occuparsi dei processi inevitabili di cambiamento e innovazione delle società in cammino, sono quasi sempre, almeno da queste parti, le stesse persone e le stesse logiche che da troppo tempo difendono solo gli interessi di gruppi, piuttosto che delle comunità?

Le risposte, sia pur permeate di sfiducia e di abbondanti dosi di “tanto non cambia mai niente”, devono essere intrise di speranza e ottimismo: il cambiamento è possibile purchè si decide di esserci e di condividere bisogni e sogni di ognuno.
La politica e la classe dirigente che esprime sono il frutto (buono) di un lavoro fatto nella quotidianità della vita di ciascuno e di comunità complesse, dove le diversità culturali ritrovano le ragioni per stare (bene) insieme. Se, al contrario, la politica si alimenta di logiche di bottega, la dirigenza che esprimerà sarà il frutto (cattivo) della logica della tribù, riunita per immaginare di dividersi un bottino: tutto, naturalmente, alla faccia del bene e dei beni comuni. Queste le evidenti condizioni che aprono le voragini dello squallore nelle quali sprofondano praticamente ( e politicamente) tutti, nessuno dalle due sponde escluso.

Se è vero che “la povertà è l’energia per costruire il futuro” è necessario che tutti la riconoscano. Per riconoscere quest’energia rivoluzionaria bisogna “uscire” dall’egoismo e dai gusci fragili delle caste. “Uscire significa anche respingere l’autoreferenzialità in tutte le sue forme – ha detto recentemente Papa Francesco – significa saper ascoltare chi non è come noi, imparando da tutti con umiltà sincera”. Quando la politica riscoprirà questo valore, partendo dalle piccole e difficili realtà territoriali, ripartirà la vita di città agonizzanti e si rigenererà il valore della politica.
Però occorre far presto, molto presto, prima che sia troppo tardi.
Così si riscopre la Pasqua del buon governare.

Antonio Irlando

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