“E Spingule Francese”: la celebre canzone scritta da Salvatore Di Giacomo ha origini pomiglianesi

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spingule francese pomiglianoTutti noi, partenopei e non, conosciamo la celebre e storica canzone “E Spingule Francese”, da qualche anno portata alla ribalta e resa nota ai contemporanei da Massimo Ranieri.


La sua edizione, della Ricordi, risale al lontano 1888 ad opera dell’autore per antonomasia della canzone classica napoletana e forse tra i maggiori poeti della nostra terra, Salvatore Di Giacomo, scomparso nel 1934 e di Enrico De Leva, scomparso nel 1955, musicista lieve, dolce e dalla grande sensibilità, dalle partiture sognanti e che richiamano con una eco attualissima dall’andatura a vortice lo specchio vivido della memoria. La musica sa raccontare le parole e nasce, caso rarissimo, secernendo con grazia estetica le atmosfere, da esse stesse, senza tuttavia essere mero accompagnamento. Il De Leva era, tra l’altro, amico di D’Annunzio ed in seguito sarà autore di romanze di successo, una delle quali, “La Camargo” verrà diretta anche dal Maestro Arturo Toscanini.

E non è un caso che mi sia soffermato sul musicista e sulla sua musica da rimembranza, da corrispondenza con una dimensione magica e traslucida, in bilico tra allegrezza e sogno. L’ho fatto perché, pochi sanno, che la canzone in questione ha origini pomiglianesi ed è stata solo riscritta dal Di Giacomo, ovviamente con sapienza e maestria, dandole un significato ironico e quasi morale, di interesse socio-antropologico, specchio di una realtà e di una visione del mondo del tutto peculiare per i napoletani, una serie di virtù e valori espressi anche in altre canzoni classiche nostrane.

“E Spingule Francese” ebbe sin da subito un successo clamoroso in tutto il mondo, oltre alla reinterpretazione fatta dal Ranieri, per tutto il Novecento fu cantata da illustrissimi artisti, da Giacomo Rondella a Sergio Bruni, passando per Renato Carosone e giungendo sino a Roberto Murolo. Per non parlare del successo che ebbe una volta editata, superando i confini nazionali e divenendo nota in tutte le corti europee, tanto che leggenda vuole che l’imperatore Guglielmo II di Germania, in visita a Napoli, pretese che la fanfara militare suonasse la “nostra” canzone al suo passaggio.

Origini pomiglianesi dunque, che non sempre sono state poste in evidenza, non sempre sottolineate. La prova è nei volumi scritti da Vittorio Imbriani ed Antonio Casetti nel 1871 ed editati sotto il titolo di “Canti Popolari delle Province Meridionali”. Si tratta di una opera di colossale bellezza, enciclopedica, che non si limita ad essere una crestomazia ma, a tratti (come costume dell’Imbriani anche in altre opere, tra cui la “Novellaja Fiorentina” –in cui però sono racchiusi interessantissimi “cunti”, cioè racconti-) al testo lirico è sottesa una sommaria ed intensa spiegazione, di carattere storico o più spesso contenutistico, configurando, talora, una sorta di prosimetrum gustosissimo e stimolante.
Il canto in questione è presente, sotto la voce Pomigliano d’Arco, al paragrafo 248 e ci è riportata una duplice versione del testo, l’una completa, l’altra contratta, limitata ad un’unica stanza.

Il testo pomiglianese è il seguente : “’Nu juorno mme ne vavo casa casa/ Vavo vennènno sbincole francese./Esce ‘na nenna da dinte a ‘na casa: / — « Quanta sbincole daje ppe’ ‘no tornese? — / — f Io non le benco a grano e manco a tornese. / Le benco a che mme dona duje vasi . — / — « Bello figliulo, non parla’ de vasi , / Tengo ninno mmio, ca è ‘no ‘mbiso » . — /— Nenna, si mme li duone duje vase, / « Io te dono le spincole e pure ‘a spasa » . — / — « Te l’aggio ditte, no’ parla’ de vase, / Ca’mbocca a la porte mmia tu nce sì’acciso”. La variante contratta è più semplicemente: “’Nn juorno mme ne jette ‘maro *maro,/Jeve yennenno sbincule francese./ r nu* le benché a grane e nu’ a tornese, / Li donche a chi mmi ra quatte vase”. Il significato è interessante, soprattutto analizzandolo in contrapposizione con la versione del Di Giacomo del 1888. Nella versione contratta il venditore ambulante semplicemente canta il desiderio di barattare la sua mercanzia per qualche dolce bacio. La versione completa è più simile al testo del poeta partenopeo, almeno nella parte iniziale. C’è un venditore di “Spingule Francese”, ossia delle cosiddette spille da balia, dette francesi poiché furono gli stessi a renderle note a Napoli intorno al ‘700, secondo alcuni, secondo altri perché spilla da balia si dice a Napoli spingula ‘e nutriccia, francesismo di nourrice. Interessante notare anche alcune variazioni semantiche, le “spingule” napoletane sono a Pomigliano dette “sbingule” mentre il mercante straniero dice “spingole”. Costui, passando per una delle abitazioni pomilie è richiamato dalla voce di una dolce ragazza che gli chiede quante spille da balia può acquistare pagando un tornese. Ora, il tornese è una moneta di rame emessa dagli Aragonesi a Napoli alla metà del XV secolo e battuta fino al 1861, ma è anche sinonimo di bacio. Ed è proprio questa “allegoria” che induce il mercante a desiderare qualche bacio, due per la precisione, come fossero mercanzia, un paio, dalla bella ragazza.

Ma la ragazza è ferma, non solo le ricorda di avere il ragazzo, ma addirittura che sulle sue labbra, comunque sia, non c’è spazio per la sua bocca, la stessa che baratta, in un delizioso gioco di parole, sulla soglia della sua porta di casa/ del cuore il limite del suo, subitaneo, amore.
La versione pomiglianese è più concisa e concreta, Di Giacomo ha aggiunto alcuni pezzi, talora per darne una venatura più poetica, come “Pízzeche e vase nun fanno purtóse / e puo’ ghiénchere ‘e spíngule ‘o paese” ossia pizzicotti e baci non fanno fori, come quelli intelaiati dalle spille, cioè non si barattano. Ma ciò che muta è il finale, parte totalmente mancante nella versione antica di Pomigliano. Secondo il testo di Di Giacomo il venditore, al fine, si ravvede “Agge pacienza, scusa, / ‘a tengo ‘a ‘nnammurata e sta ô paese”./ […] / E tene ‘a faccia comm’ ‘e ffronne ‘e rosa, / e tene ‘a vocca comm’a na cerasa. / Ah, chi vò’ belli spîngule francese.” Chiede scusa, subito dopo che la ragazza le ricorda di essere in un paese dove per i baci si può morire. Questo gli ricorda che anche lui è fidanzato e, dopotutto, la sua è la donna più bella, dalle labbra di ciliegia e dal viso candido come un petalo di rosa.

Un finale poeticissimo, che tuttavia è molto buonista, a lieto fine e a tratti quasi rasenta la necessità di una giustificazione “maschilista” del desiderio del viandante, rispetto all’originaria versione nostrana in cui la dolce ragazza pomiglianese lascia il venditore di spille a bocca asciutta, rimanendo fedele all’amato e disprezzando il baratto d’amore proposto dallo straniero, conscia dell’invendibilità dello stesso, conscia del valore incommensurabile ed inquantificabile dell’amore e dei baci stessi, che ne sono preludio, perché un bacio non ne vale un altro, né vale l’equivalente o il triplo di un tornese “Te l’aggio ditte, no’ parla’ de vase, / Ca’mbocca a la porte mmia tu nce sì’acciso”.

Giovanni Di Rubba