Federico Foria presenta il suo ultimo EP “Isoipstar”. Viaggio mistico siderale dell’”eroe elettronico”

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isoipstar federico foriaIl giovane ingegnere pomiglianese Federico Foria continua la sua brillante avventura musicale, frutto di una passione maturata sin dall’età del discernimento e che miscela scienza, arte ed elettronica con una sapienza, una eleganza ed uno stile “unicissimo”.

Già autore, lo scorso anno, dell’EP “An Electronic Shere”, facente parte del progetto di più ampio respiro “An Electronic Hero”, nonché di diversi progetti che tendono a valorizzare le realtà locali, non solo musicalmente -come ad esempio la ironica pagina Facebook “Pomigliano d’Ark”, in cui realizza costantemente pupazzetti raffiguranti personaggi del presente e del passato pomiglianese-, ha presentato, subito dopo Natale un nuovo EP “Isoipstar”.

Un lavoro che ha delle firme d’eccellenza, con la collaborazione di artisti d’oltreoceano di indubbia fama. La veste grafica è curata da Elisa Mazia e post-processata dallo stesso musicista, i pezzi sono eseguiti assieme ad artisti di rilievo quali Dying Seed, alias Davide, compositore, scrittore, cantante, chitarrista, bassista e produttore della Pennsylvania, che da vent’anni spazia dal jazz all’industrial passando per rock e blues;  Que Da Wiz, ossia Nicolo Cuvilie, cantante e produttore di Montego Bay;  Eric Hollaway,  cantante, narratore, doppiatore e voice-over dalla voce da basso profondo e ad un’estensione naturale di 4 ottave, della Florida; Mariax, ossia Mariassunta Caliere, la voce femminile, cantante e pianista napoletana, giovanissima e che da più di 10 anni presta con successo la sua voce a progetti musicali collezionando premi ad importanti manifestazioni e che, tra l’altro, è stata la voce solista di “Sun”, il pezzo hit del primo EP di “An Electronic Hero” .

Isoipstar è un neologismo che unisce due parole “hypsos”, vale a dire “altezza” in greco e “star”, ossia “stella” in inglese. Un titolo che, dunque, ci proietta sin da subito in una dimensione sospesa tra passato e futuro, antico e moderno, dove l’elettronica non rinuncia al contenuto teorico-filosofico, quasi mistico, sicuramente metafisico. Un “per aspera ad astra” ulissico, un periplo dell’eroe che continua incessante. Un leit motiv che si aggancia con il precedente lavoro, la navicella che si noma come l’anno di nascita del musicista, continua il suo viaggio, spersa, un viaggio che è metafora della vita, di una costante e incessante ricerca della verità, massima aspirazione della musica e dell’arte. Una verità ricercata in vette agostinianamente altissime, un’ascesa al monte ventoso siderale, un andare a contemplare corso degli astri, vette altissime, flutti oceanici abissali, scoprendo poi il vero traguardo in sé, nel proprio Io, nella propria essenza primissima. Un viaggio che viene ad essere, dunque, misticamente e magicamente interiore in primis, di una interiorità rinnovata che esula ed esclude l’artista dal folle vola grazia all’immanenza decisoria della propria intimità cosciente.

I pezzi sono tre, che spaziano dall’ EDM al rock, al soul sino all’ ambient ed il viaggio ardito ed onirico si dondola tra marosi a vivide alternanze ritmiche, elettroniche ed acustiche.

Si comincia con “Earth 1989”, nome della navicella contenente, partita per coglier migliori acque,  il viaggio inizia con un flusso scossante di memorie ritmiche, una nostalgia elettrica, un dialogo speranzoso di vitalità melanconica, altamente poetico,  pezzo ancora legato alla terra ed ai suoi ritmi accelerati, c’è una amata  che è meta e desio, divino che indica sfiorando una colomba concludendo, dopo le gioiose amarezze cantate, “only you can”, “solo tu puoi”. Secondo pezzo “Fireworks”, si sale di cerchio, si intuisce una eco ambient, un urlettare interiore, una speranza vana dell’oblio, una pandora rovesciata, un lamento acherontico di anime sperse, sospiro della memoria, il ritmo accelera, ma è in sottofondo, come trastullo della memoria, carillon elettrico melodico, obnubilo del sempre vivo ricordo, memoria, ad un certo punto c’è come un crescendo, una rivolta ossessiva, si penetra nell’antro degli spiriti magni, la torre è rovesciata, la parola manca, si carpisce il limite della sensazione umana, che non sono da ciò le nostre penne, che all’alta fantasia qui mancò possa che non puoi essere un eroe,  non puoi sentire il ritmo, non puoi sentire il limbo “You can’t feel the limbo/You can’t feel the ritmo/ You can’t feel an hero”.

“After Universe”, infine, e qui musicalmente siamo al massimo fattore, al terzo occhio, alla faccia oscura della luna, alla genealogia fangosa, a ciò che sussurrando consonanticamente tacciamo –burattini del burattinaio- sulla terra. E’ l’empireo dell’arte, la molla che finalmente tiene. Il ritmo inizia come palpitio interiore, il battito silente dell’universo reso manifesto, il respiro del mondo, qualcosa che ci proietta come allarme ritmico, in sottofondo, sul finire degli anni ottanta, e imponente la voce divina esterna coscienziosa amplificata, assolo possente, di contorno la eco angelica, ed anche l’occhio occultato, a questo punto e come detto, diviene manifesto, e continuano nei silenzi e nell’underground celestiale le melodie composte che scompongono, ambient angelici, e il silenzio ribalta il potere in entalpico segmento “echizzante”,  longa manu del divino, gli angeli si svelano in tutta l’essenza femminea e da sirene incantatrice divengono fattura di un incanto di sé, e la voce maestosa scompare, e si accede al nirvana ritmico, si ritrova sé finalmente in questo infinito musicale silenzio angelico. La voce dell’occulto ricompare a conclusione, ma l’eco angelico ha già reso in noi manifesto il vero. L’ultima parola è chiara e possente, l’ultima verità però  il ricordo.

Giovanni Di Rubba

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