L’arcangelo Gabriele e il Messo Celeste citato da Dante

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DanteDetailInteressante, a Nostro avviso, è analizzare uno dei punti che riteniamo centrali della Comedìa dantesca, l’episodio dell’arrivo del cosiddetto Messo Celeste, forza possente, spirito d’aria, messaggero sommo, luce del cielo, schiarimento delle tenebre, flautus dei, respiro d’aurora, custode del limbo, sommissimo grado di perfezione, logos muto ed eloquentissimo, cedant arma togae, maestro della diplomazia, magister eloquentiae, mistico ausilio, rombo soave e terribile, musica ancetrale, leziosia dei sensi.


Diversi studiosi e letterati, sin da subito, hanno cercato di dare un nome a questo personaggio cruciale, si è visto di tutto nella sua persona, personificazione ora di Enrico, quindi di altri mortali imperatori, di San Michele Arcangelo, di un angelo qualsiasi, di Hermes, Mercurio, persino di Ercole o di Perseo. Ma prima di seguire queste affascinanti ipotesi ed esporci esprimendoci in merito ci sembra lecito dare un’ampia panoramica, dove ci troviamo e che sta succedendo. Vediamolo sommariamente.

 

Il Messo prorompe nel Canto IX dell’inferno. Abbiamo lasciato il Poeta , nel canto precedente, che traghettato da Flègias ha attraversato la palude dove giacciono immersi gli iracondi, giunto sull’altra sponda si trova innanzi la Città di Dite, qui si entra nella vera e propria profondità dell’inferno, sono puniti e giacciono i fautori, gli esecutori, i puniti, di peccati gravissimi, non più incontinenti, ma peccatori che usano l’ingegno, l’arte, la natura, opere somme di Dio, per fini perversi. Gente che ha delle doti e non le mette al servizio del bene ma di sé stesso ed a danno del prossimo, dagli eresiarchi ai violenti ai traditori. Dante alza gli occhi e vede migliaia di diavoli sugli spalti della città, che lo guardano minacciosi e si chiedono chi sia lui per entrare, da vivo, nell’Inferno.  Virgilio, che rappresenta la Ragione umana, lascia il viaggiatore in disparte. Non riesce a sentire le parole che il Maestro rivolge loro ma la reazione dei diavoli è eclatante, se ne infischiano, entrano nella città maledetta e sbattono la porta in faccia a Virgilio che, sconsolato ed a occhi bassi torna dal discepolo. Tuttavia lo rincuora, affermando che un Messo è già in viaggio ed alla sua apparizione nessun ostracismo od ostruzionismo avrà la meglio. Situazione emblematica, Virgilio incarna la ragione umana, ragione che da sola è difettevole talora, ragione che può vincere ma che senza la divina illuminazione può anche perdere, seppur non sempre perdersi. Un connubio razingheriano interessante tra fede e ragione. La luce divina ascende l’intelletto, il santo spirito segue gradazioni che neanche il più saggio uomo può raggiungere, dal timor di Dio alla pietà, quindi alla scienza, ergo alla fortezza, poi al consiglio, sino all’intelletto ed, infine, alla vera sapienza. Evidente il limite, non si può discutere col demonio o coi demòni da uomini, per quanto saggi, in quanto la saggezza è loro preclusa, solo la saggezza divina va al di là ed è eloquentissima nella sua semplice apparenza, la sola apparizione è comando, il solo sguardo fiammeggiante disposizione, legge,  il solo movimento dirigenziale delle mani sententia. Ed è emblematico anche a livello metaforico, la ragione umana, pur in assenza della scintilla divina può essere continente ma può pur sempre cadere nei peccati più gravi. L’utilizzo del solo intelletto umano, che qui Virgilio incarna, insomma, va bene per esulare i vizi d’eccesso, come fecero grandi del passato precristiano, ma mai potrà scampare al peccato mortale se non con l’ausilio dello Spirito Santo.

 

Inizia il IX canto. E non è un bell’inizio, Dante è già sconvolto e impaurito, il suo bastone, la sua verga, il suo sostegno, che già in precedenza aveva vinto Caronte e l’altro traghettator Flégias e lo stesso Cerbero, questa volta nulla ha potuto. D’improvviso, però, alla paura si aggiunge paura, dalla cima delle mura di Dite appaiono tre Furie infernali, le cosiddette Erinni, coi ventri squarciati e sanguinolenti ed i capelli serpentini, le serve di Proserpina, le ancelle della vendetta. Sono Megera, Aletto e Tesifone. Con voce maldicente, maledicente ed orribile invocano l’arrivo della Gorgone Medusa, dagli occhi pietrificanti, acché la stessa fossilizzi Dante, il quale ha tuttavia gli occhi protetti dalle sue mani e da quelle del Maestro. Fossilizzare un uomo significa renderlo preda del vizio, immobilizzarlo, distruggere in lui ogni iniziativa creativa, ogni opra divina, che eraclitamente rende l’uomo dio mortale.  A questo punto c’è la famosa terzina dantesca, che tanto ha fatto supporre, scrivere, sostenere, ad esoteristi ed a massoni, circa la valenza iniziatica o politica o ambedue della Comedìa, circa l’affiliazione di Dante ai templari, ai Fedeli d’Amore quindi, alla milizia ghibellina dunque, a seconda di cosa si intenda per Fedeli.” O voi ch’avete li ’ntelletti sani,/ mirate la dottrina che s’asconde/sotto ’l velame de li versi strani”. C’è dunque una allegoria nelle parole seguenti, una allegoria che sta al lettore capire, qualcosa che rimanda ad altro, teleologicamente. Vediamo che accade.

Si ode un gran frastuono, un rombo potentissimo, un tremar di terra, forza divina, simile al vento impetuoso, aperti gli occhi il fumo della palude degli iracondi è smosso dalla mano superba del Messo, che la attraversa senza bagnarsi i piedi, fluttuando, come spirito che aleggia sulle acque, mentre gli iracondi scompaiono impauriti e lo sguardo del messaggero è pieno di sdegno, divinamente altero. Immagine su cui riflettere, cammina sulle acque, come il Cristo, aleggia su di esse come lo spirito di Dio nella Genesi, è spirito di Dio, sommo messaggero, portatore di luce e di frastuono per l’aggrovigliato e già distrutto inferno, per Dite diroccata dallo sguardo del Nazzareno quando, per tre giorni prima della resurrezione, discese agli inferi prelevando le anime dei patriarchi dal limbo, e con una semplice occhiata repentina terremotò ciò che c’era in quella voragine creata dalla discesa terribile di Lucifero. Da sottolineare come quando fluttua sulla palude Stige gli iracondi fuggano via, si dileguano, e qui c’è una ardita metafora, o meglio una similitudo, dal sapore ofitico, o quantomeno mosaico. “Come le rane innanzi a la nimica/ biscia per l’acqua si dileguan tutte,/fin ch’a la terra ciascuna s’abbica,/ vid’io più di mille anime distrutte/fuggir così dinanzi ad un ch’al passo/ passava Stige con le piante asciutte”. Ci sono le rane e c’è la biscia. Gli iracondi fuggono via, e fuggono via innanzi al logos, innanzi al suo messaggero, innanzi alla parola divina, che seppur non pronunciata dal divin messo è immanente nella sua epifania, nella sua apparenza, nella sua manifestazione. Coloro che usaron la superba parola tacciono innanzi all’eloquentissimo silenzio della parola divina. E ciò ci rimanda al turbinio rivoltoso dei demòni che minacciano e maledicono se stessi, il creato, e Dio, e gli angeli, e la loro condotta, e quell’altrui prima di tutto incolpando gli altri dei propri peccati e delle proprie nefandezze.  E la biscia che fa fuggir le rane ci riporta all’episodio in cui Mosé divorò gli dei col suo bastone, tramutandolo in enorme biscia contro i più parvi serpentelli, o anche come quando, per curar dal morso della serpe costruì egli stesso un enorme idolo a forma di biscia che avrebbe sanato chi vi avesse gettato gli occhi. E giusto un altro appunto. Mentre la rana rappresenta l’uomo ancora in corso di evoluzione, in metamorfosi, la biscia sta a designare una potenza quasi solare, alla cui vista fuggono gli uomini imperfetti ed imperfettibili. Non a caso è inserito, senza che se ne capisca bene il ruolo, Flègias, nel canto precedente, come traghettatore. Traghettatore in realtà non è, in quanto le anime sono traghettate da Caronte sull’Acheronte e poi il giudizio di Minosse li rovina direttamente nel girone assegnatogli.  L’uomo che bruciò il tempio d’Apololo rappresenta, forse, oltre agli iracondo la condizione dell’uomo sanza Dio, un uomo a metà, l’uomo che rinuncià alla sua somma bellezzza, promanazione del divino. Una rana di palude ferma al suo stadio, che alla vista della luce fugge.

 

A tal punto l’inviato divino giunge alla porta della città di Dite e, con una semplice verghetta, disarmato, la sfiora e questa subitamente si spalanca, senza che lo stesso profferisca parola, le uniche sillabe che emana sono di rimprovero ai diavoli: “«O cacciati del ciel, gente dispetta», /cominciò elli in su l’orribil soglia,/«ond’esta oltracotanza in voi s’alletta?/  Perché recalcitrate a quella voglia /a cui non puote il fin mai esser mozzo,/e che più volte v’ha cresciuta doglia? /Che giova ne le fata dar di cozzo?/Cerbero vostro, se ben vi ricorda,/ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo” . Li invita a non trastullarsi troppo in parole inutili ed in inutili demoniache recalcitrazioni, inutili ribellioni al divino volere, e, a difesa dell’intelletto umano, della ragione, e quindi dello stesso Virgilio, ricorda loro la fine che ha fatto Cerbero quando voleva opporsi all’ingresso nell’oltretomba di un altro eroe, umano, Eracle. Per l’opposizione al volere ercoleo la forza divina che in lui era sfigurò il cane infernale.

I due, che erano ancora chinati per il passaggio del Messo, che va via senza rivolger loro sguardo o parola, si rialzano quando questi disappare ed entrano senza noie nella Città di Dite, traversando l’anta.  E cosa si scorge, un cimitero immenso, tanti sarcofagi roventi scoperchiati dai quali emergono lamenti terribili e miserevoli. Dentro vi sono le anime degli eresiarchi e dei loro seguaci di ogni setta, condannati a bruciare in misura maggiore o minore a seconda della gravità dell’eresia che hanno seguito in vita. Virgilio si dirige a destra e Dante lo segue tra le tombe e gli spalti della città. Ciò che più è punita, comunque -delle altre eresie non si farà motto- è l’epicureismo, ed il contrappasso per contrasto sta proprio nel fatto che, poiché in vita questi negarono l’eternità dell’anima ora sono costretti ad essere sepolti a che l’anima bruci in eterno. Negarono la morte, vivono ora morti tra i morti. Non si citano dunque altre eresie, meglio altri eresiarchi. I nominati sono tutti epicurei, come lo stesso Farinata degli Uberti con cui il Sommo discuterà, e Cavalcante dei Cavalcanti, che farà una breve comparsa. Dante punisce il centro, il cuore dell’eresia, l’anthropos, l’arroganza dell’uomo di sostituirsi a Dio, di “sedere a scranna,/ per giudicar di lungi mille miglia/ con la veduta corta d’una spanna”, come si dirà più oltre nell’opera.

Ma passiamo a cercare d comprendere chi si nasconde dietro il Messo Celeste, Dante non lo dice ma precede il suo arrivo con la famosa terzina sugli intelletti sani, cerchiamo dunque di azzardare una nostra interpretazione passando al vaglio, sommariamente, le altre.

 

“Elli era da ciel messo” ci dice Dante, e non di più, il di più viene dal modo di porsi, presentarsi, dalla sua epifania, dall’apparenza insomma. L’apparenza diviene sostanza essendo forma superumana, oltreumana, divina, luce misterica. C’è da notare che messo non è nemmanco il nome o l’epiteto della creatura angelica, ma compare al participio passato, cioè mandato dal cielo, dal latino mittere. Ragion per cui sono state avanzate le ipotesi più disparate, non per forza di cose un angelo, ma qualcuno comunque mandato da Dio, dal cielo, dall’alto e dall’alto potrebbe essere anche dalla provvidenza o da voleri politici supremi, Mano Invisibile Smithiana, ma questo è sostenuto dai soliti massoni filoprotestanti e laici, che fantasticano dall’illuminismo in poi travisando l’ermetismo e saperi ancestrali per fini spiccatamente socio-politici, perdendone di fatto la valenza mistica ed alta, ipotesi interessanti, ma da abitatori di tombe infuocate. Ricordare è d’obbligo che la luce plasma e guida l’uomo e non viceversa, ossia non è l’uomo che può moidificare il divino e porlo dalla propria parte, dando al trascendente una funzione materialistica, di contorno e di giustificazione dell’opra umana.  Giovanni Boccaccio ipotizza che sia un angelo, molto coerentemente, lui dirà Michele, il principe delle milizie celesti, il capo dei sette arcangeli che lottano per la gloria di Dio, colui che ha gettato Lucifero ed il terzo degli angeli celesti sulla Terra, la cui caduta rovinosa dei galantuomini rivoltosi ed arroganti, ma soprattutto invidiosi, ha creato la voragine infernale, già orribile, orrida, fetida e perversa, ma a cui il Cristo ha dato quel tocco in più di diroccamento col suo sguardo.  Altri hanno sostenuto che trattasi di un personaggio pagano, divinità o eroe, da Hermes-Mercurio magari direbbe Dante dato che il Cristo è identificato con Giove tonante- ma anche Enea – che ha tra i suoi più illustri sostenitori il Pascoli- Cesare, o un personaggio veterotestamentale come Mosè o il di lui discepolo Aronne. Altri ancora, tra cui ovviamente il Rossetti, ritengono trattasi di un contemporaneo in piena tesi di milizia ghibellina, un imperatore, Enrico IV.

Tralasciamo le ipotesi di personaggi storici, soprattutto imperatori, così come quelle di Eracle, sebbene nominato ed anzi proprio perché nominato dal Messo nel dialogo con i diavoli. Dubitiamo, ed il testo ci dà ragione, che il Messo minacci i demòni dicendo “vi spacco la faccia come ho già fatto con Cerbero” quando dice: “Che giova ne le fata dar di cozzo?/ Cerbero vostro, se ben vi ricorda,/ne porta ancor pelato il mento e ’l gozzo”. Non è una minaccia perché non v’è spada, né pugno chiuso a dimostranza, né soprattutto la voglia di scendere al livello loro, come fece l’ex mortale Ercole venendo alle mani, anzi il Messo parla un po’ scazzato, come scazzato è nel discendere dal cielo o dal limbo a “far questioni” con quella gentaglia abietta. Non come Michele nemmanco che è abituato ad ausiliare l’uomo nella lotta contro i diavoli.  Il passo successivo ce lo mostra. “Poi si rivolse per la strada lorda,/e non fé motto a noi, ma fé sembiante/d’omo cui altra cura stringa e morda/ che quella di colui che li è davante”. Ed anche per questo è escluso che sia un uomo, soprattutto vivente come Enrico, ma anche defunto, perché è “sembiante d’omo”, e perché ha tal possenza che è superiore alla ragione, come precedentemente detto, e qual uomo può essere di forza maggiore dell’incarnazione stessa della ragione ovverossia di Virgilio. Pure l’ipotesi di Mosè o di altro veterotestamentale personaggio è a Nostro avviso da scartare, per le medesime ragioni. Anche se il legiferante, forse, più si avvicina alla figura angelica. Ed inoltre ad avallo della sua identificazione con chi è da “ciel messo” potrebbe esservi l’episodio simbolico della biscia e delle rane. Ipotesi suggestiva, ma da scartare, essendo da ”ciel messo” mentre Mosè è da ciel scelto, semmai, non mandato, essendo comunque umano, non è lui l’Hermes, ma il roveto rovente legiferante, allo stesso modo per cui i profeti non sono da “ciel messi” ma riceventi del divin messaggio inviato da chi, effettivamente, è da “ciel messo”. Per questi motivi capire, cercare di capire chi è il Messo non può prescindere dall’ipotesi Mercurio, secondo la proporzione Mercurio sta all’uomo pagano come l’angelo sta al fedele. Eclusa anche, ma da citare, la possibilità che sia un’anima del paradiso quale quella di Giustiniano, che si trova proprio nel secondo Cielo, quello di Mercurio ed occupa, figura unica in tutto il poema, un intero Canto, il VI, del Paradiso. Ipotesi stuzzicante per l’analogia con Mosè, se l’uno diede le leggi agli ebrei facendo sì che le loro credenze fluissero in un corpus unitario, Giustiniano col Corpus Iuris Civili plasmò, migliorò ed ampliò il diritto romano in una ottica cristiana. Solo che gli abitanti il cielo di Mercurio operano per la gloria terrena, e si vantano e parlano fin troppo rispetto al silente Messo. E poi, lo ripetiamo, il messo non va confuso con chi riceve il messaggio.

 

Senz’altro dunque ci sentiamo di sposare la tesi di Hermes messo dal cielo, essendo il messaggero per eccellenza, ma tuttavia come Zeus è per Dante Dio così hermes non può essere Hermes ma senz’altro rimandare a qualcun altro, a qualcos’altro. Ad un angelo, certo, al messaggero per eccellenza. Sì, ma che angelo? Le descrizioni di contorno ce lo spiegano e rendono manifesto.

Hermes viglio di Zeus e Maia, è considerato, tra l’altro, protettore delle ambascerie, dei diplomatici, col suo bastone, il il kerỳkeion o caduceo da non confondere con il bastone di Asclepio, in cui vi è una sola serpe, in quello della divinità messaggera è alato e si intrecciano due serpenti. Un bastone che ricorda tanto la verghetta con cui il Misso apre con leggiadria, leggerezza, grazia –termini su cui soffermarsi e meditare, ad uno ad uno, per comprendere la natura del divino messaggero-. Oggi le due verghe sono confuse, e quella di Mercurio è simbolo di farmacisti, medici, chirurghi, odontoiatri, caduto in disuso invece il bastone di Ascepio, che è sempre stato simbolo dei medici speziali, mentre l’hermetico fruscel sostanzioso è quello delle ambascerie profetiche, del logos, della favella che tutto scote.

Tornando a noi quest’angelo scende senz’altro dal Limbo, e non dal Paradiso, o perlomeno deve avere un certo legame con il Limbo. Magari ne è proprio custode. Per comprendere questo dobbiamo ricordare che il messaggero degli dei era anche psicopompo, traghettatore di anime, loro accompagnatore nell’oltretomba, ed ad un tempo psicagogo, educatore delle anime stesse.  Termini spesso usati come sinonimi, ma che comunque non lo sono né possono esserlo. A suffraggio maggiore dell’ipotesi del messo mercuriale c’è la terzina sugli intelletti sani, essendo Hermes ritenuto l’autore del Corpus Hermeticus, scritto di sapienza egizia compilato dal Trismegisto, l’Ermes tre volte grande, il dio Thot, protettore della scrittura, degli scribi, ergo dei profeti e sacerdoti faraonici e postdinastici, che si identifica in tutto e per tutto col Mercurio Romano e col messaggero greco e poi ellenico. E viene dal limbo, o si trova lì, perché “discende l’erta” e non appare improvviso, attraversa lo stige paludoso, lacustre, lisergico. L’apparenza non è subitanea ma si manifesta in potenza, in forza di dio, in Divino Amore, fuoco incessante, fiammella possente mai sopita e spenta.

 

Il nostro caro angelo, arcangelo, serafino, poniamolo un attimo per ipotesi come guardiano del limbo, chi può essere, di chi si tratta. È preventivamente da sottolineare che gli arcangeli, le potenze di Dio, i santi combattenti ed intermediari, sono sette e non tre. I più noti Michele, Gabriele, Raffaele. L’uno comandante supremo e belligerante, braccio destro di dio, l’altro portavoce di Dio, messaggero, voce del divino, comunicatore di ogni profezia. Ce ne sono altri, ma degno di citazione per ciò che scriviamo è Uriele, caro a Gregorio Magno, attualmente non riconosciuto ufficialmente ma solo ufficiosamente dalla ecclesia catholica romana.  Sorge un dubbio, perché un custode del limbo? Molti lo sostengono, ritenendo assente cotal figura nel dantesco scritto sommo. E questi è identificato con Michele. Ma prima di giungere a ciò ottolineamo la figura di psicopompo e psicagogo. Poniamo qualche cenno sul Limbo, esso si trova di lì dall’Acheronte, diviso in tre sezioni, Dante rispecchia molto la visione dell’Aquinate, Limbo dei Bambini, ove risiedono le anime degli infanti non battezzati, e che per tal motivo non sono state liberate dal peccato originale, il Limbo dei Giusti, ove risiedono i grandi e retti uomini, che hanno agito per un ideale di bene senza macchiarsi di colpe ma che, per ragioni geografiche o temporali non sono potuti entrare in contatto con la dottrina cristiana, i più grandi, della Grecia e di Roma, ma anche musulmani, che abbiano dato le fondamenta dell’intero pensiero umano, poeti, filosofi e politi, tra cui lo stesso Virgilio, si trovano lì, presso il Castello degli Spiriti Magni, limitato da un fiumiciattolo leggiadro. Descrizione che ricorda un po’ i Campi Elisi eneiani et romani. Infine il Limbo dei Patriarchi, liberati e portati tra i beati dal Cristo nei tre giorni precedenti la resurrezione in cui discese agli inferi. Essi soffrono senza doglia, in quanto vivono come nei Campi Elisi, l’unica loro pena e non poter contemplare il volto divino.  Dubbio, ecco il punto. Queste anime sono megalopsicoi, grandi uomini giusti, sono al di là dell’Acheronte, ma chi li ha traghettati? Certo non Caron dimonio, il quale dice “Quinci non passa mai anima buona”, quindi non passa senz’altro l’anima limbolica. Ed ecco che qui in molti hanno avanzato una ipotesi. Michele arcangelo, come abbiamo accennato.

Ecco ma qui ci sono delle discrasie che non condividiamo. In primo luogo si ritiene Michele psicopompo dei megalopsicoi, e potrebbe starci, ma con quale argomentazione? Custode del Limbo? Anche qui vacillano gli argomenti, traballano, si squarciano. Infine senz’altro Michele non è psicagogo. Vediamo una cosa per volta. Michele è principe delle milizie celesti, come sopra accennato, non ha rapporti direttissimi con l’uomo ma è il suo difensore, il braccio armato di dio contro Satana ed i diavoli. Custode del Limbo? Forzata l’ipotesi giuridica secondo la quale, essendo egli custode della tomba di Mosè in Gerusalemme ha anche proprietà usque ad coelum et usque ad inferos, ovvero, meglio ancora, usque ad sidera et usque ad profundum, in primo luogo perché come vedremo c’è un errore sostanziale, non è egli il custode della tomba di Mosè, in secondo luogo perché Gerusalemme non è l’unico accesso agli inferi e soprattutto Michele potrebbe avere, strictu iure, la chiave degli stessi, non solo del Limbo. Torneremo su questo anche. Michele, poi, come dicevamo non è psicagogo, già è affannoso ritenerlo psicopompo, la sua azione è contro il demonio ma non è educatore di anime, bensì liberatore, discernente, lottatore, novello Eracle divino assunto in costellazione. Michele, più che Hermes, ricorda Apollo, risplendente in battaglia, a differenza di Ares, emblema della ruina belligerante e della sottessa disarmonia diabolica, eticologicamente che uccide e divide, godimento per Ade, Pluto, Lucifero, Satana.

 

Dobbiamo spostare la nostra attenzione altrove, su di un altro angelo. Gabriele. E vediamo perché in prima istanza la manifestatio silente, l’apparenza che è essenza, la fluidità, l’eterietà, la voce di dio silente. Il rombo. Anche Dante non è stato alla fine accompagnato da Caronte, ma si è assopito, risvegliato poi  nel Canto successvo, nel Limbo “Ruppemi l’alto sonno ne la testa/ un greve truono, sì ch’io mi riscossi/ come persona ch’è per forza desta”, chiara analogia con l’arrivo del Messo “E già venia su per le torbide onde/un fracasso d’un suon, pien di spavento,/per cui tremavano amendue le sponde”. Concetto centrale, sulla posizione degli angeli nell’inferno e nel purgatorio, ove troviamo quasi sicuramente, un altro arcangelo, medico, “Raphael”,  la Medicina Dei,  che siede alla porta del Purgatorio, al quale spetta precisamente di formulare la diagnosi e prescrivere la cura per le anime peccatrici e pentite, che come chi è affaetto da malanno, nel loro pentimento, non sguazzano nella loro condizione, ma chiedono cura pentendosi. Gli angeli non risiedono né all’inferno, né in purgatorio, né tantomeno sulla superfie terrestre, ma nel cielo. Pur tuttavia, come nel caso di specie, si manifestano in tali luoghi come emissari di dio, raramente, o spessissimo. Il katéchon, che detiene le chiavi degli inferi, imprigionandovi i demòni, presente nella seconda lettera di San Paolo ai Tessalonicesi, così come nell’Apocalisse al capitolo XX, non crediamo si riferisca a Michele.

Chi è il messo, lo spirito di dio, sottoforma di vento, tempesta e frastuono. Gabriele. Così ci appare nel Vecchio Testamento ogni sua apparizione, così nel nuovo è nunciatore, soffia lo spirito in Maria, illumina Zaccaria. Nella Divina Commedia appare un paio di volte, significativa la sua presenza al cospetto della Vergine Santissima nel XXIII Canto del Paradiso, rappresentato come  ghirlanda che scende ad avvolgere la Madre di Dio, cantando una melodia leziosissima e superba, dolce scuotimento dell’anima, frastuono puro, in contrapposizione alle sue epifanie terrestri o subterrestri “Io sono amore angelico, che giro/l’alta letizia che spira dal ventre/ che fu albergo del nostro disiro”. La melodia comunque fracassosa ma in cui la grazia pone al di là, il vento tempestoso qui diviene “alta letizia che spira dal vento”.

 

Vediamo un po’ perché il mandato dal ciel è questo malak, e vediamo quanto posssa essere assimilato per caratteristiche ad Uriele. Presente in tutte le religioni monoteiste, Gavriʼel o Jibrail per gli islamici, significa proprio “Forza di Dio”, e le sue manifestazioni sono sempre turbinose. Messaggero di dio per antonomasia e sua mano sinistra (Michele è la mano destra, quella belligerante e benevola), è il vero e proprio Hermes cristiano, monoteista. Patrono della diplomazia e della comunicazione e intermediario ta Dio ed uomo, dando a quest’ultimo lo spirito di profezia. Ma è anche una figura atavica,assira,  Kha-Vir-El secondo l’antica pronuncia egiziana, la radice Ka indica il desio, l’ amore espresso, mentre  Vir indica l’elemento acqua. Gabriele, infatti, governa l’acqua e i liquidi, che costituiscono i tre quarti del pianeta e sovrintende all’intero  regno terrestre. Mentre Michele combatte Satana, Gabriele ha un rapporto diretto, quasi umano, con gli esseri terrestri, con i limbolici, con i grandi poeti, con i profeti, con tutti coloro che più largaorma segneranno e segnarono nel mondo. È senz’altro patrono della poesia, dell’arte, della parola umana che crea al pari della divina, e pone la parola umana stessa nel dolce involucro del divino, comunicando in spirito. Un degno custode del Castello degli Spiriti Magni, loro ispiratore, musicista che tesse lodi e dona la musica all’uomo, il bel canto, purificato dai vermi che colpirono le arpe di Tiro, Sidone, di Sodoma, di Gomorra. Soffio divino, emblema dell’intelligenza attiva e del sapere. Questa umanità spiegherebbe l’alterigia con cui giunge presso Dite, il fare scazzato, la diplomazia e non l’utilizzo della forza, il suo ruolo di supplente ausiliatore del poeta della ragione, Virgilio, in quanto suo ispiratore. Massimo ispiratore anche nella redazione della Bibbia, e per l’Islam è colui che dettò al profeta Maometto tutto il Corano. Protettore degli scribi come Toth ed Hermes, luce divina e soffio angelico.  Nel Nuovo Testamento oltre all’annunciazione di Maria, al messaggio a Zaccaria padre del Battista, compare nell’Apocalisse come colui che suona le trombe  generando cataclismi e turbinii. Ed a proposito di Apocalisse è anche colui che rivela la fine dei tempi a Daniele, ove compare citato per nome.  Nel Talmud appare come il distruttore degli ospiti di Sennacherib, armato di falce, di qui il ruolo di psicopompo, è anche colui che seppelisce Mosè (non dunque come detto sopra Michele)  e ne custodisce la tomba. Inoltre egli comunicò a Noè di costruire l’Arca, evitò ad Abramo di uccidere il figlioletto unigenito, lottò a fianco di Giacobbe, consolatore divino del perseguitato d’angustie e malanni d’ogni genere, infine è il roveto rovente e legiferante. E qui ci troviamo in piena sassonanza con il messo, che cammina sulle acque ed a cui le rane fuggono come le bisce. Nelle vicende mosaiche è anche colui che guida nel deserto, che spalanca le acque del mar Giano. Ma è anche l’angelo della morte, sia in Egitto, rimanendo nell’Esodo, sia nell’Apocalisse, ed inoltre distruggerà Sodoma.

Rappresentato benevolmente dall’acqua, ma anche dal fuoco, divino amore, Uriele, altra sua faccia. È  interessante notare come Gregorio Magno in una sua omelia dicesse “A Maria è mandato Gabriele, che è chiamato fortezza di Dio; egli veniva ad annunciare colui che si degnò di apparire nell’umiltà, per debellare la potenza maligna dell’aria. Doveva dunque essere annunciato da Fortezza di Dio colui che veniva quale Signore degli eserciti e forte guerriero” analogia con il Messo che sposta l’aria fetida infernale dello Stige paludoso. E poi leggendo il vangelo, è proprio Gabriele, come sottolinea San Bernardo, “Missus Est”.

E potremmo concludere così la disamina, tuttavia mi sento di sottolineare l’alto valore simbolico del Canto, del Messo, della sua funzione, della sua essenza. Nella nostra epoca tali speculazioni potrebbero sembrare fini a sé stesse, ma voi che avete gli intelletti sani è un qualcosa che prescinde e va al di là dei tempi, e permane e rimane oggi attualissimo, alle giovani generazioni tutte. Nell’epoca del materialismo estremo, dove trovare una potenza così forte, che apra con un sol gesto la porta infernale di Dite, al cui ingresso vi sono le anime degli epicurei eresiarchi? È proprio l’amore che deve, come luce, investire l’alma nostra. E quale luce oggi, quale migliore della musica, che illumina la realtà scarna, nichilista, informe di noi, in preda alla sembianza bruta. L’apparenza può salvarci, l’amore può salvarci, Gabriele/Uriele, forza divina, può portarci lo spirito d’amore che investe i nostri corpi e non ci rende schiavi di noi stessi.

Che la musica illumini tutti. La grazia,  gli sguardi ed i sorrisi diano refrigerio e senso al nostro cuore di tenebra, con la soave voce angelica che è dell’infinito un sussurro.

 

Giovanni Di Rubba