Processo “Cava Sari”: pioggia di assoluzioni

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Dopo ben sei anni, si chiude il processo che ha visto coinvolti tutti coloro che protestarono per impedire i conferimenti rifiuti a Cava Sari. Sui diciannove imputati, dodici sono stati assolti mentre ben sette sono state le condanne.

Gli attivisti, con tutte le loro forze, portarono avanti la protesta con decisione quando, in piena emergenza rifiuti, si decise di sversare gran parte della spazzatura nella cava all’ombra del Vesuvio, ma cosa più preoccupante, a poche centinaia di metri dalle abitazioni. La protesta, però, raggiunse toni molto accesi e ci furono intere nottate passate fra tensioni e scontri con le forze dell’ordine che poi hanno portato al processo penale, in primo grado, che si è concluso ieri pomeriggio nel tribunale di Torre Annunziata.

Il collegio della seconda sezione penale del tribunale (presidente Antonio Pepe, a latere Maria Rosaria Aufieri e Paola Cervo) hanno condannato ad un anno e due mesi di reclusione (pena sospesa) ad Antonio, Francesco, Raffaele, e Paolo Galasso, Mario Balzano, Maria Rosaria Matrone e Maria Bruno.

Tutti gli altri imputati (Antonio Pascale ,Gaetano Miranda, Domenico Di Vaio, Ferdinando Lombardo, Angelo Maria Genovese, Teresa e Salvatore Cirillo, Pasquale Colella, Salvatore Alasci, Virginia Casillo, Luigi Casciello, Vincenzo Iandolo e Felice Di Matteo), tutti residenti tra Boscoreale, Terzigno, Scafati, Pompei e Torre Annunziata, sono stati assolti in quanto per loro l’accusa non aveva ravvisato rilievi penali.

Ad oggi, sembra sicuro il ricorso in Appello da parte di coloro che sono stati raggiunti dalla condanna i quali chiederanno in secondo grado di cancellare la decisione del giudice maturata nel tribunale oplontino.

Allo stesso tempo, non si è fatta attendere la reazione degli attivisti riuniti nel “Movimento Difesa del Territorio Area Vesuviana”: “Il processo Cava Sari è stato repressivo, fatto di intimidazioni volute dall’alto e di perquisizioni. Volevano strumentalizzare la nostra lotta. E’ stata una rivolta popolare”.

“Nel 2010 – hanno proseguito alcuni manifestanti – cominciarono le intercettazioni a carico del Movimento. L’intercettazione venne autorizzata dalla Dda di Napoli. Era chiaro, da subito, che l’intento della Procura era quello di criminalizzare la lotta”.

L’accusa del Movimento è chiara. Infatti, secondo loro, sono stati i magistrati a spingere per trovare un collegamento tra la camorra e il Movimento stesso con riferimento ai disordini di Terzigno nei giorni della protesta. “Collegamento che non esisteva” tuonano forte gli attivisti.

Gennaro Esposito

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