“Effetti Collaterali”, l’ultimo lavoro della poetessa Carmela Santulli prossimo alla pubblicazione

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poetessa-carmela-santulliLa poetessa Carmela Santulli sta per dare alle stampe il suo ultimo lavoro, “Effetti Collaterali”. Un’ opera che, pur mantenendo una linea di continuità, come in una sorta di evoluzione creativa, con le sue due precedenti crestomazie- “ Duttile Argilla”, Tabula Fati edizioni 2013 ed “Origami Spaziali”, Liberatore edizioni 2014- segna una profonda svolta artistica, sia a livello stilistico sia per contenuti.

Utile ripercorrere la storia artistica della Santulli per comprendere questo rinnovamento. Nata a Penne nel 1995, attualmente vive a Loreto Aprutino, in provincia di Pescara. Diplomata presso il Liceo Psico-Socio-Pedagogico è studentessa universitaria, corso di laurea in Filosofia e Scienze dell’Educazione. Appassionata di letteratura, musica ed arte, ha collaborato con l’associazione “Ad Hoc” ONLUS nella Casa Circondariale di Pescara svolgendo, tra l’altro, attività teatrali.

È inoltre amante dei viaggi e delle diverse culture del nostro pianeta. La sua prima opera, “Duttile Argilla”, è l’inizio di un viaggio, “un viaggio che ha come scopo” sottolinea la poetessa “modellare me stessa e la realtà che mi circonda, in una ricerca introspettiva che ha come fine partire dal dolore personale per trasformarlo in orgoglio da cui ricavare una appartenenza, facendo in modo che ciò che ci accade non ci scivoli addosso”. E l’opera plasma tale reale sofferenza, è ricca di rimandi interessanti, talora biblici, soprattutto alla Genesi, al Dio vasaio che ci plasma e poi, per nostra colpa, ci scaccia dal Paradiso Terrestre.

Un racconto di essenti maledetti, “cosmo in una bevuta/irto come spirale/minaccioso cade” e continua “si dissolve nubiloso/come odio passionale/odo il grido devastante/fulmine cadente”. Tale cacciata è, tuttavia, “pioggia di rivelazioni”, la caduta è vista come un inizio, un dolore da cui ripartire, ma lentamente. L’uomo, infatti, fatto di argilla duttile, era ma non è, divenuto “giullare alla ricerca”, “anima vagante”, sola e per ciò stessa unica. I sogni, negati dall’alto, segnano la fine di un’epoca e la patria dell’uomo, la sua appartenenza, è “una culla invisibile”.

L’uomo fragile e maledetto trova nuova forma, pullulante manifestazione apparente, proprio nella sua fragilità, nei suoi “vizi rubati”. Ed a partire dalla XIII lirica, man mano, si ha una sorta di ascesi, come un crescendo, una ricerca di armonie nuove. È rovinato nella “polvere insipida”, dettata dal “maledetto imbroglio” del sapore del frutto proibito che, dolce e suadente, apre gli occhi al vero, ma ad una “verità di menzogna”, una verità spiacevole, un desiderio di liberazione dalla “malizia senza irrealtà”. Ed il crescendo man mano porta ad una crescita, ad una illuminazione, come il “sussurio dei lampioni di spalle al molo”, e diviene grido di rabbia della sirena -che è l’intimità, l’archetipo dell’autrice- , un grido estraneo a quella verità di menzogna, ovverossia al “sapore di belva”.

Ci si eleva, lentamente, al sibilo del vento. E come smossi dalla scossa di terremoto ci si rialza stanchi, disperati, ma colmi di una nuovissima dignità, così si capisce che il mondo, fatto di utensili, non si ricostruisce da sé, ma grazie a noi, per un attimo mute creature senza rifugio; senza dubitare di azioni, per non scalfire l’apparire sublime. Ed è l’apparenza questa unica forma di sostanza lucente manifesta che guida queste anime fragili. Si inizia a ricercare il “messaggio inciso/bianco celato” della magia, del sentire, del colorare con sprazzi lucenti una nuova sapienza, non menzognera ma altrettanto ancestrale, un libro “dal profumo di segreto ingiallito” e, attraverso il silenzio, la solitudine, il diluviano deserto meditativo, l’annullamento volitivo, la sconnessione dal tutto che tutto ricollega, nasce la consapevolezza, inizia la storia, impronta tremante sul corpo.

Ma resta in bilico l’anima, che teme il suo indiscusso destino e resta vittima dell’attesa; tuttavia lentamente il morbo, lo sbaglio umano, l’anello che non tiene, sembra collocarci nel mezzo di una qualche verità, noi anime fragili, noi disturbate divinità, con l’arroganza del falco, o succubi ad essa, con la codardia, con l’abitudine che plasma -attraverso il gelato metallo tagliente e non la calorosa mano divina- l’uomo freddo, con la fumosa saggezza che reitera innocua il futuro. Ma dalle parole riemerge come araba fenice la donna nuova, l’uomo nuovo, armato del lucente verbo poetico. Non è liberazione totale, ma consapevolezza, e l’ultima lirica narra se stessa, si apre a questo fragile e potentissimo viaggio di noi, esseri d’argilla. E raccontare la nostra maledizione è l’affronto più grande al destino: “hanno preso la mia vita/ non ho mai smesso di amare”.

Con “Origami Spaziali” il discorso sembra quasi, in un certo qual senso, riprendere da dove è cominciato. Prosegue l’evoluzione spirituale, prosegue la crescita artistica. “L’origami è la folle idea di ricavare un’immagine visiva da un semplicissimo fogliaccio” sentenzia la Santulli, “ è così” riprende “ che si modella, dalla carta, dalle parole, dalle mani che in simbiosi creano ed i fogli divengono le sue emozioni, assumono sfumature, incantano con le loro forme geometriche, emozioni che si imprimono sulla nostra pelle e che vivono, si respirano, ci caratterizzano come esseri umani. Di origami è fatta la nostra anima!”.

Tutto ciò come l’oscillare dell’animo umano tra desiderio di volare e la ricerca di un posto in cui, finalmente, ritrovarsi. Il libro è contornato, accompagnato, dalle immagini che sono un supporto necessario, così come gli intervalli lapidari e frequenti nel testo, tra una lirica e l’altra, di una prosa, un proclamo, un inciso dal sapore aforistico. Le illustrazioni sono curate dalla disegnatrice Federica Rossi. “Gli origami sono anche quelle persone che capitano casualmente nella tua vita, che incontri lì, seduta ad un bar per un caffè” afferma l’autrice, “in un incontro che ci trasforma, fatto di un continuo perdersi e ritrovarsi e, d’altronde l’arte si crea dalle perdite e dalle opportunità, ogni volta che guardiamo dentro di noi e scopriamo un mare di possibilità, le nostre anime sorridono”.

La poetessa, amante dell’arte e di Kandinsky, conosce bene la musicalità dei colori e canta “La vita è una teoria dei colori/li vivi tutti…/dal primo verso, all’ultima nota/ non c’è melodia migliore per scrivere lungo l’arteria della vita”. E inizia un viaggio, sidereo, tra questi origami, nati nella cultura giapponese, letteralmente significa piegare la carta (“ori” piegare e “kami” carta), ma kami vuol dire anche dei, divinità, nella religione shintoista la carta, su cui è impressa la parola, ha un valore sacrale e la tecnica di ripiego è un modellare l’esistenza, un trarre forza dalla sua fragilità, in un ciclo eterno in cui, anche senza il supporto, la parola vive per sempre, con tutta la sua forza.

“Origami Spaziali”, nella sua semplicità, raccoglie una complessità di pensiero di non poco momento, ed un sincretismo sapiente, che miscela la fisica, la scienza con la quotidianità e l’ermetismo, con richiami alla cultura classica ed alla filosofia archetica. Le parole sono intrise di energia e di massa, di materia e luce, di forma e sostanza, una forza plasmante irrompe nella materialità odierna, nel caos, e crea un ordine armonico sapienziale. Noi siamo piccole particelle, piccoli atomi, protoni, neutroni, elettroni, finanche essenti subnucleari, piccoli riflessi, corpi estranei in volo. Lo spazio e il tempo, la luce e l’immanente portano i nostri frammenti nella piegatura dell’estrella danzante, nel ricamo delle stelle, rendono lezioso il per aspera ad astra.

In noi si intuisce una energia superiore, un tassello di divino che ci irradia ed irradia gli altri. E l’essere umano è teso, è cupo innanzi al nulla, al vuoto, al nonsense cosmico, all’immensità, vive nel suo Ade ma il corpo, per mezzo dello spirito, promana la limpidissima nostra alma, novello messaggero, novello Hermes, e quasi tendiamo alla contemplazione del paradiso. Il panismo della Santulli raggiunge apici possenti, vette altissime, si intuisce un’anima mundi, un panteismo, finanche un sottilissimo panpsichismo quando scrive che nelle nostre vene è il sole di un caldo giorno d’estate; l’universo è in noi, la nostra fragilità diventa forza, diviene sensibilità, percezione della bellezza, della magnificenza, della grazia.

E la lettura continua, ascoltiamo taciti la pitagorica armonia nella vibrazione degli astri e delle particelle che ci compongono, si ode un frastuono, un “Violoncello urlante/ note ammaliate” e il canto della sirena si annulla, si smorza, scompare, cessa nel suo darsi, nel sentirsi sbaglio umano, fiore diverso, “tulipano nero” “fiore sporco”, esistente inerte innanzi all’esistenza, ammira il tutto come se fosse nulla, ma è un nulla momentaneo, una larva in attesa di evolversi -come l’animo umano sperso nei suoi labirinti- e con un paio d’ali guizzare finalmente via, crescere spiritualmente.

Crescere spiritualmente come il “preludio di un fiore laico/rigenerato in fede”, l’essere umano che si riconosce nella voce, nel sussurro di un petalo di fiore, un fiore che sboccia per noi e che è parte di noi, così come noi parte di esso. Ed anche il tutto, “aspide fabbrica di molecole semplici”, l’atomo che è corpo dell’uomo innanzi al nulla eterno, nello scindersi distrugge la materia scissa, ma il fragore del frammento non è solo distruzione, nella sua fuga diviene trasformazione, evoluzione. E le emozioni, che in tale materialismo sembrano essere terribili astrazioni immanenti, geometriche forme perfette ma realmente devastanti, con un solo passo d’uomo tra due rette parallele riaprono il sé divino, ci fanno squarciare, finalmente, il Velo di Maya, portandoci a scoprire l’artifizio del mondo. Così come l’astronauta solo, particella infinitesimale ed inutile nell’universo, quando prende fuoco mobilita l’universo stesso, ”in quel posto giacque/ il vuoto cosmico”.

Degna di nota anche l’analogia tra l’anima dell’universo, la sua evoluzione, e l’anima nostra, la nostra evoluzione, Boom, Bang, Drast, è testa, cuore e velocità, Boom, Bang, Drust è Paradiso, Purgatorio, Infinito. Noi siamo veramente esseri consapevoli quando siamo in Simbiosi e qui troviamo noi stessi, nati da una collisione tra materia ed antimateria, nati dall’infinito, quando il nulla è davvero nulla.

La nuova opera, “Effetti Collaterali”, attualmente in lavorazione e prossima ad essere editata, ci pone in una ottica diversa, ma rimane, come dicevamo, un filo di continuità, quel filo che contraddistingue la scrittura della poetessa Carmela Santulli. “L’artista crea, si modella della sua essenza stessa quasi a voler degustare se stesso. Gli esseri umani si cercano, collidono, coincidono, osservano e colgono le percezioni, se ne appropriano, per viverle sulla loro pelle” ci racconta l’autrice, parlando del suo nuovo lavoro “l’anima di ognuno è alla ricerca della sua storia, per trovare se stessa. Il cuore resta in silenzio, ha trovato qui la sua storia, questo pezzo mi rappresenta, dice, poi passa oltre.

Spesso dimentichiamo che sia l’artista che l’osservatore sono alla ricerca della stessa materia; attraverso i nostri occhi guardiamo l’anima nuda di chi ci parla in silenzio, ed è proprio lì che avviene la collisione, senza rumore, ci siamo trovati”. Alla domanda del perché il titolo Effetti Collaterali ci risponde schiudendo la porta su quello che sarà l’oggetto della nuova fatica “Effetti collaterali vuol dire esorcizzare il dolore e la nuova raccolta parlerà del disagio, dei ragazzi soprattutto ma non solo, nella nostra società: l’anoressia, l’autolesionismo, l’ansia, la violenza, la guerra. Per non esserne succubi occorre un riallacciamento fra le persone, una riscoperta di noi stessi e dei limiti del nostro corpo che non ci è estraneo né nella malattia né nella diversità”.

Giovanni Di Rubba