Antibiotici poco efficaci: rischi di un disastro annunciato

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Immaginate di ammalarvi di mal di gola, con diagnosi di infezione batterica, e il medico curante vi avvisa che la vostra salute è a serio rischio perché gli antibiotici, che prima rendevano la prognosi banale, non sono più efficaci.  Questo potrebbe essere il classico incubo che diventa realtà.

Lo scenario, a dire il vero, è ancora più allarmante se consideriamo che quanto prospettato è in parte già reale e che le patologie causate dai microrganismi possono essere ben più gravi del “banale” mal di gola: potrebbe trattarsi di una meningite batterica, un’intossicazione alimentare di Salmonella o Escherichia coli, una malattia sessualmente trasmissibile come la Gonorrea, oppure una polmonite, una ferita infetta, un’ascesso, un foruncolo irritato … e tutti questi mali potrebbero essere causati da agenti patogeni resistenti agli antibiotici.

Un vero e proprio disastro sanitario che, nell’ipotesi peggiore, riporterebbe l’umanità ad un passato assai buio, a tempi precedenti il 1929 anno in cui Alexander Fleming scoprì la penicillina, quando si moriva per un nonnulla.

Perché in poco meno di 90anni dalla scoperta gli antibiotici rischiano di diventare inefficaci ? La risposta è ormai nota alla scienza: la colpa è tutta dello sconsiderato abuso che se ne fa.

Per capire bene questo concetto è doveroso premettere che i batteri e gli altri microbi che causano le malattie sono esseri viventi dotati di una certa variabilità genetica e, perciò, soggetti alla selezione naturale. Questo significa che in una popolazione di patogeni potrebbe esserci un gruppo di individui naturalmente resistente all’antibiotico. L’impiego massiccio del farmaco comporta dunque la morte di tutti i microbi poco resistenti e lascia prosperare i più forti che, capaci di duplicarsi assai rapidamente per clonazione e, addirittura, passare l’immunità acquisita ad altri batteri tramite scambi di DNA, in breve tempo diventano il tipo più comune.

I settori responsabili dell’abuso di antibiotici sono quelli sanitario, zootecnico e agricolo. Se è vero che la medicina tradizionale ricorre troppo spesso agli antibiotici per curare le malattie dell’umanità; il vero problema insorge negli allevamenti zootecnici e nelle coltivazioni intensivi. Ai maiali, alle galline, alle mucche e a tutti gli altri animali cresciuti in condizioni decisamente innaturali per la produzione di carne e derivati a basso costo, l’industria somministra regolarmente grandi quantità di farmaci per ridurre al minimo l’insorgere di patologie. La stessa cosa, ma in misura ridotta, la fanno le grandi aziende agricole per preservare le colture e il raccolto.

Il passaggio dei microbi resistenti dalla stalla o dal campo all’uomo non è affatto difficile, avviene in breve tempo tramite la catena alimentare o per la diffusione di questi nell’ambiente.

Per limitare i danni e scongiurare un futuro per niente sicuro, bisognerebbe ridurre allo stretto necessario l’impiego degli antibiotici nella cura delle malattie, una presa di coscienza generale di medici e pazienti aiuterebbe molto. Allo stesso modo l’industria del cibo dovrebbe adottare metodi più naturali e sostenibili per le produzioni zootecniche e agricole, i consumatori per accelerare il cambiamento potrebbero incidere sulle strategie di mercato delle aziende orientando gli acquisti verso prodotti “Antibiotic free”.

Ferdinando Fontanella

Twitter: @nandofnt