Gragnano: la Valle dei Mulini è controllata, ora si sversa sul Faito

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(foto Irina Di Ruocco)

La polizia municipale di Castellammare di Stabia ha colto in flagranza alcuni soggetti intenti a sversare rifiuti lungo i tornanti che conducono a Monte Faito. Due tir carichi di materiale di risulta edile e tessile sono stati fermati dagli agenti stabiesi, e a quanto pare gli sversamenti sarebbero stati commissionati da due aziende con sede a Gragnano.

Quella degli sversamenti abusivi di rifiuti sembra una storia senza una fine, un tiro alla fune tra inquinatori seriali, forze dell’ordine e cittadini stanchi di vedere intere aree devastate. Numerose inchieste hanno dimostrato che quello dell’inquinamento è un fenomeno diffuso in tutta Italia: agli interramenti di rifiuti tossico-nocivi della cosiddetta “Terra dei fuochi” in Campania, si affiancano i tanti casi simili scoperti anche in nord Italia, da Brescia a Novara. Dalla Sicilia al Piemonte la storia non cambia, cave abbandonate usate come tombe per seppellire scorie nucleari, scarti farmaceutici e solventi chimici sputati via dalle multinazionali di ogni parte del mondo.

Quando le holding dell’inquinamento made in Italy – costituite da imprenditori, politici, manager, contadini, massoni e anche da mafiosi – non hanno trovato più spazio in Italia hanno pensato bene di riempire intere navi di rifiuti per farle affondare a largo delle coste del corno d’Africa o nei tratti di mare internazionale. Sono storie che gli inquirenti conoscono già dagli anni 80’. Stiamo parlando dei grandi inquinamenti che hanno devastato l’ambiente ed ucciso migliaia di persone a causa di malattie incurabili. Questi casi appena citati, apparentemente lontani, possono essere paragonati all’inquinamento del versante nord dei Monti Lattari?

Non possiamo dare una risposta univoca, e diretta, a tale domanda. La prima risposta è “No” (per fortuna) perché, salvo clamorose e spaventose scoperte, non ci sarebbero mai stati, nei nostri territori, sversamenti o interramenti di sostanze di matrice radioattiva o altamente tossica (mentre tali scoperte sono state fatte purtroppo in zone vicine come il parco del Vesuvio); La seconda risposta è “Si” perché, purtroppo, l’approccio è lo stesso e le conseguenze simili: ci sono interi gruppi di persone, soprattutto aziende abusive del settore edile e tessile (ma anche gommisti, “ferrovecchio” e finte ditte per lo smaltimento di amianto) che da cinquant’anni circa, senza soluzione di continuità, scaricano di tutto lungo la Valle dei Mulini di Gragnano, nell’alveo del torrente Vernotico, nei boschi di Quisisana, lungo la strada che conduce a Faito e in generale in tutti i luoghi montani carrabili e quindi raggiungibili da furgoncini, o addirittura tir.

E’ stato sversato di tutto, anche amianto, tanto amianto, molto ormai nascosto dalla vegetazione. Lo sanno bene gli abitanti delle frazioni a monte di Gragnano (Aurano, Caprile, Castello) che negli ultimi anni hanno assistito all’aumentare, per molti senza spiegazione, delle malattie tumorali. I più vecchi però, a bassa voce, ricordano quando fino a vent’anni fa lunghe file di camion andavano a scaricare materiale di ogni tipo nei valloni tra Aurano e Castello.

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(Amianto presso la Valle dei Mulini)

Non è la prima volta, negli ultimi mesi, che vengono colti in flagranza dei soggetti, provenienti proprio da Gragnano, mentre sversano rifiuti nella zona tra Quisisana e le pendici del monte Faito. Il 5 ottobre scorso nella zona dei boschi di Quisisana furono scoperti due individui scaricare tra i boschi scarti edili, cuoio e pelli per conto di due aziende di Gragnano.

Sembrerebbe solo un caso il fatto che nel giro di così poco tempo lo stesso fenomeno si sia ripetuto con le stesse modalità e con soggetti provenienti dallo stesso comune. La prima ipotesi che si può avanzare è che il luogo da sempre “preferito” dagli inquinatori seriali gragnanesi e dei comuni limitrofi, ovvero la Valle dei Mulini, caratterizzata per essere facile da percorrere con qualsiasi tipo di mezzo, ormai è controllata dalle telecamere e presidiata dai sopralluoghi frequenti dei cittadini. E’ diventato molto più rischioso sversare in Valle dei Mulini, e gli inquinatori “organizzati” lo evitano per non essere visti dai numerosi cittadini che popolano la Valle in ogni ora del giorno. Non si può dire lo stesso per gli inquinatori “comuni”, parliamo del solito individuo di turno che di ritorno dalla tradizionale bevuta d’acqua presso la sorgente della “Forma” ne approfitta ancora per gettare rifiuti o addirittura un impianto audio guasto, proprio come successo pochi giorni fa presso il mulino “Porta di Castello di sopra”.

Un tempo però era la Valle l’opzione B degli stabiesi rispetto a Faito, ora è diventato il contrario, i gragnanesi sversano a Castellammare. Famoso, ahinoi, è la vicenda di quel gran pezzo di m…inquinatore seriale che fu scoperto dai vigili urbani di Castellammare mentre stava sversando bustoni pieni di amianto nei boschi di Quisisana. L’uomo accortosi di essere stato scoperto riuscì a scappare, portarsi con se gran parte dell’amianto e scaricarlo poi nella Valle dei Mulini, dove una parte è ancora depositata sebbene siano state fatte denunce e addirittura interpellanze parlamentari da senatori della Repubblica(vedi foto sopra).

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(Valle dei Mulini novembre 2016)

Si assiste dunque a due fenomeni collegati, che si intrecciano, e dimostrano che il tiro alla fune tra la cittadinanza e gli inquinatori seriali fa vincere i primi da una parte ma li fa perdere dall’altra. Si risolve il problema in un’area ma non si debellano le cause (sociali, economiche e culturali)  che spingono le persone a sversare rifiuti nei corsi d’acqua e nei sentieri di montagna di altre zone rispetto alla loro area di provenienza. Da una parte c’è la prepotenza atavica che culturalmente caratterizza una fetta della popolazione, dall’altra c’è la necessità illegale delle tante aziende abusive presenti sul territorio che non hanno altra possibilità – non potendo smaltire i rifiuti regolarmente – se non quella di scaricare i materiali di risulta in luoghi di interesse ambientale. Il tutto avviene nel cuore del parco regionale dei monti Lattari (stesso discorso vale per le aziende non abusive ma che sversano per risparmiare sulle spese di smaltimento).

Eppure oggi questo “gioco” di morte non dovrebbe più valere la candela, soprattutto dopo l’introduzione di più severi reati ambientali nel codice penale, con la legge 68 del 2015, che hanno inasprito la reazione del nostro ordinamento dinanzi a tali comportamenti anacronistici ed intollerabili. Occorre solo capire se anche la polizia municipale, e le forze dell’ordine in generale, oltre ad impegnarsi, positivamente, nel contrasto a tali fenomeni siano ben consapevoli delle nuove norme – e anche delle vecchie– che disciplinano la materia dell’abbandono di rifiuti, prevedendo oltre alle ammende pecuniarie e all’arresto, (pene tipiche della più “leggera” disciplina previgente) anche la possibilità della reclusione e di multe salatissime con il nuovo reato “delittuoso” di inquinamento ambientale previsto dall’art 452 bis, il quale tra l’altro prevede che: “quando l’inquinamento è prodotto in un’area naturale protetta o sottoposta a vincolo paesaggistico, ambientale, storico, artistico, architettonico o archeologico, ovvero in danno di specie animali o vegetali protette, la pena è aumentata”. E se ben ricordiamo l’area in questione è sottoposta ai vincoli e alla protezione dell’ente parco regionale dei Monti Lattari.

Nemmeno la “occasionalità” dello sversamento dovrebbe poter difendere gli inquinatori dei monti Lattari (pur ribadendo che secondo noi “occasionali” non lo sono affatto) dall’applicazione delle severe disposizioni del codice dell’ambiente o addirittura, ora, del codice penale. Secondo la Corte di Cassazione (sent. 48015 del 2014) anche l’unico trasporto occasionale di rifiuti non autorizzato contempla la configurazione del reato previsto dall’art. 256 del d.lgs. 152 del 2006 (il cd. codice dell’ambiente): “Tale reato, infatti ha natura di reato istantaneo e solo eventualmente abituale, in quanto si perfeziona nel momento in cui si realizza la singola condotta tipica, senza che sia necessaria un’attività svolta con i requisiti della continuatività e stabilità di sorta”.

Ciò premesso, precisando che occorre complimentarsi con il lavoro dei vigili urbani locali, i quali, finalmente (forse…), stanno apprendendo le loro competenze in ambito ambientale, la domanda da farsi è la seguente: siamo sicuri che alla luce del nuovo approccio del nostro ordinamento, che mette a disposizione strumenti molto più severi ed adeguati alle conseguenze provocate dalle azioni inquinanti, le forze dell’ordine non stiano ancora usando il guanto di velluto, invece del pugno di ferro, per punire chi sta distruggendo il nostro territorio, la nostra salute ed il nostro futuro?

Carmine Iovine

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