Castellammare, la “sveglia” delle bombe e del racket: quel lungo elenco

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C’è un lungo elenco di episodi “sospetti” che porterebbero direttamente al giro di estorsioni, al racket, al pizzo imposto ai commercianti da parte di più organizzazioni criminali. Episodi sui quali sono al lavoro da tempo forze dell’ordine e magistratura. Capannoni industriali, supermercati, ristoranti, concessionarie, caffetterie, mercati.

L’area di Castellammare di Stabia e i monti Lattari periodicamente è presa di mira da incendi, colpi d’arma da fuoco, spedizioni punitive, bombe. Come quella che nella notte tra l’11 e il 12 gennaio scorso ha distrutto l’ingresso di una pescheria in piazza Matteotti ed ha terrorizzato mezzo centro cittadino stabiese.

Perché quando fa il “botto” e sveglia tutti la criminalità fa capire che c’è, che c’è sempre stata, che non ha bisogno di rialzare la testa perché non l’ha mai abbassata. E che ha continuato a pretendere soldi per la “protezione”, regali (abiti, gioielli, elettrodomestici) per “stare tranquilli”, forniture pilotate per “i ragazzi in carcere”, “i ragazzi di Scanzano” o quelli “di Ponte Persica”.

Sul caso stavolta ci sono gli agenti del locale commissariato di Ps che avrebbero già acquisito i filmati della videosorveglianza pubblica e privata della zona. Area centralissima, molti negozi, poca gente in strada a causa del freddo. A poco meno di due anni dal botto che sventrò un supermercato in via Pietro Carrese un’altra esplosione ha scosso la città.

Faccia rassegnata, un via vai di persone alle sue spalle che si danno da fare. Così, all’indomani dell’esplosione che gli ha devastato il negozio, si è mostrato il titolare della pescheria che sorge a pochi passi dalla stazione delle Ferrovie dello Stato di Castellammare. “Sono esterrefatto e scocciato (stanco e senza voglia di fare, ndr), continuerò a lavorare, solo questo so fare”, ha detto il commerciante in un’intervista a “il Corrierino”. Commerciante che ha negato di aver ricevuto richieste estorsive e che ha detto, incalzato dal bravo giornalista, di “non aver mai avuto problemi con nessuno. Altrimenti già avrei chiuso”.

Perché, per quale motivo il negoziante avrebbe chiuso qualora avesse avuto problemi? Nonostante il lungo elenco di casi sospetti e di inchieste che hanno portato emissari dei clan di camorra in carcere, a Castellammare manca un vero punto di riferimento per l’antiracket. È una carenza “storica” che negli ultimi tempi ha mosso passi in avanti con il progetto del “Circolo della Legalità” con funzioni di sportello antiracket ed antiusura da realizzare al corso Garibaldi in un bene confiscato alla criminalità organizzata. L’iter si sta perfezionando, ma la burocrazia è quella che è.

Tra il 2010 ed il 2016 sono circa venti gli episodi tra Castellammare e i monti Lattari in cui si è presa in considerazione l’ipotesi racket (anche se nessun commerciante ha mai ammesso di averle ricevute, le richieste estorsive). Tra i casi più eclatanti c’è l’ordigno contro il supermercato di via Pietro Carrese nel febbraio del 2015, l’incendio a Gragnano di un furgone utilizzato per installare le luminarie a luglio dello stesso anno, la gambizzazione avvenuta a Castellammare di un imprenditore della pasta di Gragnano a novembre sempre del 2015. Casi ancora aperti sui quali indagano polizia di stato, carabinieri e magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia (Dda) di Napoli.

Le operazioni delle forze dell’ordine contro gli estorsori della camorra, invece, sono state una decina. Di volta in volta sono finiti in manette emissari dei clan D’Alessandro, clan Gentile e clan Cesarano, attivi soprattutto a Castellammare, Agerola, Pompei e Scafati. Per molti i procedimenti giudiziari sono ancora in corso, ma dai fascicoli delle autorità scaturisce un quadro a dir poco preoccupante. Nella morsa della camorra ci sono finiti tutti: imprenditori del mercato dei fiori, industrie conserviere, cantieri edili, commercianti di qualunque tipo. Si imponeva la “quota”, a Natale, a Pasqua e in altre occasioni, oppure forniture: addirittura legna da ardere o frutta per bar e pasticcerie. E addirittura gli emissari dei clan visitavano cantieri edili per imporre al lavoro “gente propria” o per incassare la quota.

Ed emerge pure un altro dato. Ovvero che ogni qual volta che qualcuno ha denunciato l’incubo è finito. Perché alla fin fine i “botti” fanno paura solo di notte, se dormi tranquillo e stai facendo un bel sogno, quando qualcuno ti striscia alle spalle e ti svegli di soprassalto.

Francesco Ferrigno