L’edificio di via Brin a Castellammare di Stabia al centro dell’inchiesta contro lo spaccio di droga è finito più volte alla ribalta delle cronache negli ultimi anni. Due i casi particolari avvenuti tra aprile e giugno del 2015, dunque un anno prima che cominciassero le indagini che ieri hanno portato all’esecuzione di 9 misure cautelari nei confronti anche di alcuni residenti nello stabile di via Brin. Casi, è bene precisarlo, che non rientrano nelle carte dell’inchiesta portata avanti dalle autorità.




Castellammare: barricate all’Acqua della Madonna

È la mattina del 22 aprile 2015 quando all’Acqua della Madonna scoppia la protesta: una donna con due bambini si barrica in casa nel tentativo di evitare lo sfratto ordinato dal Comune di Castellammare. Sulle scale interne getta anche della benzina. Siamo proprio nell’edificio dove un anno più tardi i carabinieri documenteranno decine di episodi di spaccio. I locali oggetto dello sfratto sono di proprietà dell’Ente di Palazzo Farnese, confinano con il complesso delle Antiche Terme di Stabia e sono stati ristrutturati di recente.

L’occupazione dura dal 2013: nel 1999 si verifica il crollo di un solaio e tutti gli occupanti sono sgomberati. A conclusione dei lavori di ristrutturazione, che sono andati avanti quasi di pari passo con il restyling del complesso delle Antiche Terme di Stabia, gli appartamenti vengono nuovamente occupati. I balconi di molte abitazioni affacciano proprio sul complesso termale.

termali lasciano struttura“Ve ne dovete andare”

Due mesi più tardi, a giugno 2015, si riaccendono i riflettori sullo stabile di via Brin e sulle Antiche Terme. Un gruppo di persone decide di occupare pacificamente, in segno di protesta, lo stabilimento dopo il fallimento della partecipata Terme di Stabia spa nel marzo 2015. I termali rischiano il licenziamento (cosa che avverrà qualche settimana più tardi), vogliono calamitare l’attenzione della cittadinanza e dei media sulla vertenza e tutelare un bene chiuso al pubblico oggetto di furti e vandalismi nonostante i milioni di euro spesi per il restyling.

Stando a quanto si riesce ad appurare in quei giorni concitati (il caso per molti versi resta pieno di ombre) dopo alcuni giorni i lavoratori sono minacciati ed intimiditi, subiscono danni alle auto e tentate aggressioni. Sarebbero stati avvicinati da persone di “quel” palazzo che li spingono ad abbandonare il complesso.

Troppa attenzione, forse, troppi politici, giornalisti e cittadini ad affollare quell’area a qualsiasi ora del giorno. I lavoratori si dirigono in Municipio per consegnare le chiavi, poi le pattuglie della polizia locale, insieme all’allora sindaco Nicola Cuomo, si recano sul posto per mettere un catenaccio al cancello. Il primo cittadino commenta: “È un fatto molto grave ed ho chiesto alle autorità di indagare sul perché sono arrivate queste minacce e di individuare quindi i responsabili”. Il caso arriva addirittura in Parlamento: il capogruppo alla Camera dei Deputati di Sel Arturo Scotto, presenta un’interrogazione al ministro degli Interni Angelino Alfano.

Francesco Ferrigno