Poca roba, sul Vesuvio, adesso. Sono da poco passate le venti di un venerdì di luglio quasi normale. Di focolai ancora attivi sulla montagna, ne è rimasto solo qualcuno. Dal lato di Somma. I tre canadair che per tutta la giornata di ieri hanno fatto la spola tra il mare e il monte per gettare acqua sui fuochi, hanno svolto il compito alla perfezione. Oggi hanno continuato a volare e a scaricare. Domani, forse. Se dovesse spuntare ancora qualche fiamma.





Pare finita, questa “nuttata” di Defilippiana memoria, per il Vesuvio. Quando tutto sarà compiuto davvero e le fiamme sul Vesuvio, quelle vere, saranno state soffocate dal coraggio e dall’abnegazione degli uomini che hanno fatto il loro dovere sino in fondo, di sicuro si spegneranno anche quelle altre che, in questi giorni terribili per le genti vesuviane, si sono impegnate a esternare la propria indignazione con ricercatezza e forbitezza linguistica.

E questo è uno dei pedaggi che deve pagare questa terra disgraziata: l’attenzione vi si appunta solo quando succedono cose eclatanti: terremoti, crolli negli scavi e fuori. Quando ci sono le stragi. Quando ci sta l’emergenza: una parola che è come il prezzemolo va bene dappertutto e dunque bypassa il problema. Una volta finita, l’”emergenza Vesuvio” vedrà spostarsi su altre “emergenze” nazionali o locali la lente d’ingrandimento che le “grandi firme” dei media di grido hanno piazzato su questo delitto perpetrato contro un milione di uomini, donne e bambini.

Sul Vesuvio, sul suo territorio, sulla sua gente, resterà solo una cappa di dolore. Assieme a discarica vesuvio trecaseun sottile velo di cenere avvelenata e alla consapevolezza di un destino di morte. Il “polmone” del vesuviano, quello che dava ossigeno al territorio è bruciato. Forse definitivamente. Come i polmoni di un fumatore accanito. Prima, qualche decennio fa era stato violentato da una scelta scellerata: una discarica da milioni di metri cubi: cava Sari, era stata attivata in pochi giorni. Un fosso di veleni alla cui apertura concorsero politici di ogni colore. Un fosso “legale” che si andava a sommare a decine e decine di tanti altri “fossi” fuorilegge sparsi un poco dappertutto, sul vulcano.




Che cosa vi sia stato buttato, interrato, coperto, dopo quasi dieci anni nessuno lo sa. Allora, alle proteste dei vesuviani si rispose inviando esercito e forze dell’ordine, in assetto da combattimento. Cariche, arresti, denunce. E feriti, da una parte e dall’altra; lacrimogeni (anche scaduti), sassaiole, incendi di mezzi: fu una vera e propria guerriglia. L’apertura di una seconda, vicina e più pericolosa discarica, Cava Vitiello, venne scongiurata. Ma quei veleni sotterrati a cava Sari, da allora, stanno operando. Come? Nessuno lo più dire con certezza. Servirebbe uno studio serio e approfondito. Non si fa. Nessuno lo sostiene.

Non c’è registro dei tumori su cui si possono andare a leggere dati, cifre e tipologie di malattia, ma se si chiede a uno dei tanti medici di famiglia – vere e proprie sentinelle del territorio – vi si dirà dell’aumento esponenziale delle patologie tumorali, in quest’area, da dieci anni a questa parte. Da Cava Sari ogni giorno esce biogas, che viene captato. Insomma una bomba nella bomba, se si pensa che il fuoco di questi avrebbe potuto attaccarla. Per questo, militari, pompieri, protezione civile, e chi altri, hanno presidiato l’area, per bloccare il pericolo al primo accenno. Ieri, pero, la porcilaia di Trecase – Torre del Greco, una discarica “sporca” ha bruciato e sparso per l’aria i suoi fumi tossici.




Torniamo a “bomba”: finita (finita?) l’”emergenza rifiuti”, sul Vesuvio non si sono più aperte discariche. Legali. Di quelle fuorilegge, invece, se ne sono aperte e ce ne stanno, a iosa. Basta (bastava?) fare un giro nella pineta, dentro o ai bordi del Parco: pezze, stracci, residui di lavorazione tessile, resti di amianto, disfaciture di case e palazzi (la sfraucina, come si chiama da queste parti), plastica, elettrodomestici, ospedalieri. Un immondezzaio putrescente. Colpa dei vesuviani? Anche.

incendi sul vesuvio canadairSe però nessuno controlla o i controlli sono demandati a enti che hanno carenze di organico e sovraffollamento di compiti, allora è cosa ardua fermare i delinquenti. Se non si investe in tecnologie moderne per il controllo, allora è ancora più difficile. Impensabile, quasi. Incendi. Capitolo antico e recente. Detto che non esiste autocombustione – o almeno, secondo chi di queste cose se ne intende, è così difficile che avvenga che quando succede è come se uno pigliasse il superenalotto – allora il discorso va fatto su chi, come e perché si “diverte” a dare fuoco alla “vita”. Incendi, per stupidità, incuria, scelleratezza Il Vesuvio, la sua pineta, li ha sempre registrati. Si trattava di cose piccole, arginabili.

Incendi sistemaci, grandi, capaci di ingoiare ettari e ettari di territorio disegnando scenari lunari al posto di lussureggianti pinete, sono pochi anni che se ne vedono. Ma sono stati tutti disastrosi. Chi li appicca? I piromani. Semplicistico. Troppo. Vendette, avvertimenti? A bocce ferme si dovrà indagare. Se è così si lasciano sempre tracce. Vanno individuate e seguite.

Magistratura e Procura hanno tutti gli strumenti per farlo. E anche bene. Ogni parola, ogni ipotesi, ogni ricostruzione, o tentativo di farla, che in questo momento si chiede da parte dei media e dei politici rischia di alzare un polverone. Anzi, di fare più fumo degli incendi. Gli inquirenti sanno quello che fanno e opereranno per il meglio. Competenze e professionalità ci sono. Il Parco può, e deve, servirsene se vuole assolvere a quelle funzioni a cui è stato delegato quando è nato. Lo deve a se stesso, alla gente dell’area, al territorio che tutto il mondo invidia. Anche se non più tanto, adesso.

Carlo Avvisati