A leggere i commenti entusiasti che in questi giorni hanno accompagnato il rapporto SVIMEZ (acronimo per Associazione per lo SVIluppo dell’industria nel MEZzogiorno) sull’andamento dell’economia nel Mezzogiorno si resta di sale.


L’interpretazione univoca, fatta da commentatori e classe dirigente, enfatizzando oltremodo i timidi segnali positivi in termini di occupazione e crescita ha occultato d’un colpo una realtà caratterizzata in modo profondo da una gravissima quanto endemica crisi sociale. Eppure è lo stesso rapporto che delinea ben più tristi scenari.

Ma guardiamo in dettaglio l’analisi proposta. Nella sua sintesi il rapporto nota come il Mezzogiorno sia finalmente uscito da una ‘lunga recessione’ e che tra le regioni la Campania ha registrato il più alto indice di sviluppo raggiungendo una crescita del 2,4% grazie al ruolo trainante dell’industria e alla diffusione dei Contratti di Sviluppo. Ma sottolinea anche, tra il serio ed il surreale, che i risultati raggiunti dal Sud nel biennio 2015-2016 sono il frutto da una parte di fattori che hanno origine nella profondità della crisi in quest’area e dall’altra da eventi per molti versi particolari e soggetti a fluttuazioni climatiche, geopolitiche e legate ai cicli della programmazione comunitaria. Incensando di sorvolo l’azione del Governo che ha messo in campo alcuni strumenti strategici di una certa coerenza – tra cui i due decreti Mezzogiorno – il rapporto conclude che un biennio così per lo sviluppo di quest’area non è sicuramente sufficiente a disancorare il Sud da una spirale in cui si rincorrono bassi salari, bassa produttività, bassa competitività, creando sostanzialmente ridotta ‘accumulazione’ e minore benessere. Ecco quindi configurarsi in prospettiva un ventennio di ‘crescita zero’.

L’analisi SVIMEZ propone pure una linea d’azione. Per non cedere al pessimismo e alla rassegnazione indica come essenziale la messa in campo di politiche economiche che mettano a frutto i vantaggi competitivi offerti dalle regioni meridionali e che siano improntate ad una maggiore flessibilità.

Svimez-Sud-ItaliaDunque ecco riproposte le due paroline magiche che svelano tutta l’ideologia neoliberale: competitività e flessibilità. Perché di questo si tratta, di sottolineare ancora una volta l’esigenza e la necessità dello sviluppo come unica via d’uscita dalla depressione, come ricetta unica per integrare territori, storicamente ostili e riottosi, alle politiche economiche del capitalismo contemporaneo. Nonostante si sia certificato il fallimento delle azioni messe in campo sino ad ora, forte è il richiamo a non abbandonare le ‘speranze’. Anche se il tutto, tradotto in termini comprensibili, vuol dire abituarsi a salari da fame, ad una precarietà devastante e a nuove forme di aggressione spietata ai territori – vedi il richiamo all’urgenza di una nuova industrializzazione – forme che si affermano grazie al dispositivo discorsivo della ‘necessità di lavoro’, un’illusione sviluppista continuatrice dei grandi progetti fallimentari di industrializzazione pubblica degli anni ’60 che prevede la messa a valore delle esternalità negative del capitalismo. Un capitalismo che, organizzando la scarsità, trae profitto dai suoi scarti e da tutto ciò che altri territori non accetterebbero mai.

Sullo sfondo resta la fotografia impietosa di una condizione sociale dove a farla da padrone è il cannibalismo. Dove l’incidenza della povertà assoluta è un dato drammatico. Dove le disuguaglianze si inaspriscono. Economia e società parlano lingue diverse. Le spinte al miglioramento dell’una (i timidi segnali di crescita) non significano un miglioramento parallelo delle condizioni sociali. La ricchezza viene redistribuita dal basso verso l’alto.

La sfida per il Sud, quindi, si gioca nel presente: lasciarsi ipnotizzare ancora dal mantra sviluppo-progresso-crescita intonato dai centri del potere e del sapere ufficiale o intraprendere percorsi di sperimentazione, di mutualismo, solidarietà, relazioni meticce tesi a sgretolare lo stato d’eccezione che lo definisce e puntare all’emancipazione? La risposta, come sempre per questi interrogativi vitali, è nel conflitto dispiegato sul campo.

VIAN