«Miseria e nobiltà»: il murale di Jorit non resti un caso isolato

Il murale realizzato da Jorit Agoch, writer napoletano di origini olandesi, campeggia sul muro di Via Nuova San Leone ed è ispirato a una delle scene cult di «Miseria e Nobiltà»: Totò che divora a piene mani una manciata di spaghetti fumanti. Un omaggio alla tradizione culturale e gastronomica della Città della Pasta.

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Diciamolo pure: il murale dipinto da Jorit Agoch in via Nuova San Leone è bello.


Non solo esteticamente bello e quindi colorato, vivace. Ma soprattutto originale. Nel senso di un prodotto mai realizzato prima, capace di rielaborare la nostra tradizione artigianale e culturale in una forma nuova. In altre parole, arte allo stato puro.

Ora che il «supporto» di questa arte sia un muro e non una tavolozza di un pittore cambia poco. Perché l’arte, a qualsiasi livello, andrebbe valutata per il messaggio che essa è capace di trasmettere. E Jorit, con il suo murale, ha trasmesso bellezza, grazia e soprattutto freschezza.

Una componente che a Gragnano manca da tempo. Quella freschezza che viene dalla cultura, dalla pittura (in questo caso dalla street art moderna), ma soprattutto dall’idea di un artista che su un muro ha visto ciò che gli altri non hanno visto prima: la possibilità di guardare oltre. Al futuro, ma con i piedi saldamente legati al passato. Cioè alla pasta, a Totò. In parole diverse, a quelle icone grazie alle quali si è formata nel corso dei decenni la nostra identità storica, culturale e gastronomica.

Tuttavia, Jorit non è solo un writer che dipinge cose belle.

Se si osserva la sua produzione (distribuita tra Napoli e provincia) ci si accorge che i suoi murales sono anche «funzionali», cioè legati a un riscatto sociale e civico di quelle aree dell’hinterland napoletano martoriate dalla criminalità organizzata e dal degrado.

Per questo ritengo sia un errore considerare il murales di Gragnano semplicemente come una cosa «bella da vedere».

Al contrario, penso che esso debba essere il punto di partenza per dare un volto nuovo a una Gragnano grigia, caotica, sconclusionata.

Una Gragnano in preda alla crisi degli esercizi commerciali, una Gragnano sporca, dove imperversa un inquietante aumento del gioco d’azzardo e di altre attività collaterali. Una Gragnano piena, stracolma, di opere abbandonate e di cattedrali nel deserto (si veda, a tal proposito, l’ex scalo ferroviario e la zona carcere di via Visitazione).

Non sarebbero pochi i punti della città dove potrebbero apparire altri murales. Per fare arte, certo. Ma soprattutto per dare un messaggio.

Il messaggio della parte buona, sana dei gragnanesi (che c’è, esiste!) intenzionata a riprendersi, nel segno del bello e del fare, la città.

A questo è servito il murale di Jorit, a mio modesto avviso.

A indicare che una strada diversa è possibile.

E non ad alimentare polemiche sterili o, peggio, a farne un luogo macina selfie.