Come si evolve il clan “familiare” tra Pimonte ed Agerola: le ipotesi dell’Antimafia

Il boss della montagna: così veniva chiamato Umberto Mario Imparato, da studente lavoratore, attivista di Autonomia Operaia, a boss della camorra

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Sulle ceneri del clan Imparato di Castellammare si sarebbe costituito un nuovo sodalizio operante nei comuni di Pimonte e Agerola, a prevalente carattere familiare. Tra i membri di questa nuova organizzazione militerebbero ex ras del boss Imparato. Questo il dato emerso da un’ informativa della DIA per il Parlamento che avrebbe evidenziato nel contempo tra Gragnano e Pimonte l’esistenza del clan Di Martino , legato ai D’Alessandro , dedito alle estorsioni ed allo spaccio di stupefacenti.




Il” boss della montagna” : così veniva chiamato Umberto Mario Imparato, da studente lavoratore, attivista di Autonomia Operaia, a boss della camorra. Negli anni ’60 Imparato lasciò la sua Castellammare di Stabia per trasferirsi a Milano dove si mantenne agli studi lavorando. In piena contestazione studentesca Imparato frequentò assiduamente Autonomia Operaia condividendone le finalità sociali. Una sera però gli fecero visita sei affiliati del clan D’Alessandro (egemone sul territorio) che dopo aver cenato non solo si rifiutarono di pagare il conto ma intimarono a Imparato di pagare una tassa per la protezione.

Pessima idea: l’uomo reagì in modo feroce mettendo in fuga i responsabili della tentata estorsione. Un episodio epico che sancì l’inizio della carriera criminale di Imparato. Dopo poco tempo Michele D’Alessandro convocò Imparato proponendogli di affiliarsi al suo clan con ruolo apicale. Umberto Mario Imparato divenne rapidamente lo stratega e il cassiere dei D’Alessandro sostituendosi persino al ras Michele finito nel frattempo in carcere. Una volta lasciate le patrie galere D’Alessandro accusò Imparato di aver sottratto ingenti somme alle casse del clan costringendo l’ex fedelissimo a nascondersi sui monti Lattari per sfuggire alla sentenza di morte emessa nei suoi confronti.




Dalle montagne Imparato, grazie ad alleanze con le famiglie malavitose del posto (dal modus operandi oltremodo violento), creò un gruppo criminale autonomo forte del carisma da sempre esercitato sui giovani che vedevano nel ras Michele D’Alessandro un personaggio estremamente rozzo e violento. Iniziò così una guerra tra i due capi camorra che contò oltre settanta morti tra i rispettivi schieramenti. Particolare il modus operante dei gruppi di fuoco di Imparato che lasciavano le montagne solo per uccidere per poi sparire rapidamente nel nulla.

La primula rossa Imparato capì ben presto che per vincere definitivamente avrebbe dovuto colpire direttamente Michele D’Alessandro: fu così che il “boss della montagna” mise in essere un agguato ben organizzato nei minimi particolari (si parlò addirittura di consiglieri militari per la realizzazione dello stesso) al boss rivale mentre si recava in commissariato per apporre la firma sul registro dei sorvegliati speciali. Era il 21 aprile del 1998 quando nei pressi dell’Hotel dei Congressi un commando aprì il fuoco contro D’Alessandro e la sua scorta. Restarono sull’asfalto in un mare di sangue quattro affiliati e il fratello di Michele D’Alessandro, Domenico.




Il vero obiettivo del raid riportò solo alcune ferite (uno strano particolare che portò poi gli inquirenti a ritenere che D’Alessandro fosse stato volutamente risparmiato dai killer). L’ira incontenibile di D’Alessandro, scampato miracolosamente all’agguato, per la perdita del fratello e dei fedelissimi non tardò ad arrivare: morti ammazzati ovunque a Castellammare e sui Lattari in una faida senza esclusione di colpi. Una guerra che durò fino alla primavera del 1993: in quel periodo le forze dell’ordine riuscirono a stanare sui Lattari Umberto Mario Imparato (si parlò di tradimenti all’interno dello stesso clan e da parte dei gruppi malavitosi dei Lattari alleati) e il boss restò ucciso in seguito al conflitto a fuoco ingaggiato con gli agenti insieme ad un suo guardaspalle.

Successivamente perderà la vita anche in un agguato il figlio di Imparato mentre la figlia Tatiana, inizialmente accusata di essere la reggente del clan, verrà assolta da ogni accusa a suo carico. Imparato ancora oggi rappresenta l’icona del boss “gentiluomo”, dell’elegante potere della camorra, capace di gestire il traffico di stupefacenti, il contrabbando e le estorsioni senza l’efferata violenza usata da altri boss del sistema ripulendo poi i proventi delle attività illecite in imprese pseudo legali strutturate ad altissimo livello e ben ramificate sul territorio nazionale. Un leader carismatico, ben agganciato con politici, amministratori e insospettabili professionisti campani, che da semplice imprenditore nel settore ristorativo osò ribellarsi (inizialmente con successo) allo strapotere dei D’Alessandro che, profondamente colpiti dalla decisione e dalle capacità di Imparato, ne fecero poi un pezzo da ’90 dello stesso clan.

Alfonso Maria Liguori



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Pubblicista, con formazione scolastica classica e frequenza universitaria presso l'Ateneo Federico II di Napoli (corso di Laurea in Filosofia). Dal 2003 "Aml" è nato, giornalisticamente parlando, con il settimanale diocesano della Curia di Napoli "Nuova Stagione". Successivamente collabora con Cronache di Napoli, con Metropolis, con Napoli Più, svolgendo nel contempo attività di pubbliche relazioni e portavoce di politici. Impegnato nel sociale nel 2003 ha preso parte ad un progetto sociale per il recupero di minori a rischio promosso dall'associazione onlus "Figli in Famiglia" in collaborazione con il Tribunale per i Minori di Napoli. Ha curato eventi di solidarietà per associazioni onlus in favore di noti ospedali partenopei in collaborazione con l'Ubi Banca Popolare di Ancora. Ha diretto la trasmissione televisiva "Riflettori su Ercolano" (a sfondo sociale) per Tele Torre. Profondo conoscitore della strada e dei complessi meccanismi sociali che caratterizzano le problematiche di Napoli e della sua provincia, da anni collabora attivamente con il Gazzettino vesuviano.