Palma Campania, crolla l’intonaco dell’acquedotto augusteo

Portava l’acqua dalle sorgenti del Serino alla Piscina Mirabilis di Bacoli e riforniva città come Pompei, Ercolano, Napoli e Pozzuoli

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palma campaniaÈ allarme per l’antico acquedotto Augusteo, uno dei più interessanti «pezzi di storia» della Campania romana. L’intonaco che lo riveste, e che è quello originale, antico di duemila e passa anni, in alcuni tratti sta cadendo letteralmente a pezzi.


Si rischia, dunque, di perdere per sempre una delle testimonianze più importanti sulle capacità che avevano maestranze e architetti romani di realizzare straordinarie opere d’ingegneria idraulica. Il tratto interessato dalla caduta di rivestimento è quello che va da Sarno a Palma Campania. E, in maniera particolare, il cunicolo che si trova nei terreni privati, quelli nei quali la Regione Campania, negli anni novanta del secolo scorso, realizzò pompe di pescaggio finalizzate a rifornire l’acquedotto Campano, nel caso in cui le sorgenti del Sarno avessero dato problemi di approvvigionamento.

Costruito dal primo imperatore, Gaio Giulio Cesare Ottaviano Augusto, da quale prende il nome, l’acquedotto portava l’acqua da Serino fino alla Piscina Mirabilis, a Bacoli. Tra ramo principale e secondari, la condotta era lunga 146 chilometri e serviva per rifornire sia la flotta romana, acquartierata a Miseno, sia le diverse città che incontrava nel suo cammino, tra cui di Pompei, Nola, Acerra, Ercolano, Napoli, Pozzuoli, Baia, Cuma e Miseno, Pozzuoli, Napoli. All’epoca, quell’acquedotto era manutenuto di continuo, visto l’importanza strategica che rivestiva.

Adesso, senza manutenzione e restauro, l’intonaco impermeabile e spesso una decina di centimetri, in più punti si sta staccando dalle mura e in altre presenta lesioni importanti. A lanciare l’allarme sono le associazioni culturali del territorio che già da alcuni mesi stanno chiedendo un intervento delle soprintendenze competenti affinché sia salvaguardata una testimonianza archeologica di importanza fondamentale per il territorio.

Romilda Barbato