Imbrattato il monumento agli agenti della scorta dell’onorevole Aldo Moro

Nell’agguato persero la vita gli uomini della scorta, il maresciallo Oreste Leonardi, l'appuntato Domenico Ricci e i poliziotti Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino

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Stamane il monumento a memoria delle vittime di via Fani è stato ritrovato imbrattato orribilmente su ambo i lati con vernice rossa. Solo due lettere, una B ed una R, due lettere che connotano lo scempio e lo intensificano, due lettere che volevamo fossero state per sempre dimenticate, cancellate dalla nostra storia, la sigla delle Brigate Rosse.





Fu proprio il gruppo terrorista di estrema sinistra che il 16 febbraio dell’anno 1978 si rese partecipe del rapimento dello statista Aldo Moro. E nell’agguato persero la vita gli uomini della scorta, il maresciallo Oreste Leonardi, l’appuntato Domenico Ricci e i poliziotti Giulio Rivera, Francesco Zizzi e Raffaele Iozzino, quest’ultimo nativo di Casola di Napoli, ove lo scorso 20 marzo si è tenuta una cerimonia commemorativa, eroico agente di origini campane che cercò di salvare la vita del leader della Democrazia Cristiana.

Lo stesso monumento è stato inaugurato dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, il giorno 16, in occasione del 40esimo anniversario dalla strage, al fine di celebrare gli eroi in divisa, vittime del gruppo sovversivo, martiri a servizio dello Stato e delle sue istituzioni, dei cittadini e di chi quei cittadini rappresenta. E rappresenta degnamente come nel caso di Moro, giurista sottile, abile politico, uomo integerrimo, cattolico d’azione, aperto al dialogo quanto al confronto.




Quella scritta becera, “BR”, brigate rosse, vuole coprire i nomi degli eroici agenti, velo nichilista, emblema di una violenza che trova i suoi semi nell’odio, che come germe vuole attaccare e distruggere l’ordine costituito, quei nomi che ripetiamo a gran voce, che scriviamo indelebili: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Giulio Rivera, Francesco Rizzi, Raffaele Iozzino.

Un ritorno del terrorismo politico? Un gesto isolato di qualche folle barbaro o gruppo di barbari? Sul caso indagano i carabinieri del Nucleo Scientifico e la procura di Roma, che stanno analizzando i reperti e passando al vaglio le telecamere di sorveglianza. Ad ogni modo l’odioso evento non può non farci pensare al clima terribile che la nostra Italia sta attraversando, un clima non solo di instabilità politica, speriamo momentanea, ma ove regna xenofobia, odio razziale, rabbia contro le istituzioni; come ha affermato lo psichiatra della politica Vittorio Andreoli in una recente dichiarazione, “un livello di civiltà disastroso ove siamo regrediti alla cultura del nemico”, alla paura dell’altro, alla voglia di distruggere, nonché a una rassegnazione che genera rabbia contro ogni cosa, ogni persona, quella che il filosofo e psicologo Umberto Galimberti chiama, con riguardo soprattutto ai giovani, figlia del nichilismo passivo. Una rabbia e una violenza che non hanno colore politico o religioso, ricordiamo che una targa commemorativa già lo scorso febbraio era stata imbrattata con scritte nere e di estrema destra inneggianti l’odio nei confronti della divisa e riproducenti simboli neonazisti.

Senz’altro un periodo pesante, instabile, ove ancora risuonano le recenti dichiarazioni discutibili della ex brigadista Barbara Balzerani, presente all’agguato, così come le agitazioni di alcuni componenti dei centri sociali durante le pubbliche manifestazioni contro le forze dell’ordine, o la dilagante xenofobia che vede nel migrante un nemico e non un fratello da abbracciare, un periodo in cui, forse, anzi sicuramente, si sente la mancanza di un nuovo modo di fare politica, abbassando i toni, non giocando con la rabbia dei cittadini per la mancanza di lavoro o con le loro paure per il futuro, per la mancanza di sicurezza nelle strade, per la microcriminalità dilagante soprattutto tra i giovanissimi e, proprio per questo, più difficile da frenare. Molto possiamo imparare da Aldo Moro, per ricordarlo degnamente, facendo tesoro del suo pensiero e del suo incessante impegno politico, una vera e propria “teologia pratica del vivere civile”, aperta e non escludente ma salda nei principi e nei valori del cattolicesimo.




Aperto al dialogo tanto da essere ideatore del ”Compromesso Storico”, uno dei leader politici che maggiormente prestarono attenzione alle affermazioni di Berlinguer, segretario del Partito Comunista Italiano, che con lo «strappo da Mosca» si sarebbe reso accettabile a una parte degli elettori della Democrazia Cristiana con un accordo di solidarietà politica fra i comunisti e cattolici, in un momento di profonda crisi sociale e politica in Italia, una crisi diversa da quella attuale ma comunque ove il dialogo con tutti, specialmente da parte delle istituzioni politiche e per il bene dei cittadini può essere esempio di condotta, oltre che attuare in pieno quella che un tempo era chiamata “missione politica”. E ricordare anche e soprattutto, ancora, instancabilmente, gli uomini della scorta, pronti a morire per un ideale, per lo Stato, per la politica, non solo martiri o eroi ma modello contro una violenza cieca e figlia del nulla.

Giovanni Di Rubba