Publius Granius: rinvenuta nei depositi di Paestum la più antica iscrizione abatese

Ad annunciare la scoperta è la squadra di ricerca di «Agorà abatese» associazione cittadina attiva nella valorizzazione e riscoperta del patrimonio archeologico di Sant'Antonio Abate. Un frammento di fondamentale importanza, parte di una lapide tra le più antiche mai emerse in tutto il territorio dell'antico agro stabiano.

1861

Una scoperta degna dell’archeologia dello scorso secolo.

È quella fatta dal team di storici e appassionati dell’associazione di Sant’Antonio Abate «Agorà Abatese» che dopo ricerche durate oltre un trentennio sono riusciti a svelare dalle sabbie del tempo un reperto di fondamentale importanza per la storia del comune dei monti Lattari.


Un frammento di lastra (corrispondente al margine d’angolo sinistro) in calcare finito nei depositi del Museo Nazionale di Paestum che rappresenta, ad oggi, la più antica testimonianza archeologica di periodo romano restituita dal territorio di Sant’Antonio Abate.

Sant’Antonio Abate. Un momento della presentazione di stamane della scoperta di un frammento dell’iscrizione di Publius Granius Euhodus.

A comunicare il rinvenimento, stamane, sono stati gli studiosi Gerardo Sorrentino Vincenzo D’Aniello e Giovanni Alfano di «Agorà Abatese» alla presenza del sindaco Antonio Varone, dell’assessore alla Cultura Iolanda D’Antuono e del funzionario archeologo della Soprintendenza di Napoli Mario Cesarano.

Iscrizione Publius Granius Euhodus, particolare del frammento rinvenuto dagli studiosi dell’associazione «Agorà abatese».

«È una scoperta di straordinaria importanza storica e identitaria» hanno dichiarato gli studiosi «dal momento che la lapide di Publio Granio costituisce il caposaldo più antico e autorevole delle nostre radici. Un pezzo che fa parte della nostra comunità e che ora bisogna impegnarsi a restituire, magari insieme agli altri frammenti dell’iscrizione, alla città di Sant’Antonio Abate. Una scoperta che è stata resa possibile grazie alla consulenza dell’epigrafista Umberto Soldovieri e al supporto del funzionario archeologo Giovanni Avagliano». Sulla stessa lunghezza d’onda l’assessore D’Antuono. «Il rinvenimento di una testimonianza di così alto spessore culturale non fa che confermare e rafforzare l’impegno di cittadini e amministrazioni teso alla riscoperta e valorizzazione delle più remote origini storiche del nostro paese». «Una giornata come questa» ha invece commentato Mario Cesarano della Soprintendenza di Napoli «non può che essere da esempio per quella fattiva collaborazione che deve esistere tra Istituzioni e cittadini. Un binomio imprescindibile per la salvaguardia del nostro straordinario patrimonio archeologico».

Il frammento riportato alla luce dagli studiosi dell’associazione «Agorà abatese» rivela una storia davvero sorprendente.

Nel 1931 durante i lavori di ampliamento edilizio della proprietà del sig. Carmine Sullo, nel territorio del comune di Sant’Antonio Abate (in Via Stabia/ Traversa Via Congrega dell’Immacolata), furono portare alla luce due piccole tombe. Di questi sepolcreti, appena pochi anni dopo la scoperta, non restavano che pochi oggetti tra cui “una piccola olpe e una lucerna monolychne di terracotta col simbolo del pavone[1]”. Una delle tombe restituì anche un’interessante epigrafe.

L’ iscrizione[2], uno dei pezzi della collezione Libero Fienga finita dopo il fallimento dell’imprenditore nocerino tra il Museo Provinciale dell’Agro Nocerino e il Museo Archeologico di Paestum, è incisa su una lastra di calcare tratto dai vicini monti Lattari. Da Degrassi si ricavano le misure: altezza m. 0,34, larghezza m. 0,50 e spessore m. 0,55. La lastra è fratta al centro in due pezzi e scheggiata in più punti, soprattutto in corrispondenza del margine superiore. Il testo dell’epigrafe è il seguente:

Hospes, r[esi]ste. Nisi mole(s)tus[t],
perspice monumentum qu[od]
sibi Publius Publi Granius
sibi et sueique vivos fecit
5   Euhodus turarius.
Salve, vale.

L’iscrizione è incisa con lettere accurate che, dal punto di vista paleografico, rimandano allo stile dell’ultimo periodo della repubblica, come vedremo in seguito. Già il Degrassi[3] sottolineava l’importanza di questa epigrafe; interesse relativo soprattutto al fatto che essa fosse stata redatta in versi. Per l’esattezza, tre senari giambici con schema metrico regolare che si susseguono, dopo l’invito al passante, nelle prime cinque linee del testo mentre un dimetro giambico, salve vale, caratterizza la formula di saluto finale. Questa peculiare pianificazione del campo epigrafico permette di inserire la nostra iscrizione nel gruppo molto variegato degli epigrammi funerari latini di periodo tardo repubblicano[4]. Il rinvenimento della lastra nel territorio del comune di Sant’Antonio Abate autorizzò i primi studiosi del documento, su tutti il prof. Francesco Di Capua[5], a ipotizzare, sulla base dell’iscrizione, l’esistenza  in agro stabiano di un praedium di proprietà della gens Grania. Se appare piuttosto consolidata la tesi di una derivazione diretta del toponimo moderno di Gragnano da questo fondo agricolo (un praedium appunto), non mi pare priva di significato l’ obiezione posta dal Degrassi: “non so se l’ iscrizione comprovi l’ esistenza di questo predio, anche perché la tomba del nostro Granio venne in luce a Sant’Antonio Abate, a circa 4 chilometri in linea d’ aria da Gragnano”[6].

Titolare del monumento funebre è Publius Granius Publi Euhodus. Il cognome Euhodus, un graecanicus, è di chiara origine servile. Il patronimico Publi rende plausibile per Granius una discendenza da un liberto giacché dopo Publi potrebbe essere stato omesso filius. Negli epigrammi funerari l’omissione della parola filius, per ragioni metriche, è un fenomeno tutt’altro che raro a differenza del termine libertus[7] quasi sempre indicato.  P. Granius Euhodus, come si evince dal testo, fu un turarius, commerciante di incenso. Il contatto con l’ager stabianus dovette avvenire in ragione della sua attività commerciale[8].

Da escludere, però, che Euhodus provenisse da Pompeii come sostenuto da Degrassi[9].

I Granii di Pompeii, al pari di quelli di Herculaneum, sono quasi del tutto noti da tabulae cerate risalenti all’ultimo decennio di vita delle città vesuviane. Inoltre, essi sono presenti con praenomina di evidente pertinenza con la città di Puteoli[10], il che rende possibile l’ipotesi, sicura per Herculaneum e verosimile per Pompeii, di un trasferimento di alcuni membri della gens nel corso del I sec. d.C.[11] Altri elementi concorrono nel rendere più plausibile l’ipotesi di un’origine puteolana di P. Granius Euhodus.

In primo luogo, il gentilizio Granius che tra l’80 e il 40 a.C., periodo al quale risale l’iscrizione di Stabiae[12], è testimoniato esclusivamente a Puteoli. In secondo luogo, l’attività di turarius di Euhodus ci riporta direttamente alla città flegrea, nella quale fabbriche di profumi, legate alla lavorazione dell’incenso e di altre resine di importazione orientale, cominciano ad essere note proprio a partire da quest’ epoca[13]. La lavorazione dell’incenso rappresenterà una delle attività economiche più redditizie insieme a quella pregiata del vetro soffiato. Non è un caso, infatti, che nella riorganizzazione amministrativa della città all’ epoca di Augusto, figuri la Regio clivi vitrari sive vici turari[14].

Dunque, l’onomastica di P. Granius Euhodus e la professione di turarius fornisco elementi validi per una sua origine puteolana e, al contempo, ci restituiscono, nella già ricca documentazione epigrafica inerente i Granii di Puteoli, un nuovo esponente di quel ricco ceto mercantile, formato in gran parte da liberti, intorno al quale gravitava l’impressionante mole di traffici commerciali che coinvolgevano la città di Puteoli.

Angelo Mascolo 

NOTE

[1] A. DEGRASSI, Iscrizione metrica di Stabia, in Epigraphica, 1940, p. 282.

[2] CIL I2 3146= AE 1945, 39.

[3] A. DEGRASSI, art. cit. a nt. 1, p. 283-284.

[4] Altre attestazioni di epigrammi funerari tardo repubblicani si trovano in M. MASSARO, Metri e ritmi nella epigrafia latina di età repubblicana, in Die metrischen Inschriften der römischen Republik, 2007, pp. 121-168.

[5] F. DI CAPUA, Contributi all’ epigrafia e alla storia dell’antica Stabia, in RAAN, 1938-39, pp. 83-124.

[6] art. cit. a nt. 5

[7] E’ il caso dell’epigramma del libertus A. Granius Stabilio (CIL I2 1210).

[8] Gli usi dell’incenso erano svariati. Tra i più comuni quelli religiosi, funerari e medici.

[9] art. cit. a nt. 1, p. 283.

[10] A., C., L., P., Q., praenomina attestati a Puteoli fin dalla tarda repubblica.

[11] G. CAMODECA, I ceti dirigenti di rango senatorio equestre e decurionale della Campania romana, Napoli 2008, nt. 39 p. 164.

[12] Sulla base della paleografia del testo. Cfr.  G. CAMODECA a nt. 11

[13] Cicerone, Ad Atticum, XIII, 46.3 del 45 a.C.

[14] Si noti, inoltre, che nella stessa Roma, a significare quanto la riorganizzazione di Puteoli ricalcasse quella della capitale, è attestato un vicus turarius e vitrarius nel foro Romano. Cfr. G. CAMODECA, art. cit. a nt. 24