Matteo, Giggino, giudici e il contratto

Le cose per Luigino si complicano. Già nel suo MoVimento c'era maretta su diverse questioni, ma anche sul rapporto con la Lega, troppo sottomesso a detta di qualcuno

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La pubblicità pare sia il suo vero mestiere, la vocazione di una vita. Per combinazione si è trovato a fare il politico ma non ha abbandonato la vecchia passione. L’ha modellata sulla nuova attività provando a potare a casa il massimo vantaggio dalla sommatoria delle due cose. Eccolo indossare divise, felpe, magliette di tutti i tipi e professioni. L’importante è che l’elettorato lo individui come “l’uomo del fare”, se poi capitano “danni”, pazienza.

Lui è Matteo Salvini, il Capitano come gli piace essere appellato. Attualmente è l’inquilino di Palazzo del Viminale, sede del ministero dell’Interno, ma anche di Palazzo Chigi, sede del governo. Chissà se ricorda quando era contro i prefetti e cantava: “Prefetto italiano, via da Milano!”. O quando rifiutò di stringere la mano al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi, in visita a Milano, sostenendo: “No grazie, dottore, lei non mi rappresenta”. Tutte sceneggiate che gli consentivano di “apparire”. Il vizietto dei colpi di scena, anche se a volte di cattivo gusto, non se lo è mai tolto.

Ma veniamo ai giorni nostri ed alla vicenda della nave Diciotti. Il tribunale dei ministri di Catania ha avanzato la richiesta di autorizzazione a procedere contro Salvini per il reato di sequestro di persona aggravato per “avere, nella qualità di Ministro dell’Interno, abusando dei suoi poteri, privato della libertà personale di 177 persone….” Bella rogna, da poter utilizzare come al solito a suo favore. Ma stavolta le cose si complicano. In un primo momento pareva che Matteo facesse il bullo, suo solito, contro i giudici. Sembrava fosse disponibile a partecipare al processo, che sarebbe diventato super mediatico, per dire la sua sui magistrati che ingiustamente l’accusavano e contro i 177 poveri cristi della Diciotti. Insomma, un processo che sarebbe riuscito a ribaltare contro i giudici che lo accusavano, contro l’Europa che non dava aiuto all’Italia, contro gli scafisti delinquenti, contro gli emigranti che non rimanevano a casa loro e via proseguendo. Poi tutto ad un tratto la scena è cambiata. È arrivata una lettera salviniana al Corriere della Sera che metteva la marcia indietro, sostenendo che il “processo” non andava fatto. Bella rogna per Luigino Di Maio. Il Matteo padano quella lettera non l’aveva concordata con il capo pentastellato. Come al solito, quando gli conveniva, sparava le sue posizioni sicuro che Luigino, invece di usare un bel “vaffa…” grillino si sarebbe adeguato al volere del Capitano. C’era in ballo il governo del Paese e a Di Maio non gli conveniva rompere, andare alle elezioni poteva significare una bella perdita di consensi per i 5Stelle. E con questo ricattuccio il Padano per eccellenza, diventato italico per convenienza, è andato avanti per la sua strada sicuro che alle europee avrebbe stravinto.

Le cose per Luigino si complicano. Già nel suo MoVimento c’era maretta su diverse questioni, ma anche sul rapporto con la Lega, troppo sottomesso a detta di qualcuno. Pare che il momento della verità sia arrivato. Uno degli assunti dei 5Stelle è stato quello di dare sempre il “via libera” alla magistratura quando chiedeva le autorizzazioni a procedere contro un parlamentare. Fare marcia indietro su Salvini sarebbe un vulnus inaccettabile per i grillini.

Di Maio prova a mettere le mani avanti sostenendo che certe scelte erano condivise. C’è il “contratto” di governo che parla chiaro. Quindi, non solo Matteo Salvini va processato ma tutto l’Esecutivo. Un escamotage per non votare per l’autorizzazione a procedere? Parrebbe di sì. Ma il MoVimento nel suo complesso accetterebbe un passo indietro così marcato su una problematica tanto importante? Parrebbe proprio di no. E la conferma viene, tra l’altro, da due donne grilline di primo piano, Paola Nugnes e Roberta Lombardi, che non sentono ragioni sul “salvataggio” del Capitano.

C’è poi chi ricorda, stavolta in senso positivo, la tanto vituperata Prima Repubblica. Il 13 marzo 1993 Giulio Andreotti intervenne al Senato per chiedere che l’aula desse il via libera ai magistrati di Palermo che avevano chiesto di procedere contro di lui. Bel gesto. Allora tra i suoi avvocati c’era una giovane donna, Giulia Buongiorno, oggi ministro della Repubblica. Pare sia stata lei a consigliere Salvini. Andreotti su una decisione del genere non si sarebbe mai fatto “consigliare” dai suoi avvocati. La politica è politica!

Elia Fiorillo