Sant’Antonio Abate: da piazza don Mosé Mascolo i resti dell’antica Nuceria-Stabiae

Si tratta dei resti di un'importante arteria di epoca romana, probabilmente parte dell'antica via che da Stabiae conduceva alla città di Nuceria Alfaterna

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La notizia era nell’aria già da diversi giorni. Ma per rispetto ai nostri lettori e soprattutto alla deontologia che la professione giornalistica impone e richiede, abbiamo preferito attendere prima l’ufficialità. Per evitare di raccontare inesattezze e allo stesso tempo per testimoniare, nel pieno rispetto delle istituzioni coinvolte, l’eccezionalità di un ritrovamento archeologico senza precedenti per il nostro territorio.


Riassumiamo, seppur in sintesi, i fatti.

La scorsa settimana, nell’ambito dei lavori di rifacimento che stanno interessando piazza don Mosé Mascolo, nel cuore di Sant’Antonio Abate, tecnici e operai hanno portato alla luce un pezzo di asse viario largo circa quattro metri e bordato ai lati da blocchi di pietra calcarea.

Sant’Antonio Abate, tratto dell’antica via Nuceria riportata alla luce nel corso dei lavori a piazza don Mosé Mascolo.

Quello che gli scavatori hanno disseppellito è un pezzo dell’antica strada che in epoca romana collegava le città di Stabiae e Nuceria Alfaterna. Una strada di cui abbiamo diverse attestazioni. Quelle, e sono le più recenti, contenute nelle pergamene custodite presso l’Abbazia della Santissima Trinità di Cava de’ Tirreni, datate al periodo longobardo, e soprattutto una ricca documentazione archeologica – fatta di iscrizioni e cippi – che ci restituisce la fisionomia di questo importante asse viario.

Miliare adrianeo rinvenuto ad Angri nei pressi di via Mirelle nel corso degli anni ‘50 e oggi custodito presso il Museo Provinciale dell’Agro Nocerino Sarnese.

Una strada che ripercorreva, seppur con leggere variazioni, lo stesso percorso compiuto oggi dalla provinciale Castellammare-Nocera Inferiore, che correva ai piedi degli ultimi contrafforti dei Monti Lattari. Un’arteria tanto strategica per il collegamento con l’agro nocerino che subito dopo l’eruzione del  Vesuvio del 79 d.C., a distanza di circa quarant’anni dall’evento eruttivo, l’imperatore Adriano (tra il 120 e il 121 d.C.) ne decretò la riapertura. Una riattivazione testimoniata, d’altronde, dalla serie di cippi miliari restituiti nel corso di decenni di scavi (uno conservato presso il Museo Diocesano di Castellammare di Stabia, l’altro nelle sale del Museo Provinciale dell’Agro Nocerino Sarnese).

Ad esprimere soddisfazione è stato il sindaco Antonio Varone che in una nota ufficiale diramate pochi minuti ha dichiarato che «la strada romana venuta alla luce racconta la nostra storia, la nostra cultura e da lì ripartiamo ancora più convinti che ciò che di grande hanno fatto i nostri predecessori possa essere ripetuto e, con coraggio ed impegno, migliorato». Sulla stessa lunghezza d’onda l’assessore con delega al restyling della piazza, Carmen Esposito. «Sarà per questa amministrazione un onere ma soprattutto un onore poter restituire, nel più breve tempo possibile, l’agorà cittadina, ma questa volta lo faremo con una veste nuova. Sono certa che le mie sensazioni di meraviglia e riconoscimento identitario siano le stesse di tutti i cittadini abatesi e non che presto potranno beneficiare di questi spazi. Si è creata una grande sinergia con la Soprintendenza, alla quale va il nostro ringraziamento». 

L’eccezionale scoperta effettuata nel territorio di Sant’Antonio Abate si inserisce in questo quadro di evidenze archeologiche notevoli. A poca distanza da piazza don Mosé Mascolo, nella zona della Congrega dell’Immacolata Concezione, vennero rinvenuti negli anni ’30 del ‘900 resti di ville e sepolture, oltre alla celebre iscrizione dedicata a Publius Granius Euhodus. Senza dimenticare che sullo stesso percorso della Nuceria-Stabiae, pur se in posizione più interna, sorge il complesso archeologico di Villa Cuomo.

Insomma uno scenario in continuo divenire che conferma una volta di più la straordinaria potenzialità, in termini archeologici e storici, di quello che un tempo fu il territorio, baciato dalla bellezza e dalla ricchezza, che i romani avevano battezzato col nome di ager stabianus.