Licenziati FCA Pomigliano protestano dal campanile del Carmine

Due di loro sono saliti sulla sommità del campanile della Chiesa del Carmine a Napoli con uno striscione “Il reddito di cittadinanza per i licenziati non c’è”

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Licenziati nel 2014 per aver messo in atto iniziative di lotta contro l’azienda e l’allora a.d. Marchionne a seguito di due suicidi nel reparto-confino di Nola dove erano stati trasferiti e messi in cassaintegrazione a zero ore con altri 300 operai, scelti tra i più

 

combattivi o con ridotte capacità lavorative. Con la sentenza definitiva della Corte di Cassazione del 2018 non possono più essere reintegrati in fabbrica, ora sono senza lavoro ed esclusi anche dai benefici del reddito di cittadinanza per non avere i “requisiti” validi.

Di seguito il comunicato rilanciato durante la clamorosa protesta messa in atto qualche ora fa e che ha visto due dei cinque operai licenziati arrampicarsi sulla sommità del campanile della Chiesa del Carmine a Napoli per appendere uno striscione con la scritta: “Il reddito di cittadinanza per i licenziati non c’è”

“Se si è poveri e senza lavoro e per il governo non si hanno ancora i giusti “requisiti”, allora questa legge sul reddito «pensata per i poveri» è un altro bluff. Per l’enorme massa di persone che non rientrano più nei piani di valorizzazione del Capitale, lo Stato, per sventare la minaccia di rivolte sociali, si è fatto carico negli anni di individuare delle aree in cui parcheggiare le «eccedenze» prodotte dal mercato del lavoro creando attività, mansioni e servizi che, mancando di riscontri sul piano della profittabilità sociale, non hanno mai ottenuto stabilità e continuità contrattuale e lavorativa. A questa esigenza rispondevano i vari consorzi regionali, le categorie APU ed LSU, tutte le forme di sostegno che si sono succedute: carta dei servizi, SIA, REI etc.

Misurando la crescita della sovrappopolazione lavorativa, con il Reddito di Cittadinanza si tenta ora una più ampia operazione di razionalizzazione della distribuzione del valore che in termini legislativi e concreti si sta traducendo nell’avviamento coatto al lavoro precario, schiavile e sottopagato, nella pianificazione di fornitura di manodopera di cui le aziende beneficeranno, sia utilizzando un bacino più vasto di forza-lavoro reclutabile e ricattabile per comprimere i salari, sia

intascando parte dello stesso reddito destinato a quanti erano in attesa di occupazione, che si troveranno con i conti correnti commissariati dallo Stato, in condizioni di libertà vigilata e con un monte ore di lavoro da regalare gratuitamente. È come se lo Stato si riappropriasse del ruolo appaltato alle agenzie interinali e di somministrazione, ma con un surplus di autoritarismo, paternalismo e centralizzazione proprie dell’istituzione statale. Un’operazione finanziata chiaramente con i soldi di chi produce ricchezza, cioè di altri lavoratori.

Poi c’è la beffa: vista l’esiguità delle risorse messe a disposizione, i requisiti di accesso sono diventati via via sempre più stringenti e i meccanismi di reclutamento hanno prodotto altre disuguaglianze. É il caso di chi pur vivendo in condizioni precarie non ha potuto presentare la domanda perché la valutazione economica complessiva del nucleo familiare glielo impediva, e di tanti operai e lavoratori che dal 2017 ad oggi si sono ritrovati senza più lavoro a causa di licenziamenti, chiusure di aziende, delocalizzazioni ed altro. Vengono esclusi perché la loro condizione di due anni fa, poi variata nel tempo, non presenta i requisiti per avere diritto al reddito.

Se le cose stanno così, cosa ne dobbiamo trarre?  Che non ci sono soluzioni, né pace, né tregua, nell’ambito delle compatibilità con questo sistema economico di sfruttamento. Reddito o non, solo con la lotta di classe possiamo emanciparci”.