Silp Cgil critica decreto sicurezza bis

Il segretario generale Tissone: "le costruzioni giuridiche afflittive contenute nel decreto hanno come presupposto l’insicurezza, percepita e veicolata, in gran parte, da campagne propagandistiche che instillano le paure, mentre tutte le rilevazioni e i dati oggettivi indicano i vari fenomeni criminali in diminuzione"

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Anche i lavoratori della polizia criticano il ‘Decreto Sicurezza Bis’, legge securitaria che si accanisce contro i migranti e impone forti limiti alla libertà di movimento e di espressione del dissenso allargando le maglie repressive in merito alle manifestazioni pubbliche ed alle lotte sociali.

Una delegazione del sindacato Silp CGIL, guidata dal Segretario Generale Daniele Tissone, è stata audita alla Camera presso le Commissioni riunite Affari Costituzionali e Giustizia sul cosiddetto “decreto sicurezza bis”. Il sindacato di polizia ha presentato una relazione, che riportiamo integralmente, dove illustra nel dettaglio le principali criticità del decreto tanto sbandierato dal ministro dell’interno Matteo Salvini.

“Il Sindacato Italiano Lavoratori di Polizia Cgil ringrazia i Presidenti ed i componenti
delle Commissioni Affari Costituzionali e Giustizia per l’invito ricevuto.
Il provvedimento in esame, conosciuto alle cronache come “decreto sicurezza bis”, si pone in continuità con il precedente D.L. 132/2018, cd. “decreto Salvini”, già
portato all’attenzione della Corte Costituzionale con esiti interlocutori.

L’audizione è sempre una gradita occasione di partecipazione democratica e una
preziosa opportunità di poter offrire un contributo al legislatore ma, nella circostanza,
potrebbe risultare

purtroppo parzialmente tardiva in quanto il solco, il cui orientamento
appare alquanto discutibile, risulta già tracciato dal primo decreto legge.
Con amarezza assistiamo a una falsa quanto sfuggente rappresentazione della
realtà in cui, invocando motivazioni di necessità e urgenza inesistenti, al Parlamento
viene impedito di affrontare tematiche delicate attraverso la dialettica democratica del
procedimento legislativo.

Invero, scelte di politica giudiziaria o securitaria, che incidono pesantemente sui
diritti di libertà, vengono assunte a colpi di fiducia e a volte anche con la tecnica del
cd. maxi-emendamento, ovvero quasi al buio.
Non intendiamo entrare nel merito delle questioni di costituzionalità o di rispetto
del diritto internazionale, che lasciamo a ben più insigni e qualificati esegeti.
Per fermarsi a un livello di immediatezza, le tematiche trattate, in continuità con
il provvedimento capofila, sono l’immigrazione, la sicurezza e la violenza in occasione
di manifestazioni sportive.

Senza voler procedere a un completo e puntuale esame del testo si evidenziano
alcuni passaggi emblematici della filosofia che lo ispira:
• l’art.2 inserisce nell’articolo 12 T.U. sull’immigrazione (d.lgs. n.286/98), dedicato
al contrasto dell’immigrazione clandestina, una specifica disposizione “contra
naves”, attraverso la creazione di una mirata fattispecie, sanzionata amministrativamente, in caso di violazione del divieto d’ingresso nelle acque territoriali che comporta il pagamento di una somma di denaro (da 10.000 a 50.000 euro) e prevede in caso di recidiva il sequestro cautelare e la confisca amministrativa. Oltre a onerare le Prefetture-UTG, al cui vertice è attribuita la potestà sanzionatoria in materia e con specifiche limitazioni in peius nella valutazione della reiterazione, di ulteriori compiti con lo scontato e gravoso contenzioso che ne deriverà; è evidente l’intento di non sottoporre al preventivo
vaglio della magistratura, potere indipendente in uno stato di diritto, atti ablatori di
rilevante portata ed aventi riflessi di natura internazionale e, a cascata, ripercussioni
diplomatiche;

• l’art.4 introduce lo strumento investigativo delle operazioni sotto copertura per le
attività di contrasto del delitto di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina,
con le criticità, già evidenziate in occasione di altro testo altisonante, espressione
del diritto penale emergenziale, lo “Spazza corrotti” ( legge n. 3/2019), con rischio
di snaturamento dell’operatore di polizia in agente provocatore, comportante
l’eventualità di incorrere in condotte penalmente rilevanti in danno del medesimo
operatore;
• l’art.6 lett.b), in analogia a quanto già fatto altrove con il DASPO in ambito urbano,
estende un’altra fattispecie di matrice calcistica, relativa al lancio e all’utilizzo di
razzi, petardi fuochi artificiali, fumogeni etc, alle pubbliche manifestazioni;
• l’art. 7 interviene sul codice penale, con un inasprimento delle pene per i reati di
resistenza, violenza, minaccia a pubblico ufficiale, interruzione di pubblico
servizio, devastazione e saccheggio, danneggiamento qualora commessi in
occasione di pubbliche manifestazioni;
• l’art.13 con le lett. c) e d) introduce la possibilità di comminare il DASPO al di
fuori delle manifestazioni sportive ai soggetti di cui all’art.4 del Codice antimafia
D.Lgs. 06/09/2011, n. 159 che, tra le varie ipotesi, attraverso il richiamo al novellato art.51 del cp.p.,, trova applicazione a chi procura il solo ingresso illegale
dello straniero;

Tutte queste costruzioni giuridiche afflittive hanno come presupposto
l’insicurezza, percepita e veicolata, in gran parte, da campagne propagandistiche che
instillano le paure, mentre tutte le rilevazioni e i dati oggettivi indicano i vari fenomeni
criminali in diminuzione o comunque, non rispondenti all’allarme sociale suscitato.

Si percepisce, ben dissimulato, il rifiuto del dibattito egualitario come momento
di confronto, capacità di ascolto e rispetto delle opinioni altrui, specie se diverse da
quelle di chi è in quel momento al governo

Viene registrato un aumento delle fattispecie penali e l’aggravamento delle pene,
che contrastano con il principio che il ricorso alla sanzione penale, che oltre ad essere
adeguata e proporzionata al caso concreto, deve costituire l’estrema ratio e comunque
risultano in controtendenza con la ricerca del diritto penale minimo.

Il proliferare di nuovi istituti sanzionatori e la dilatazione smisurata di quelli
esistenti, comporta un indubbio aggravio di adempimenti per le Forze di Polizia,
notoriamente gravate da carenze di organici che si sommano alla problematica dell’età
anagrafica avanzata, oltre alle esigenze di formazione e aggiornamento sulle modifiche
normative, che richiedono programmazione degli interventi didattici, programmazione
al momento sconosciuta riguardo a tutte le tematiche toccate nell’ultimo anno, nonché
ad investimenti miranti ad una elevazione degli standard di professionalità.

Anche le autorità amministrative, specie il Prefetto, vengono fatte carico di altre
responsabilità e procedimenti ulteriori, di cui spesso le implicazioni fuoriescono
dall’ambito territoriale di competenza.

L’incremento dell’attività sul fronte repressivo e l’inasprimento delle pene,
inevitabilmente si abbatterà sul “Pianeta Giustizia”, già gravato da un ingente numero
di procedimenti e processi pendenti, che cresceranno per l’effetto domino dell’aumento
delle pene e del blocco della prescrizione, nonchè a seguire, sul mondo carcerario, ove
sono ben note le carenze di spazi e le difficoltà vissute dai magistrati di sorveglianza e
dagli operatori penitenziari.

L’eventuale adozione di eventuali misure alternative al regime carcerario
sposterebbe l’onere sulle Forze di Polizia e sui Servizi Sociali.
Peraltro, buona parte degli interventi risulta attuato a costo zero, in quanto le
risorse finanziarie sono quelle disponibili a legislazione vigente, attraverso variazioni
di bilancio e/o riduzioni di fondi già previsti, che quindi incideranno su altre azioni
(Federalismo, Cooperazione internazionale, etc.).
Si assiste a una escalation della criminalizzazione delle condotte che è iniziata
dall’immigrazione, dalle frontiere, ed è giunta alle riunioni in luogo pubblico o aperto
al pubblico, ovvero nelle piazze cuore del paese e luoghi dove i cittadini esprimono
opinioni.

La ricerca del consenso da una parte carica sulle spalle delle Forze di Polizia
l’aspettativa dei risultati promessi con la propaganda, mentre dall’altra, specie durante
le occasioni di protesta, inasprisce la contrapposizione tra i cittadini dissenzienti, che
vengono etichettati come nemici, e chi è deputato a far rispettare la legalità quindi a
contemperare la difesa dei diritti di tutti, viene visto, a sua volta, come il nemico dei
nemici.

Questo peggiorato clima di relazioni sociali, che vede nella sola repressione di
condotte ritenute devianti o comunque difformi ed in contrasto con il pensiero e i
desiderata di chi governa, rischia di portare alla strumentalizzazione delle FF.PP., viste come braccio armato e violento dell’esecutivo del momento, quasi a voler far tornare
indietro di quarant’anni la storia.

Il SILP, che si riconosce nel processo di cambiamento ed evoluzione della
Polizia di Stato, avviato con la riforma attuata con la L.121/81, che ha portato alla
smilitarizzazione, si oppone a questo snaturamento della funzione democratica di tutela
di tutte le persone e della civile convivenza, bene supremo per uno Stato ed il suo
popolo nella più ampia accezione.”