Giancarlo Siani: lo immagino a fare gavetta con me in una redazione di provincia

Giancarlo non è morto e non è unico, perché è tutti noi e vive in ogni pagina di cronaca

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Ricorre oggi il trentaquattresimo anniversario della morte di Giancarlo Siani, giornalista precario de “Il Mattino” morto per mano della camorra.

Numerosi articoli redatti da Giancarlo che hanno spiegato la correlazione tra la politica locale e la criminalità organizzata, e che rivelarono le dinamiche interne tra i Gionta e i Nuvoletta per la gestione illecita degli appalti pubblici, in seguito al terremoto dell’80.

E Giancarlo proseguì con coraggio e minuziosità le sue inchieste, fin quando non fu bruscamente fermato da dieci di pistola nei pressi di casa sua. Ritornava a casa il giovane cronista, al Vomero, dopo la giornata di lavoro al quotidiano di Napoli. È morto così Giancarlo Siani, l’unico modo per farlo tacere: un attentato camorristico consumatosi in una sera di inizio autunno.

Il suo corpo, sanguinante e privo di vita nella sua Mehari verde, da allora anch’essa simbolo di libertà, resta una pugnalata al cuore per ogni giovane aspirante giornalista che fa della verità la sua missione e del giornalismo il mezzo per arrivare ad essa.

Lo è per me, diciottenne alle prime armi che tenta di farsi strada in questo meraviglioso lavoro. Quando Giancarlo chiuse gli occhi, lo fece anche per il popolo napoletano che li stava aprendo per la prima volta. Fecero addormentare per sempre un uomo che stava finalmente svegliando la sua provincia.

Non penso che Siani fosse un eroe, era un semplice giornalista che svolgeva senza scrupoli il suo lavoro. Un giovane narratore delle brutture della sua terra che provava a modo suo a trovare un riscatto per un popolo ricco di cultura e storia, per una terra magica traviata dalla malavita.

Lo immagino qui, a Torre Annunziata, a Castellammare di Stabia, a fare gavetta con me in una redazione di provincia. Avremmo condiviso la stessa curiosità e scrupolosità. Un esempio di integrità professionale e morale e al contempo un monito e uno sprone a proseguire nella nostra passione.

Giancarlo non è morto e non è unico, perché è tutti noi e vive in ogni pagina di cronaca. Lui è lo spirito di iniziativa, l’informazione senza filtri, la resistenza all’intimidazione, l’entusiasmo giovanile e la passione per il proprio mestiere. È la paura messa da parte, anche di fronte alla morte.

Emanuela Francini