Il 29 settembre, una donna dell’Afghanistan è bruciata viva, insieme al suo bambino neonato, nel centro per migranti di Moria, sull’isola di Lesbo in Grecia. Alloggiava in una  così detta “baracca” andata completamente distrutta causa un corto circuito elettrico. I vigili del fuoco non sono riusciti a raggiungere l’area interessata dal rogo. Altri ‘confinati’ hanno provato a scappare dalle fiamme e per farlo hanno dovuto tagliare la recinzione per vedere salva la loro vita. La polizia antisommossa ha usato i gas lacrimogeni per fermare la rabbia di chi ha iniziato a protestare contro le condizioni disumane vissute nel campo di concentramento.

La stampa mainstream non ha esitato a dare la colpa ai migranti per l’incendio, ma molti testimoni, tra cui anche personale delle ong presente in loco, hanno dichiarato che il rogo non è avvenuto a causa di una rivolta la quale, semmai, è scoppiata dopo.

Questo è quello che è successo, al di là delle ricostruzioni propagandistiche e deliranti, nel campo per persone migranti costruito dall’Unione Europea. Qui, a Moria, sono alloggiati alla ben e meglio in 13000, cinque volte in più dei 2600 previsti dai funzionari dell’UE. L’Alto Commissariato per i Rifugiati considera che la capacità massima di accoglienza del campo è di 3000 persone.

Una vergogna in più per il governo greco, che da settimane è impegnato in un conflitto per effettuare un repulisti nel quartiere di Exarchia ad Atene nel tentativo di sgomberare quelle strutture occupate da solidali per dare un’abitazione ai migranti, e per i dirigenti europei che non la smettono di produrre politiche securitarie infarcite di odio verso l’altro.

Solo qualche giorno fa, nel commentare la notizia del raggiunto accordo di Malta sui salvataggi delle persone in mare, avevamo chiarito come la questione delle migrazioni contemporanee nel Mediterraneo non può esaurirsi nello sproloquio retorico sulla gestione tecnocratica dei flussi, e nella relativa suddivisione di quote per paese. Ma che l’attenzione va posta anche e soprattutto sul proliferare di strutture concentrazionarie, che siano esse definite Cie o HotSpot, tese a difendere la fortezza Europa. E’ qui che una umanità in eccesso, non utile ad una economia sempre in cerca di manodopera a basso costo ma che decide modalità e tempi di sfruttamento, sconta il suo inferno.

Se fosse possibile dare uno sguardo d’insieme e dall’alto si configurerebbe alla vista una topografia del continente disseminato di gulag, zone cuscinetto, di contenimento, respingimento. Aree e luoghi dove la vita è sospesa, dove in centinaia di migliaia sono costretti alla stregua di barbari controllati a vista da eserciti e polizie.

E’ questo il linguaggio umanitario usato dalle politiche europee?

La rabbrividente ultima tragedia avvenuta nel campo di concentramento greco richiama invece alla memoria vecchi fantasmi mai del tutto dimenticati per il continente e suscita l’impressione di trovarsi di fronte ad un efferato quanto criminale migranticidio.

E.I.