Un gommone di immigrati in procinto di sbarcare.

La pioggia si avvicina spinta da nuvole grigie. Un uomo si è appena svegliato con il profumo del sale tra le labbra. Fuori, si sente solo l’infrangersi delle onde contro la chiglia del barcone. In lontananza, versi stridenti di gabbiani. Sopra le teste, qualche stella soffocata dalle prime gocce di pioggia. Da qualche ora la linea della costa africana viene lentamente inghiottita dalla foschia e dalla schiuma. A malapena si scorge il profilo tetro del mare.

L’uomo ha in tasca pochi soldi, un passaporto falso e un piccolo Corano. Ma gli è impossibile leggerlo: soffre il mal di mare e i conati di vomito gli cacciano fuori pure l’anima. Non mangia da due giorni. Ma la fame non è il solo problema. Lo è anche il fetore, la sporcizia e il sangue di ferite infette riverso sul ponte dell’imbarcazione.

Poco prima dell’alba questo viaggio sarà finito. Ma non si sa quanti uomini vedranno la mai la luce.

L’alba arriva quasi come una ferita. Una motovedetta prende gli uomini in consegna, scortandoli al porto. Si preannuncia una timida giornata di sole. Un ufficiale dal molo detta astruse disposizioni nella sua lingua. L’uomo non capisce. Perché, prima dei suoni, alle sue orecchie giunge quello della paura, della diffidenza, della stanchezza. L’attracco schiude a quegli uomini i volti formali di guardie e medici. Indossano tutti una mascherina. Le autorità preposte dividono gli uomini in gruppi. Chiedono poi documenti. Ma gli uomini non ne hanno.

L’uomo, intanto, non si accorge che la lunga fila presso medici e sanitari si sta smaltendo e tra poco sarà il suo turno. Dietro il banco un medico, dagli occhi minimi, segna qualcosa su una cartella.

L’uomo da tre giorni viene affidato a un centro di accoglienza. I giorni scorrono monotoni. La notte precedente, nei pochi momenti in cui una strana febbre gli ha concesso una tregua, l’uomo si è accorto che molti dei suoi compagni hanno abbandonato quel posto. Non li rivedrà mai più. Con loro ha condiviso le attese del viaggio, le angherie e le violenze dei predoni nel deserto. Ora sono solo ombre.

Fuori è primavera, all’improvviso. Una bella giornata di sole che ferisce gli occhi. Le onde vigorose del mare sono l’unico contatto che l’uomo ha con la vita, labili confini che lo separano dalla morte. Oltre a lui, altra gente è in attesa in questo centro di accoglienza. Chi non è in ospedale, perché risparmiato dalla febbre o dalle infezioni, è controllato a vista dalle forze dell’ordine.

La notte fa freddo per il solito grecale tardo primaverile che spira su questa terra. Con gli occhi gonfi di febbre, l’uomo continua a chiedersi se valeva davvero la pena affrontare il mare per venire a morire in questa terra. E pensa alla sua casa, alle sue due figlie, ai palmeti, al deserto. Un giorno rivedrà mai tutto questo?

Dopo dieci giorni di febbre, l’uomo lascia il campo che lo ospitava per essere traferito in nuovo centro di accoglienza. Dopo un mese di permanenza in quel luogo, la febbre ha ridotto l’uomo una larva. Tutte le notti non fa che pregare Allah perché lo assista.

All’ombra del plenilunio, stringe tra le mani una foto delle bambine e di sua moglie.

Sorridono.

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Sono archeologo, giornalista e scrittore. Collaboro con «Il Gazzettino Vesuviano» dal 2013, curando la rubrica «IL FAVOLISTA», storie in forma di favola sui grandi temi del nostro tempo. Scrivo e racconto storie perché è l’unica cosa che so fare. Nel 2016 il mio romanzo ambientato a Castellammare si è classificato secondo al Premio Letterario RAI «La Giara». A novembre 2017 è uscito «La primavera cade a novembre», giallo edito dalla casa editrice Homo Scrivens, arrivato alla seconda ristampa, che ha ottenuto diversi riconoscimenti a livello nazionale.

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