È esistito un tempo, oggi avvolto nelle nebbie della leggenda, in cui una farfalla volava su un campo di calcio. Una farfalla dal colore insolito. Granata. Come una stoffa pregiata o come le venature di un Barolo, forte e generoso. Questa farfalla disegnava traiettorie, salti, colorando sogni e passioni.

Si chiamava Gigi Meroni. Una delle colonne del Torino degli anni ’60.

Gigi Meroni andò incontro a un destino beffardo per una farfalla. Non morì, infatti, per essersi avvicinata troppo al fuoco o a una luce, ma in una notte senza luna. Una domenica, quella del 15 ottobre del 1967. Meroni fu investito da un’auto guidata – pensate un po’ – da un tifoso del Toro che dopo qualche anno ne sarebbe diventato il presidente: Romero.

Aveva 24 anni, Meroni. Poco più o poco meno, stando alla mitologia, di quelli che aveva Achille. Un eroe, giovane e dannato, generoso e contestatario. Unico, senza dubbio. Eppure, stando alla sua carta di identità, chi avrebbe mai detto che Meroni sarebbe stato qualcosa di più di un calciatore, bensì un’icona ribelle e rivoluzionaria? Era nato sul Lario, sulle placide sponde del Lago di Como. Mingherlino, bravo ragazzo. Un bruco che tale sarebbe rimasto se a causare la sua trasformazione in farfalla non avessero contribuito quegli anni. Il boom economico, i Beatles, le occupazioni degli Atenei, i contestatori, il femminismo. Insomma quel segmento della storia del mondo in cui tutto era ritenuto possibile. Persino cambiarlo, il mondo.

Gigi Meroni ala del Torino alla fine degli anni ’60.

E Gigi – la farfalla granata – il mondo voleva cambiarlo. Con le idee, l’arte – amava dipingere – e soprattutto col pallone. L’Eupalla – il dio della sfera in un felice e geniale eufemismo creato dalla penna di Gianni Brera –  per Meroni aveva una declinazione tutta particolare. Degna dell’anarchismo di fine ottocento. Libertaria ad ogni modo. Calzettoni portati alla «cacaiola» – cadenti in modo trasandato e disinteressato sulle caviglie -, i dribbling farseschi e dissacranti, ripensamenti, l’assenza di ogni tempo di gioco, leggerezza, estro, inventiva. Classe, in altre parole. Se dovessi pensare a un poeta, direi che Gigi Meroni era sicuramente un Baudelaire, maledetto per la sua traboccante bravura. Allo stesso tempo, però, decadente, triste e malinconico come sanno essere le anime sensibili e vere. E geniale, aggiungerei.

In quegli anni – qualcuno più vecchio se lo ricorderà – Meroni girava per Torino con una gallina al guinzaglio, pantaloni a zampa di elefante, e cappelloni alla cowboy, del tipo Stetson, o a tesa larga come nella Parigi – triste e fervente – di Picasso e Modigliani, Apollinaire e Jacobs. Forse, ma non ne avremo mai la certezza, Gigi Meroni nel clima rarefatto della Parigi sospesa tra Bella Epoque e Positivismo, crisi di identità e Grande Guerra, si sarebbe trovato a sua agio. Lui che prendeva in giro di continuo l’esistenza, con leggerezza e piglio rivoluzionario. Con dolcezza, altre volte.

In una domenica senza luna Meroni se n’è andato. Voltando i tacchi, senza salutare nessuno. Come nel suo stile. E il tempo, che corrode ogni cosa, sta lì a ricordarci che sono passati più di cinquant’anni da quel giorno. Però, tra tutte costellazioni del firmamento, quella della farfalla splende, ancora oggi, di una luce tutta particolare. Un faro che ci ricorda che è esistito un momento della vita dell’uomo in cui pensare a una farfalla che potesse volare senza fermarsi mai non fosse più di tanto un’utopia.

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