La tenacia di Ilaria Cucchi e la solidarietà per cambiare la società

Se la sorella di Stefano Cucchi non si fosse data da fare, come ha fatto, oggi non saremmo qui a commentare una storia probabilmente simile ad altre, dove però il finale è stato diverso

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La tenacia di una donna, Ilaria Cucchi, e dei suoi familiari, è stata vincente in una storia il cui finale stereotipato era già stato scritto in partenza. A chi prendere in considerazione: “un drogato di merda” o uomini delle istituzioni? La risposta viene naturale, scontata. Eppure, in certi casi, meglio essere cauti, non sparare giudizi affrettati. Ed è proprio la vicenda di Stefano Cucchi, il trentunenne sorpreso a spacciare marijuana la sera del 15 ottobre 2009, a suggerire prudenza nei giudizi, al di là dell’evidenza degli avvenimenti.

Ci sono voluti però 10 anni di battaglia e due anni di udienze e otto ore di camera di consiglio perché la giustizia dichiarasse il drogato Cucchi morto a seguito di un pestaggio da parte di alcuni carabinieri: omicidio preterintenzionale. In precedenza erano stati accusati della bastonatura tre agenti penitenziari, del tutto estranei ai fatti. «Ora Stefano può riposare in pace» ha detto Ilaria alla lettura della sentenza.

La condanna dei carabinieri ha aperto una polemica, tra le altre, che vede Ilaria Cucchi come “sfruttatrice” della morte del fratello per questioni di visibilità. Insomma, per stare sulla ribalta mediatica il più possibile. Un’approfittatrice che “spreme” un morto per ottenere vantaggi di tutti i tipi. Adriano Paolozzi, consigliere regionale del Lazio, già di FI, ribadisce in modo esplicito il concetto che Ilaria “sfrutta il fratello tossico per il proprio successo”. Pozzi definisce Cucchi “tossico” gettando un velo sulle condanne dei due carabinieri: “Giuste? Bah”.

E certo non poteva mancare nella vicenda il giudizio di Matteo Salvini. Il capo della Lega se ne esce con una ipocrita affermazione: «il caso dimostra che la droga fa male». Ma che la droga facesse male è risaputo. Nel caso in questione i pugni di certi uomini delle forze dell’ordine hanno fatto più male della droga. Hanno ucciso un “drogato di merda”, come lo hanno definito. Resta il fatto che un tossicomane, o un qualsiasi altro detenuto colpevole di reati gravissimi, deve essere “protetto” – sempre – dagli uomini delle forze dell’ordine, anche quando ha commesso atti ripugnanti che invocano vendetta immediata.

A Radio Capital la sorella di Cucchi ha dichiarato: «Anch’io da madre sono contro la droga, ma Stefano non è morto di droga. Contro questo pregiudizio e contro questi personaggi – prosegue Ilaria – ci siamo dovuti battere per anni. Tanti di questi personaggi sono stati chiamati a rispondere in un’aula di giustizia, e non escludo che il prossimo possa essere proprio Salvini».

Sono proprio tanti gli uomini delle Forze dell’Ordine che per un ideale, “il bene comune”, sacrificano la propria esistenza, con stipendi assolutamente non adeguati alle mansioni che svolgono. In un lavoro complesso, dove ogni giorno rischiano la vita. E non fanno notizia, anche perché non hanno alcuna intenzione di finire sui mass media anche quando compiono azioni meritorie. È uno stile di vita scrupolosamente mantenuto dalla maggior parte degli appartenenti alla categoria.

Di critiche su Ilaria Cucchi se ne sentono tante: che vuole farsi pubblicità, che ci doveva pensare prima al fratello provvedendo a farlo disintossicare, a seguirlo passo passo per non fargli incontrare spacciatori, e via su questo ritornello. Chi ha avuto la sfortuna di trovarsi in famiglia un drogato sa bene l’inferno in cui si vive. Meglio riflettere seriamente prima di sparare giudizi approssimativi.

Se la sorella di Stefano Cucchi non si fosse data da fare, come ha fatto, oggi non saremmo qui a commentare una storia probabilmente simile ad altre, dove però il finale è stato diverso. Se pur fossero vere tutte le critiche mosse ad Ilaria il risultato ottenuto è la cosa più importante. Quelli che con troppa facilità, anche dai cosiddetti “benpensanti”, vengono definiti “scarti” non hanno nella nostra società alcun diritto eppure ci dovrebbe essere più attenzione a loro, ai soprusi che hanno subito, a come, con molto poco, li si potrebbe far uscire da quella condizione.

Stiamo vivendo un momento nel nostro Paese dove la parola “solidarietà” sembra obsoleta. Ed essa viene sostituita da un “io” assolutistico che dovrebbe rivoluzionare tutto e tutti gli “io” del Paese. No, sarà proprio l’assolutismo a far aumentare gli “scarti”. Dobbiamo sperare che la tenacia di uomini e di donne come Ilaria Cucchi trionfi e soprattutto che la “solidarietà” sia alla base della nostra esistenza.

Elia Fiorillo

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