Al “de Chirico” di Torre Annunziata, il libro di Pino Imperatore “Con tanto affetto ti ammazzerò”

E’ il riso amaro di Eduardo, quello doloroso di Troisi. Quello di Basile e di Cortese. Quello della tradizione letteraria in lingua napoletana

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Un più che felice ritorno quello di Gianni Scapece, l’affascinante ispettore già protagonista di “Aglio, olio e assassino” – ritenuto l’atto di nascita di un nuovo genere letterario il noir umoristico – creato dalla fantasia di Pino Imperatore.

E qui, in linea con lo spirito del romanzo, si impone la prima questione, all’analisi dei critici, su quanto il personaggio rifletta l’autore. Ricordo nostalgico e celebrativo del sé giovanile o auspicio/augurio o, addirittura, gratificante transfert, del sé attuale?

Di certo il libro è ben più di un noir umoristico.

Senza dubbio i caratteri del plot sono quelli del giallo, e giallo Napoli, verrebbe da dire richiamando la classificazione dei colori. Nell’ordine, la sparizione di una nobildonna novantenne, col suo maggiordomo; il ritrovamento del corpo; le indagini sui tre figli degeneri della donna; qualche altra morte più o meno naturale; l’inconsueta agnizione finale del tutto inaspettata.

Come pure non mancano i tratti umoristici nella conduzione narrativa, con punte esilaranti nelle scene motorie, a conferma dell’eterna attualità della lezione di Aristotele. Ma con pari se non più solida altrettanta sicurezza sentiamo di affermare che il romanzo conferma la piena maturità stilistica dell’autore. “L’uomo è lo stile”, suggeriva Queneau, nei suoi esercizi. Pino Imperatore ne è una conferma. Non potrebbe mai semplicemente dire “Scapece c’est moi!”, ma, forse, “Napoli c’est moi”. E Napoli come scenario e anima della storia e di tutti i personaggi che la ispirano. Ma ci ritorneremo.

Quanto alla sicurezza dello stile, da rimarcare, la capacità di governare i differenti fili della trama, la varietà dei livelli espressivi (i piani diegetici come usa la critica accademica). Anzi, in estrema sintesi, viene da dire che la dualità è la cifra identificativa del congegno narrativo nel suo complesso.

Così le pagine del diario della baronessa – una sorta di nobile e malinconico background radiation del tutto funzionale al disvelamento finale – toccano accenti di un lirismo profondo, del resto non nuovi a chi conosce l’opera, anche teatrale, di Pino Imperatore.

Anche la trama vive di questa opposizione, con la figura della nobildonna nel contempo vittima e “assassina”, fino alla scelta finale che sembra riproporre il mito di Antigone, col dilemma legge/etica.

Ma tutto ha un andamento duale, più oppositivo che binario, pur riuscendo sempre a trovare equilibrio e armonia nella forma che, in un libro, è la parola, lo stile, appunto. Allora il comico si fa teleologia quando battute fulminanti illuminano verità gnomiche, quando cronache esilaranti dissimulano i tragici scenari dell’animo umano.

E’ il riso amaro di Eduardo, quello doloroso di Troisi. Quello di Basile e di Cortese. Quello della tradizione letteraria in lingua napoletana.

Perché questo, in fondo, è l’autentico filo conduttore di tutta l’opera di Pino Imperatore: la città di Napoli. Ne racconta storie e leggende, ne descrive palazzi e monumenti, ne celebra scorci e paesaggi. In breve, l’innesco emotivo e narrativo, il processo di catalisi, la profonda alchemica formula sono l’amore per Napoli. Sembrerebbe l’unico elemento unificante, l’imbuto logico e sentimentale, il vortice necessario dove ogni cosa confluisce, il gorgo indispensabile, il black hole che tutto attira condensandolo sino a farne la propria essenza e ragione d’essere.

Se non fosse che Napoli è città duale per vocazione e fondazione. Sirena e quindi ingannatrice. Bella e terribile. Misera e sfarzosa. La terra dei trilli dei mandolini e del crepitio dei kalashnikov. La terra dei pomi d’oro e delle pesche alla diossina, dei lazzaroni e degli intellettuali, l’eterno paradiso (come luogo d’elezione o “condominio” di angeli?) abitato da diavoli.

La terra che nella sua molteplice dualità è metafora stessa della Vita degli uomini. Sempre in bilico tra il bestiale e il divino. Tra gli umori repellenti del corpo e la levità dei pensieri che non hanno forma né suono.

Pino imperatore esprime tutto il suo amore in una intensa dichiarazione, alla quale, ci permettiamo di aggiungere, in corsivo, una considerazione, animati da “quell’odio fatto di un amore viscerale”, come ebbe a dire un grande napoletano: “ Di Napoli amo la lingua e ogni frammento della sua arte e cultura, e mai riuscirò a spiegarmi come abbia saputo risorgere da tutte le catastrofi della sua storia”. E ripiombarci ogni volta.

F.I.