Una banana attaccata al muro con una striscia di nastro adesivo grigio. Non è il titolo di una favola, come sareste portati a credere. Un’opera d’arte, invece, chiamata “Comedian” e realizzata dall’artista italiano Maurizio Cattelan, diventato famoso nel mondo per “America“, un wc di oro massiccio 18 carati.

La banana attaccata al muro con nastro adesivo grigio è esposta, per chi volesse vederla, all’Aret Basel di Miami Beach. Dimenticavo la cosa più importante: della banana attaccata al muro sono state vendute due copie a 120mila dollari l’una.

Come potete immaginare, quest’opera ha fatto tanto discutere soprattutto per l’implicito contenuto provocatorio che esso contiene. Nel frutto tropicale per eccellenza molti hanno visto il degrado del mondo moderno, l’inutilità dell’Occidente, la decadenza dei costumi sessuali, con la conseguente liberalizzazione di tutte le passioni o anche l’ineluttabile corruzione della materia a cui la condizione umana è sottoposta.

Tutte letture legittime, per carità.

A mio modesto avviso, però, la banana di Cattelan è sintomo sì di un degrado. Ma dell’arte stessa.

Le manifestazioni artistiche degli ultimi tempi, infatti, sono sempre più ripiegate su se stesse, minimaliste, essenziali, incartocciate nei vicoli bui dei pensieri più intimi dell’artista di turno. Sicuramente una risposta ai tempi che stiamo vivendo. Burrascosi, frammentari e scollegati.

Tuttavia la mia visione dell’arte – che tradisce una malcelata impostazione “classica” – è legata al bisogno umano di cogliere e dare un senso alla complessità che ci circonda. E farlo con opere che ci illuminino e indichino dove stiamo andando e cosa possiamo fare per cambiare rotta, nel caso contrario. Fornirci la stella polare, in poche parole. Opere che siano formalmente e sostanzialmente unitarie, coese, equilibrate, armoniche. E non più solo pezzi, schegge di un Io che si è scomposto in tessere di un mosaico intricatissimo.

Ritengo che sia molto più complesso tendere all’unità, alla sostanza universale di un valore (sia esso positivo o negativo) che calcare la mano sulla scomposizione – di per sé già evidente – della società umana. Questo anelito dell’arte contemporanea andava bene come denuncia, come avvisaglia se preferite, non come condizione di un linguaggio perenne.

Provate a pensare a un’opera d’arte. Di qualsiasi epoca, di qualsiasi artista. Al di là dei gusti personali o delle tendenze, ciò che apprezzerete di più in un artista, rendendolo unico a suo modo, è la sua capacità di cogliere con la sua opera la totalità del presente. La sua visione coerente e omogenea della realtà. Questo penso sia la missione, se mi consentite il termine, dell’artista. Darci una lettura del mondo, pur in un «non mondo» come quello in cui stiamo vivendo.

Pur apprezzando opere come quella di Cattelan, nell’ammirarle non provo appagamento. Ma solo la riproposizione di un qualcosa che già appartiene al mio tempo e alla mia condizione: la divisione in mille pezzi. Non, di certo, la strada per rimettere l’uomo al centro del mondo e tornare a esprimere quell’armonia e bellezza a cui noi tutti dovremmo tendere.

Angelo Mascolo

 

 

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