Questa storia inizia su un campo di calcio. Stavolta, però, non vi voglio raccontare le gesta di qualche campione del pallone nostrano. È la storia di un paio di parastinchi. Appartengono a Cristiano Biraghi, calciatore dell’Inter, e sono finiti nel mirino per la scritta «Vae Victis» (Guai ai vinti) che riportano sul dorso. Da buona parte della società civile, puntualmente indignata, Biraghi è stato accusato di esibire simboli fascisti, di usare la retorica del regime, di confondere politica e calcio, di essere un nero, di essere simpatizzante del Ventennio. A cascata accuse su accuse.

Da un po’ di tempo, sempre rimanendo in tema di favole, questo paese è malato della sindrome, assai pericolosa, della «caccia alle streghe». Si vedono fascisti ovunque. In personaggi pubblici come Salvini (che avrà tutti i torti del mondo, ma essere considerato un nuovo Mussolini credo ce ne passi) e Biraghi; nella politica, nello sport, nella vita di tutti i giorni. A ogni minimo accenno di presunti, e sottolineo presunti, «atteggiamenti fascisti» la società civile di cui sopra passa all’attacco. Si appella ai Padri Costituenti, alla Costituzione, al sangue rosso, alla Resistenza. E se qualcuno, in questo arcipelago di indefessi difensori dell’antifascismo, si permette di partorire pensieri, parole e opere che siano semplicemente diversi, o in disaccordo, ecco che scatta l’accusa di essere fascisti, neri, sansepolcristi, figli della lupa e quant’altro.

Già il fatto che si usino, nel 2019, categorie e pensieri appartenuti al secolo scorso, la dice lunga sullo stato di profonda arretratezza culturale, politica e storica del nostro paese. E il punto penso sia proprio questo.

Anziché fermarsi alla scorza del problema, impegnandoci in sterili polemiche di «simboli» e «simbologie», perché la società civile – quella che ogni volta scende in piazza e rinnova la caccia al nero fascista – non si spende con pari gagliardia e acrimonia sull’assenza totale nelle nostre scuole della storia italiana repubblicana?

Perché non dice nulla quando nei programmi ministeriali, e non solo, il Fascismo e la Resistenza vengono liquidati, in maniera anche piuttosto manichea, in un semplice conflitto tra «buoni» e «cattivi»?

A cosa serve studiare Storia solo per ricordare un evento e una data, ignorando i conflitti, le contraddizioni, le persone e le lacerazioni che scandirono l’affermazione del Fascismo, la guerra e la sanguinosa lotta fratricida seguita al 25 luglio del ’43? E perché, la stessa società civile che lancia l’allarme fascista, non si indigna dell’ignoranza dei nostri studenti sugli anni di Piombo?

Da pochi giorni si è commemorata la strage di Piazza Fontana, a Milano. Momento cruciale della storia italiana moderna. Ma che senso ha rinnovare il ricordo di una ferita ancora sanguinolenta della nostra storia se nessuno conosce quella storia?

Piazza Fontana, Banca Nazionale dell’Agricoltura. 12 dicembre 1969. La strage che diede inizi agli «Anni di Piombo».

Abbattere le immagini «fasciste» o presumibilmente riconducibili al Ventennio, in una sorta di moderna iconoclastia, non serve a niente se una pari lotta non viene condotta nelle scuole e negli ambienti della politica per chiedere, e farlo a grandissima voce, che si aprano le porte alla nostra storia – quella fascista e ancora di più quella repubblicana – e non la si tenga in soffitta come un passatempo ingombrante.

Per la cronaca: il «Vae Victis» riportato sui parastinchi di Biraghi (e che tanto ha aizzato la pubblica piazza) non nasce col Fascismo. La frase, infatti, venne pronunciata da Brenno capo dei Galli Senoni nel 390 a.C., anno in cui i barbari conquistarono e occuparono Roma. Lo storico Tito Livio riferisce l’episodio in cui i Romani stavano pesando su una bilancia l’oro del tributo di guerra da corrispondere ai Galli. Tuttavia si levarono proteste quando ci si accorse che i pesi erano truccati. Brenno allora sfoderò la spada e l’aggiunse al piatto dei pesi rendendo il calcolo ancora più iniquo, ed esclamando per l’appunto Vae victis, motto ripreso dopo, e soltanto dopo, dalla retorica fascista.

Esempio, ancora una volta, di quanto importante sia conoscere la storia per bene e non affidarsi a interpretazioni frettolose e superficiali…

 

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