“Dieci piccoli napoletani”: il giallo di esordio di Antonio Vastarelli

Intervista ad Antonio Vastarelli, giornalista napoletano, che con questo lavoro letterario dalle tinte noir sta suscitando grande interesse presso i lettori

Dieci piccoli napoletani” (Fanucci editore) è un romanzo del giornalista napoletano Antonio Vastarelli uscito a fine novembre 2019, che sta riscuotendo ampio riscontro in libreria. L’autore, classe 1969, collaboratore de “il Mattino” e in precedenza caporedattore del quotidiano “Napoli più”, nonché, attualmente, direttore della rivista Merqurio, è al suo primo cimento letterario. Il lavoro di Vastarelli è un thriller-noir, un genere molto in voga negli ultimi anni, che sta suscitando grande interesse presso i lettori. La trama vede protagonista Arturo Vargas, un giornalista molto sui generis, che sbarca il lunario scrivendo racconti fantasy dopo aver letteralmente bruciato la sua carriera nel mondo della carta stampata. Praticamente il suo vissuto quotidiano è all’insegna del “sans-façon”, ma una bella mattina arriva una “news” inaspettata: una busta contenente cinquemila euro piazzata sotto la porta del suo sciatto appartamento e una successiva telefonata esplicativa a lui diretta da parte di una donna misteriosa, tale Paola di Littanic, che lo “ingaggia” per scoprire chi la voglia far fuori. Per dargli delle tracce su cui muoversi, la donna, che, a suo dire, ha la certezza di essere in pericolo di vita, gli fornirà una lista di dieci sospettati, a cui Vargas farà riferimento per le sue “missioni”, ognuna delle quali sarà ricompensata con la medesima cifra iniziale, un gruzzolo di danaro che lo alletta sicuramente. Questo incipit rappresenta il “semaforo verde” di un thriller dai ritmi alti, intriso di situazioni divertenti e al contempo estreme, che non possono far altro che magnetizzare il lettore alle duecento pagine del romanzo che scorrono veloci. Merito dei dialoghi serrati che sono appannaggio del protagonista e degli altri personaggi che scalpitano sulla scena, dove fa anche capolino un simpatico e maldestro coniglietto di nome Schizzo di compagnia al buon Arturo. I vari capitoli del libro sono scanditi da una filastrocca da interpretare, sul modello di quella usata da Agatha Christie in “Dieci piccoli indiani”, che rappresenta il fulcro del plot narrativo, che vedrà man mano assottigliarsi la lista dei “potenziali” assassini, i quali si volatilizzano nel nulla una volta a contatto con il giornalista-detective. L’ esegesi della filastrocca è il leit-motiv della vicenda, dove anche la polizia vorrà vederci chiaro, per cui Vargas sarà attenzionato dalle forze dell’ordine, poco propense a credere alla storia al limite dell’inverosimile del giornalista, ritenendola un “fake”.  Vargas sarà catapultato in un vortice di avventurose e paradossali peripezie dove rischierà la vita, ma al contempo si imbatterà anche in belle donne, lui che è un impenitente dongiovanni. Il mistero che ammanta la trama fa paio con l’ambiente in cui svolge l’intera vicenda, quella Napoli bella e insieme enigmatica, dove bellezze del territorio e nequizie della società, con i suoi rappresentanti assettati di potere e ricchezze, sembrano convivere armoniosamente. Come in ogni buon giallo che si rispetti, tutto si rivela nell’agnizione finale, di cui chiaramente non faremo spoiler, ma la bravura dell’autore consiste nel cercare il coinvolgimento in prima battuta dell’attento lettore, quasi sfidandolo nella risoluzione dell’enigma attraverso deliziosi calembour. Il thriller vive sugli interrogativi (irrisolti) del protagonista Arturo Vargas: quella telefonata iniziale di Paola, dalla voce sul modello “hot-line” gli fornisce una ragione di vita, per lui che trascorre le sue giornate quasi cullandosi in un’accidia nefasta, costringendolo finalmente ad un percorso di introspezione verso sé stesso, come in uno specchio ideale che manca finanche nel suo appartamento, per ritrovarsi come uomo. In definitiva, una lettura godibile e intrigante, in cui il lettore amante del mistero e del giallo, viene costantemente titillato per arrivare da sé allo svelamento dell’intricato caso. Gli stilemi utilizzati dall’autore sono peculiari del thriller noir, senza però tralasciare l’aspetto di divertissement, quasi gigionesco che ci fa appassionare e fare il tifo per il protagonista Arturo Vargas. Abbiamo contattato l’autore Antonio Vastarelli, che, nell’intervista che riportiamo, ha toccato varie tematiche del libro, parlando di alcune curiosità e dando anche delle anticipazioni in esclusiva per i lettori de “il Gazzettino vesuviano”.

“Dieci piccoli napoletani” rappresenta il tuo esordio letterario. Ci racconti qualcosa sulla genesi di questo tuo lavoro per te che vieni dal mondo del giornalismo?

«Si tratta di un libro che ha avuto una lunga gestazione. La prima versione è di circa 25 anni fa, ed era molto diversa da quella di oggi, a cominciare dal finale. Nel corso degli anni ho più volte ripreso il manoscritto, aggiungendo o sottraendo parti: mi sembrava sempre che mancasse qualcosa. Circa un anno fa, decisi che era arrivato il momento di trovare una soluzione ai miei dubbi. La nuova versione è piaciuta molto all’editore Sergio Fanucci, che ha deciso di pubblicare il romanzo. Nonostante le modifiche apportate nel corso degli anni, l’intenzione iniziale è rimasta intatta, cioè quella di calare il meccanismo infallibile della filastrocca di “Dieci piccoli indiani” di Agatha Christie in una realtà, quella napoletana, completamente diversa da quella ovattata anglosassone. Pensavo che l’effetto potesse essere divertente e spero di esserci riuscito».

Il titolo sembra appunto parafrasare quello di un famoso giallo di Agatha Christie. Quanto la famosa scrittrice inglese ti ha ispirato per il tuo giallo?

«Dal titolo, appare evidente la citazione o, se preferisci, la scopiazzatura. Così come nel famosissimo giallo della Christie una filastrocca annuncia omicidi, che poi avverranno, nel mio libro una filastrocca annuncia misteriose sparizioni. Inoltre, nel mio romanzo c’è il gusto per l’enigma e per il finale a sorpresa, tipico dei gialli della scrittrice inglese, ma anche di tanti altri autori classici del genere. L’atmosfera, però, è più simile a quella di un hard boiled, quindi Vargas assomiglia più a un Marlowe maldestro che a Poirot».

Il thriller, con venature noir, è ricco di suspense e ambientato nella Napoli dei nostri giorni. Hai tratto ispirazione da fatti che hai vissuto direttamente come giornalista oppure è tutto frutto della fervida immaginazione?

«Come si dice? Ogni riferimento a fatti, personaggi o eventi reali è da considerarsi puramente casuale. Quindi, è tutto frutto dell’immaginazione. Se poi l’immaginazione abbia deciso di aiutarsi, di tanto in tanto, ispirandosi a qualche fatto di cui era a conoscenza, l’ha fatto senza che ne fossi consapevole».

Attraverso il protagonista della vicenda, il giornalista Arturo Vargas, catapultato in medias res in una vicenda più grande di lui, hai raccontato i vizi e le virtu’ del mondo del giornalismo e della Napoli odierna.  È questo il motivo per cui hai optato per il genere thriller noir per la narrazione della trama?

«Ho utilizzato questo genere perché penso che sia necessario e giusto che un romanzo parli di qualcosa, additi un problema, segnali una condizione umana o sociale, ma è molto più facile che il lettore ascolti quello che vuoi dirgli, se nel frattempo si diverte. E il genere noir è uno di quelli che si prestano meglio nel difficile compito di far restare il lettore incollato alle pagine del libro. Il che non è poco in un periodo nel quale i lettori scarseggiano».

Nella trama del giallo vengono affrontati vari temi come quello della redenzione personale e della ricerca della verità. Cosa potrebbe “imparare” il lettore dall’esperienza del protagonista Arturo Vargas?

«Che voltarsi dall’altro lato o dribblare i problemi non serve a molto, il destino prima o poi ti chiede di fare i conti con te stesso. E, in genere, la verità non è un dato oggettivo, come credono molti nostri colleghi, ma una sorta di sincerità verso sé stessi e verso gli altri, nel momento in cui ci raccontiamo qualcosa o lo raccontiamo ad altri».

Nel corso del giallo, si “sente” molta musica quasi a fare da contraltare alle peripezie in cui viene coinvolto il protagonista. Qual è il messaggio che come autore hai voluto trasmettere ai lettori con i vari riferimenti al jazz?

«Premetto che nessuno suona mai realmente e che la musica è tutta nella testa di Vargas, altrimenti non sarebbe possibile una jam session jazz che veda esibirsi insieme Mozart e Gillespie, oppure Chopin e Coltrane. Inoltre, non c’è un messaggio in questi inserti musicali, che funzionano un po’ come una colonna sonora. Nei momenti clou di un film, parte la musica, e noi accettiamo questa invasione di campo, che nella realtà non è possibile, come naturale. Questo perché ci dà l’atmosfera del momento, ci accompagna nella comprensione “sentimentale” di dialoghi ed azioni. La musica nel mio romanzo ha la stessa funzione».

La storia è molto intrigante, coinvolgente e divertente. Potrebbe avere sviluppi per una serie televisiva o per una trasposizione per il grande schermo?

«In effetti, è scritta quasi come se fosse una sceneggiatura, piena di dialoghi. E, come dicevo prima, c’è anche la colonna sonora. Basta trovare soldi, regista e attori. Se qualcuno è disponibile…»

Hai in programma altri progetti letterari nel prossimo futuro? Rivedremo magari Vargas alle prese con un nuovo “caso”?

«”Dieci piccoli napoletani” è stato pensato come primo romanzo di una trilogia. Sono già al lavoro per il seguito. Bisogna vedere, però, se l’editore è disposto a pubblicarlo. Pare che le vendite stiano andando bene, ma se i tuoi lettori mi danno una mano correndo in libreria ad acquistarlo, sono certo che l’obiettivo di vedere Vargas ancora in azione si avvicinerà».

Domenico Ferraro

 

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