L’aria calda dell’estate gli illumina lo sguardo essenziale. Davanti a noi, sul tavolo, c’è un bicchiere di vino e il soffio del vento che gonfia una tendina. Lo guardo per un istante, lunghissimo. Di fronte a me c’è un uomo dai radi baffetti bianchi, i capelli arruffati dello stesso colore e le mani solcate dalle rughe appoggiate con cura sul manico del bastone.

Sono andato da lui per sentire una storia. Una storia d’altri tempi, la storia di un’Italia che non esiste più. Una storia di guerra, di macerie, di fame, di disperazione. Di rinascita.

L’uomo che ho davanti a me, quell’estate, ha 95 anni. Si chiama Leopoldo Elefante. È un contadino e abita in una piccola frazione del comune di Sant’Antonio Abate, in provincia di Napoli. Salette è il nome della frazione. Sono andato a trovarlo perché in quell’estate, oggi così lontana, sto ancora cercando una storia da scrivere. E ho pensato di scrivere un romanzo dedicato a Leopoldo.

Quell’uomo – che quel giorno mi aprì le porte del cuore e della memoria – compie oggi 100 anni.

Certo, direte voi, l’elenco dei centenari quasi non fa più notizia, con la vita che si è allungata e tutto quanto. Ma la storia di Leopoldo, finita nel cassetto di quell’estate così lontana, ve la voglio raccontare. Con la speranza che, in qualche modo, ne resti traccia per il tempo che verrà. Ma soprattutto perché uomini come Leopoldo rappresentano la nostra memoria in viaggio, con il loro bagaglio di ricordi, di vita e di sogni.

Leopoldo Elefante, in divisa da marinaio della Regia Marina Militare italiana. Foto del 1940

Così ripenso alla storia di Leopoldo. Una storia che inizia con l’elemento primordiale per eccellenza: l’acqua. Quella salata del mare, per esattezza. Un mare verde, cristallino, enigmatico. Quello della baia di Taranto, custode di misteri millenari.

E lì, infatti, che si trova un Leopoldo ventenne la notte tra l’11 e il 12 novembre del 1940, arruolato nella regia marina militare. Una notte passata alla storia come la «Notte di Taranto». Cosa accadde quella notte? Le aviazioni inglese e australiana, in un attacco congiunto alla flotta militare italiana noto col nome di operazione Judgement, bombardarono il porto militare di Taranto distruggendo gran parte delle nostre corazzate. Tra queste, fu pesantemente colpita la Caio Duilio, la nave da battaglia varata a Castellammare di Stabia.

Quando Leopoldo racconta questo momento della sua storia, la sua faccia sembra cedere alla commozione, a quegli istanti drammatici. Bombe e fuoco nemico caddero dal cielo come una pioggia torrenziale, quella notte. Un’apocalisse senza fine.

Leopoldo rimane ferito alle gambe e ricoverato all’ospedale militare di Taranto. Lì resta per quasi un mese prima di essere spedito a casa, in licenza. Tuttavia, la guerra per Leopoldo non è finita.

Ristabilitosi dalle ferite riportate a Taranto, il giovane marinaio viene spedito sul fronte greco-albanese nei giorni in cui Mussolini ordina l’invasione della Grecia. Tutto cambia, drammaticamente, dopo l’armistizio del ’43.

L’Italia divisa in due, l’occupazione militare da parte dei tedeschi, le rappresaglie, gli stermini e le prime deportazioni. Leopoldo è tra quei militari che decidono di non consegnarsi ai tedeschi. Inizia a combattere, di nuovo. Nella partigianeria. Sarà tra quei partigiani che accoglieranno le truppe inglesi e americane che libereranno Castellammare e il suo porto distrutto dalle truppe germaniche durante la ritirata.

Quello che accade nel dopoguerra a Leopoldo è lo specchio riflesso della storia del nostro paese. Il ritorno alla terra, la fame, la rassegnazione ma anche la speranza incrollabile di ripartire dopo gli orrori della guerra.

Una foto in bianco e nero, scattata nei primi anni ’60. Leopoldo (al centro con baffi neri e camicia bianca) e i figli giovanissimi.

La speranza, certo. Ma anche e soprattutto l’amore. Leopoldo si sposa nel 1946, con l’Italia da poco diventata una repubblica. Sposa la sua amata Giuseppina, che ha conosciuto tra il sudore e la fatica dei campi. Da questo matrimonio nasceranno, nel corso degli anni, sette figli.

Leopoldo in una foto con moglie e i sette figli.
Leopoldo con la «sua» Giuseppina, al 50esimo anniversario del loro matrimonio.

Mentre mi racconta la sua storia, e le mie dita scivolano veloci sulla tastiera, non posso fare a meno di guardare quest’uomo. È un po’ come avere sotto mano un libro di storia vivente, per certi versi. Un uomo nato nel 1920 che ha attraversato con i suoi occhi essenziali la storia italiana di un intero secolo. Un uomo che ha visto passare re, dittatori, presidenti della repubblica e capi di governo. Un uomo che ha visto cambiare profondamente il nostro paese, dai treni a vapori a quelli ad alta velocità; dalle lettere profumate di inchiostro alle chat di ogni tipo.

Alcune cose, però, in questo secolo di esistenza non sono cambiate in Leopoldo. Non sono cambiati, ad esempio, gli occhi essenziali e il mento affilato. Non sono cambiati l’anima generosa e le mani segnate dalla fatica e dai calli.

Quel giorno, dopo che ebbe finito di raccontarmi la sua storia, Leopoldo mi offrì un bicchiere di vino, con il sole dell’estate che gli colorava i ricordi e i capelli. Stavo quasi per andare via, quando sulla porta mi parlò sottovoce, dicendomi una cosa che non dimenticherò più:

«Mantieniti forte» con la voce che profumava ancora di vino «e scrivi tutto ciò che ti ho raccontato perché quello che è accaduto a noi non possa mai più capitare a voi».

In queste ore a Leopoldo stanno arrivando migliaia di auguri. Ma, forse, l’augurio più importante lo ha fatto lui a tutti noi. Ricordarci da quale passato veniamo e impegnarci tutti insieme affinché quel passato non ritorni mai più.

E in un tempo malato, come quello che stiamo vivendo, drogato da nostalgie fasciste, odi e brutalità non ci può essere un insegnamento più alto di questo.

 

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