Il mare magnum della rete riserva, ogni tanto, storie sorprendenti. L’altro giorno facevo una specie di zapping virtuale quando mi sono imbattuto in una notizia. Un po’ vecchia, a dire il vero, risalendo allo scorso dicembre.

In un liceo di Biella – per la precisione l’istituto Tecnico Commerciale “Bona – il dirigente scolastico, insieme ad alcuni docenti, ha adottato una misura davvero rivoluzionaria.

Dall’inizio dell’anno scolastico tutti gli studenti seguiranno le lezioni senza avere i cellulari dietro.

Fin qui la cosa potrebbe apparire come una semplice e miope misura restrittiva. La dirigenza dell’istituto biellese, però, si è inventata un dettaglio assolutamente geniale.

Appendere alla parete di ogni classe dei sacchetti, numerati in ordine progressivo, dove ogni studente lascia il proprio smartphone come fosse un cappotto.

Biella, Istituto Tecnico Commerciale «Bona». Una parete con i sacchetti per appendere gli smartphone degli studenti.

L’accoglienza di tale iniziativa, inutile dirvelo, è stata apocalittica. Musi lunghi, nasi storti, polemiche, scioperi e picchetti. Chi ha invocato la lesione al diritto allo studio (?), chi la violazione della privacy, chi ha minacciato di ricorrere alle vie legali, chi ha fatto scendere in campo genitori, rappresentanti, delegazioni.

Ma poi, lentamente, questa decisione impopolare ha cominciato a fare breccia.

In primis, perché gli studenti hanno riscoperto il piacere di “ascoltare” le lezioni e non solo vederle, magari con gli occhi e l’attenzione incollate sullo schermo piatto di un telefonino; in secondo luogo hanno iniziato ad assaporare le tante sensazioni connesse all’insegnamento: la voce del proprio insegnante, i contenuti, il contatto coi libri, l’empatia con ciò che si sta trasmettendo durante una lezione ecc.ecc.

In parole diverse, è bastato mettere per qualche ore uno smartphone in un sacchetto per riaprire ai ragazzi la via dei sensi, della conoscenza, di quella continua scoperta di sé e del mondo circostante che rappresentano il vero seme (e la vera utilità) dello studio.

Ed è significativo, molto, che questo imprimatur sia arrivato proprio da Biella dalla stessa città, di certo lo ricorderete, che si è resa protagonista in negativo dell’assurda querelle sulla cittadinanza onoraria a Liliana Segre, superstite dei campi di sterminio nazisti; cittadinanza prima negata, poi concessa e alla fine consegnata.

Un segnale forte animato di sensibilità, cultura, bellezza mi si lasci dire.

Insomma una spinta a considerare la trasmissione di valori e conoscenza – che noi chiamiamo insegnamento – che rendono un insieme di uomini e donne una Comunità veramente libera.

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