All’università, un po’ di anni fa, il docente di Antropologia di cui ricordo ancora il nome – Alfredo Carannante – ci spiegò il concetto di coevoluzione. Per esprimerlo in parole povere, si può dire che esso è una sorta di “corsa agli armamenti” a cui fanno ricorso, tra loro, due o più specie influenzandosi reciprocamente.

Una gazzella, se non vuole essere sbranata da un leone, deve sviluppare un’agilità di volta in volte sempre più efficace per non farsi prendere; il leone, a sua volta, affinare le tue tecniche di predazione per neutralizzare la velocità della preda.

Insomma, la coevoluzione è il maccanismo per cui una specie è chiamata a essere costantemente aggiornata sull’altra per evitare di estinguersi.

Rapportato al mondo umano, qualcosa di simile alla coevoluzione lo vediamo nei rapporti interpersonali, con le nostre azioni e/o comportamenti che innescano reazioni nell’altro e così via.

Tuttavia, da almeno un decennio, i rapporti umani hanno subito una trasformazione radicale spostandosi dal contatto visivo e diretto a quello social. Chat, messaggi, mail hanno sovvertito il modo di influenzare le nostre relazioni. Più pratiche, più veloci.

 

Un esempio su tutti è sicuramente rappresentato da whatsapp. Il noto servizio di messaggistica istantanea ha letteralmente rivoluzionato il concetto di comunicazione. Al posto di un messaggino, infatti, è possibile inviare al nostro interlocutore di tutto: foto, contatti, documenti, messaggi vocali.

Un social che pochi giorni fa ha raggiunto i due miliardi di utenti. Un quarto della popolazione mondiale.

Il futuro del servizio, hanno dichiarato i suoi fondatori, è legato a un rafforzamento dei contenuti e soprattutto della privacy.

Se in questi anni whatsapp ha stravolto le nostre vite, ha plasmato un nuovo modo di comunicare e di dirsi le cose, se le relazione hanno subito un’accelerazione in senso moderno, lo stesso non si può dire sul versante dei dati personali.

In termini di coevoluzione, per ritornare al concetto di apertura, mentre il servizio chat cresceva a dismisura la tutela della privacy – aspetto fondamentale vista la gestione di miliardi di dati sensibili – è rimasto assolutamente fermo.

Nomi, foto, contenuti. Tutto in circolo e in pasto agli usi e alle intenzioni più disparate. Al predatore di turno.

Non è un caso, infatti, che le crescenti e inquietanti forme di violenze su soggetti più deboli ed esposti (si legga femminicidio e bullismo) abbiano trovato la loro origine proprio nelle chat di whatsapp.

Sebbene i padri fondatori del social abbiano annunciato controlli ferrei su privacy e protezione, è evidente che molta della questione passa attraverso un’educazione ad hoc degli utenti. Proprio questo punto rappresenta l’anella debole di questa coevoluzione mancata.

Non solo perché non esiste una legislazione internazionale che disciplini in modo uniforme la privacy, ma anche perché nelle stesse scuole – così come in altre agenzie formative – regnano la più totale confusione e incapacità nel formare soprattutto i più giovani a un uso sano e corretto della tecnologia.

Tutto questo – al netto dei protocolli di protezione e della privacy – ci dice una volta di più quanto sia fondamentale l’uomo. L’uomo con i suoi giudizi, con la sua capacità di discernimento, col suo equilibrio, col suo libero arbitrio.

Di quanto vitale sia l’umanesimo dell’uomo, ovvero quel sistema di valori improntato alla dignità, al rispetto e alla tolleranza che evita di ridurre la convivenza civile a un drammatico tutti contro tutti.

 

 

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