Su Rai3 va in onda un programma intitolato «Sapiens» condotto dal geologo Mario Tozzi. Mi ha profondamente colpito un servizio – se non sbaglio la scorsa settimana – nel quale si immaginava la terra dopo l’homo sapiens. Cosa accadrebbe al mondo dopo l’estinzione del genere umano?

Col procedere del tempo – prima un anno poi dieci anni, cento anni e infine millenni – piante e animali ripopolavano tutte le terre emerse seppellendo città, strade, opere architettoniche, centri commerciali e ogni traccia della presenza umana.

Questo servizio – a tratti stupefacente per non dire commovente e spettacolare – mi ha subito fatto pensare a una cosa: la fragilità dell’uomo. Quando si dice – attingendo a una filosofia spicciola – che siamo nani sulle spalle di giganti credo si colga nel segno. Ci affanniamo e lottiamo per costruire cose che il tempo della vita vanificherà con un battito di ciglia. Senza dimenticare una cosa fondamentale: la vita non ha preso abbrivio con l’uomo. Non siamo altro infatti che uno dei tanti attori che si è succeduto sul teatro della vita e che da appena due milioni e mezzo di anni sta tenendo la scena per sé; ma non siamo che una stazione di posta, un flusso in questo condotto della vita che continuerà anche dopo di noi.

Mentre scorreva il video sul mio ipad, con immagini di città fantasma, auto sventrate e negozi ridotti al silenzio, pensavo a ciò che sta accadendo in queste settimane con l’emergenza da Coronavirus.

Quasi in modo spontaneo mi sono chiesto: «Cosa succederà quando sarà tutto finito?», «Che mondo troveremo dopo che questo piccolo, microscopico virus, ha messo in ginocchio le nostre vite, la nostra economia, le nostre abitudini, il nostro quotidiano?». Quando la marea del Covid-19 (nome scientifico del Coronavirus) si sarà ritirata cosa lascerà dietro di sé?

Le risposte a tutte queste domande non toccano solo il campo medico. I vaccini, le misure, le ordinanze, i dispositivi ecc.ecc.

Questa emergenza ci sta dicendo di più.

Sta mettendo a nudo le falle della nostra società. E per società intendo quella dei media. L’informazione accessibile a tutti, non filtrata né per i soggetti che la gestiscono né per i contenuti confezionati, ha creato quello che io definisco «gli untori mediatici», operatori della comunicazione che ad arte diffondono notizi di contagi, ma poi tacciono i casi di guarigioni e i casi clinici dei pazienti fino a questo momento deceduti. Con panico, paura e diffidenza a far da cornice a tutto questo. Cattiva informazione, i social che riducono questa informazione a pillole mortifere e spesso piene di effetti collaterali (si guardi alle numerose fake news e all’umorismo macabro che gira in rete).

Insomma, il coronavirus ha certificato la regressione nell’etica e nei comportamenti che di fatto già stavamo vivendo.

Tuttavia, c’è un altro aspetto che erediteremo – se non lo abbiamo già ereditato – una volta che questa emergenza sarà terminata: il fallimento del pensiero critico. Con questo intendo gli studi, la ricerca. In altre parole, la scienza. L’Italia che vanta una delle tradizioni scientifiche più solide del mondo, porta con sé per contraltare un triste primato: la sfiducia nella scienza. Siamo il paese dei guru, dell’omeopatia, dei rimedi naturali, delle erbe, del salutismo. E qualcuno – geloso della propria nicchia ignorante – ha pensato e sta pensando che per evitare il contagio bastino le preghiere e le formule rituali. Il fatto poi che a parlare di coronavirus non siano i medici, ma altri la dice lunga. E quand’anche i medici parlano, sono inascoltati o mandati in onda ad orari assurdi dove nessuno potrà mai seguirli.

Paradossalmente stiamo affrontando un’emergenza medico-sanitaria senza sapere dai medici cosa sta accadendo. E tutto questo non può non considerarsi un affronto inferto alla ricerca, alla scienza e a tutti colori che alla medicina, ai batteri, ai virus hanno dato tutta la propria vita.

Il coronavirus ci lascerà una società più divisa, più impaurita, più esposta a una comunicazione «di pancia» e non sottesa a una volontà positiva. E soprattutto questo piccolo, microscopico, virus sta evidenziando quanto il nostro mondo – fatto di frenesia e dinamismo insensato – sia inefficiente e senza difese; una società fatta di animali atterriti che non hanno più alcuna logica, se non quella di sfondare il proprio recinto e andarsene in giro senza alcun ordine.

Una società che necessita nell’immediato di un ripensamento, di un punto di ripartenza, di una nuova scala di valori.

 

 

 

 

 

 

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