Sono giorni strani, incredibili, inimmaginabili. Ci siamo improvvisamente ritrovati tutti protagonisti di una specie di film di fantascienza, di cui non conosciamo trama e finale.

Siamo la prima generazione a vivere una pandemia ai tempi dello smartphone. E non abbiamo ancora capito se è un bene o un male. Osserviamo il mondo da dietro uno schermo, da dietro un vetro, da dietro una mascherina. Da una prima fila, ma come spettatori inermi, immobili.




Siamo iperconnessi, ma soli. In casa, ma disorientati. Costretti nel luogo per antonomasia più sicuro del mondo, ma imprigionati dallo smarrimento e prigionieri della paura di un mostro sconosciuto, spaventosamente più grande di noi.

Tutte le nostre emozioni, che generalmente riusciamo a riconoscere e a cui riusciamo a dare respiro, restano chiuse dentro, a fare la lotta. E’ una guerra di nervi, prima di tutto.

Ed è proprio in queste battaglie quotidiane che ognuno di noi trova la propria dimensione. Che unisce e divide, che accomuna e separa. Siamo tutti vulnerabili, fragili. Scopriamo che ci infastidisce ciò che abbiamo sempre tollerato, e sopportiamo ciò che in altri tempi ci avrebbe dato alla testa.

Un’unica, rigida, insindacabile regola: è necessario rimanere a casa, per tutti i motivi che conosciamo. Una condizione che ha inesorabilmente contrapposto gli animi e i pensieri. Fino a quando non sono arrivati i social e ci hanno mostrato, come una gigantesca lente di ingrandimento, le reazioni dei reclusi per sopravvivenza. Ai nostri nonni veniva chiesto di andare in guerra, e oggi invece dobbiamo combattere con gente che fino a ieri considerava sport il tragitto tra il divano e il frigorifero e prendeva la macchina anche per fare cento metri, e che oggi invece sente impellente il bisogno di andare a correre. Dove non si sa, ma di corsa.

Gli accasati forzati si sono divisi principalmente in due categorie: quelli che si dimenano tra una seduta di pilates online e una sessione di addominali, e quelli che si realizzano tra un’infornata di biscotti e una pizza fatta in casa. Loro ancora non lo sanno, ma al termine della clausura, queste due categorie si distingueranno a occhio nudo: saranno rispettivamente i superFit e superFat.

Le donne hanno reazioni diverse: ci sono le fashion addicted, quelle che ogni giorno si svegliano e cominciano a organizzare la propria indispensabile beauty routine, a base di creme, maschere e tinte per capelli, per non essere sopraffatte da quel mostro chiamato sciatteria.

In contrapposizione, ci sono le femmine di casa, quelle tutte straccetto e faccende domestiche, che stanno riordinando gli armadi e gli album di famiglia dalla terza generazione, le eroiche guerriere che sopravvivono all’isolamento trascinandosi trionfalmente tra le stanze, senza un filo di trucco, con una ricrescita prepotente e rigorosamente in tuta d’ordinanza.




E infine, ultime categorie contrapposte, i favorevoli e i contrari ai concerti dai balconi. Negli ultimi giorni abbiamo assistito a cori emozionati di italiani che si sono ritrovati tutti insieme a intonare la stessa canzone all’ora concordata, magari in controtempo con quel vicino insopportabile che ci ha fatto incazzare di brutto all’ultima riunione di condominio. Abbiamo inscenato un vero e proprio duetto con quell’individuo che fino a qualche settimane fa dal balcone lo avremmo lanciato volentieri a due mani e senza ritorno, altro che “abbracciame cchiu forte”.

Di contro, la preghiera e la richiesta di silenzio, in nome e per rispetto delle vittime e delle loro famiglie, cadute e sopravvissute nella più completa e tragica solitudine.

Insomma, per ogni cosa, tutto e il suo contrario.

E’ giusto, non è giusto, è meglio, è peggio, è un inno, è un sacrilegio.

La verità è che forse per la prima volta ognuno di noi deve fare i conti con se stesso. E non sempre i conti tornano. Una cosa è certa: non è il momento delle polemiche. Torneremo alla normalità, e prima o poi – speriamo prima! – torneremo a vedere quei sorrisi che oggi sono nascosti dalle mascherine. Sorrideremo presto, parola di psichiatri. Che sono quelli che vedranno prima di tutti la luce, e più di tutti gli effetti di questa quarantena. Insieme a estetiste, parrucchieri e nutrizionisti… of course!

Agnese Serrapica



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